Verrà al mattino

Prima di Avvento B
“La volontà di correre incontro al tuo Cristo che viene”: così abbiamo pregato all’inizio della Messa.
Un soprassalto d’amore: questa in fondo, è la grazia che con tutte le sue forze la Chiesa invoca dal suo Signore in questa prima domenica di Avvento, la volontà di corrergli incontro. Non basta più neppure solo aspettare.
Chi ama realmente anticipa i tempi con la forza del suo desiderio. Chi ama, va incontro. Chi ama sul serio corre all’incontro.
Ricordo con particolare simpatia la testimonianza di una suora, durante i giorni difficili del terremoto nella nostra regione.
Il suo convento era stato particolarmente colpito e lei era molto spaventata per il ripetersi delle scosse.
“Se avessi paura del peccato quanta ne ho del terremoto, sarei già una santa da altare!”.

Parole dette in realtà con un sorriso d’amore, perché il cuore della fede non è tanto la paura di qualche conseguenza fatale, ma la paura di mancare l’incontro, la paura di non poter vivere l’amore fino in fondo.
L’Avvento è un piccolo terremoto dell’anima, che vuole risvegliare in noi la determinazione di aggrapparci a ciò che è essenziale.
Non ho mai tempo”: è curioso che mentre le nuove tecnologie dovrebbero progressivamente semplificarci la vita e renderci più liberi dalle incombenze, noi siamo sempre più assorbiti dalle cose, in un flusso continuo di notizie e accadimenti, nella civiltà dell’aperto 24h su 24, in un mondo artificiale che non distingue più il giorno e la notte, noi viviamo di attimi, assorbiti dall’istante e non siamo più capaci di distinguere e preservare l’ordine delle priorità.
Non ho tempo”: lo diciamo anche della preghiera, della partecipazione ai sacramenti, del silenzio orante.
Prima ancora che con un rimprovero per la freddezza dell’amore, Lui stesso ci corre incontro con una buona notizia: “Dio ha tempo per noi!”.
Il Creatore del mondo che è fuori del tempo e al di sopra del tempo, ha voluto imprigionarsi dentro il nostro tempo breve e spenderlo tutto per noi.
“Dio ci dona il suo tempo perché è entrato nella storia con la sua parola e le sue opere di salvezza, per aprirla all’eterno, per farla diventare storia di alleanza” (B16).
Il tempo, dunque, questo tempo di gioia e di dolore, di speranza e di timore, di consolazione e di desolazione, questo tempo di avventura e di noia, di laboriosità, ma anche di stanchezza e frustrazione è già dunque in se stesso un segno dell’amore di Dio, “un dono che l’uomo, come ogni altra cosa, è in grado di valorizzare o di sciupare; di cogliere nel suo significato, o di trascurare con superficialità”.
Questo tempo è pieno di lui, della possibilità di incontrarlo, di amarlo, di servirlo, di adorarlo.
“Ha dato a ciascuno dei servi il suo compito – abbiamo ascoltato nel Vangelo – e ha ordinato al portiere di vigilare”.
Dunque ciascuno ha il suo modo particolare di vivere l’attesa, perché l’amore di Dio entra nella concretezza della nostra vita, dei nostri doveri, delle nostre responsabilità.
Il Vangelo distacca in particolare il compito del portiere: è colui che sta al limite tra la casa e la strada.
“E ha ordinato al portiere di vegliare”.
Il portiere è colui che per primo dovrebbe riconoscere i pericoli, ma soprattutto è il primo a riconoscere e comunicare agli altri il momento dell’incontro tanto desiderato.
Forse tutti noi, in modo diverso, esercitiamo questa funzione verso altri, in famiglia, nella comunità cristiana, nelle amicizie, ma anche nel lavoro e nel tempo libero.
È l’aiuto prezioso e sempre più indispensabile di chi ti richiama alla necessità di pregare. A chiudere la porta della tua camera, a staccare il flusso delle preoccupazioni, i pensieri, le ansietà, i timori, per entrare davanti a Dio nella vera pace che sorpassa ogni comprensione (Matta el Meskin).
“Se tu squarciassi i cieli e scendessi”.
Il desiderio struggente del profeta, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, si è compiuto oltre ogni aspettativa nella venuta del nostro Redentore, che ha abbattuto la barriera che separa il tempo dall’eternità, il cielo dalla terra, le cose che passano da quelle che restano per sempre, il mondo di Dio dal mondo degli uomini.
È un desiderio già realizzato oltre ogni aspettativa, ma che attende di compiersi anche nel nostro cuore e nella nostra vita.
Chiediamo in questa Eucaristia la grazia di un desiderio profondo di lui, desiderio del suo sguardo amoroso e profondo, desiderio della sua pace e del suo perdono, desiderio della sua verità e della sua pienezza.
Senza il desiderio di lui, le nostre opere di carità e di giustizia non potranno essere sincere, perché la vera carità – come ci aveva ricordato il Vangelo di Cristo Re – è amare Lui, il Signore, presente nel fratello:
“come panno immondo – ha confessato il profeta – sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te…”.
Che questo tempo di grazia, dunque sia anche tempo di prolungato silenzio e preghiera, per allenare lo sguardo a riconoscere i segni della sua presenza e adorarlo con tutto il cuore.
C’è un piccolo particolare che vorrei richiamarvi: nella descrizione della giornata di laboriosa attesa del padrone, Gesù parte dalla sera verso il mattino: “non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino”.
Anche la preghiera liturgica della Chiesa ha questo stesso andamento, comincia dalla sera verso il pieno giorno.
Il nostro orizzonte definitivo, non è la notte. Le tenebre annullano le speranze. Nel buio nulla ha più valore, il bene o il male, il bello o il brutto, il vero o il falso… tutto è annullato. Noi attendiamo trepidanti il canto del gallo, le prime luci del mattino.
Vieni, Signore Gesù, vieni con il tuo splendore a rivelarci ciò che è vero e bello ai tuoi occhi. Nella tua luce, noi vedremo la luce!
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