Dalla bocca all’anima

C’è una preghiera molto antica (risale ai tempi di Leone Magno) che il sacerdote recita silenziosamente dopo la comunione e che raccoglie in estrema sintesi il frutto della partecipazione all’Eucaristia:

“Il sacramento ricevuto con la bocca sia accolto con purezza nel nostro spirito, o Signore, e il dono a noi fatto nel tempo ci sia rimedio per la vita eterna”.

Ci sono due coppie di parole apparentemente inconciliabili (antitesi): bocca/spirito e tempo/eternità. Come è possibile che ciò che passa per la bocca possa nutrire l’anima? Come è possibile che quanto accade in un oggi fuggevole, possa segnare l’eternità, diventando definitivo, immutabile? In effetti, il cristianesimo è nient’altro che la possibilità di un incontro tra ciò che per natura è inarrivabile: l’amore infinito e onnipotente di Dio, inaccessibile e misterioso, con la fragile carne dell’uomo e la sua mente piccola e limitata.

La parola di Gesù rende evidente che proprio l’atto di “mangiare” questo pane, riconosciuto come suo Corpo, costituisce il punto di contatto, la più alta partecipazione possibile al dono divino: non abbiamo nulla di più sacro sulla terra di questo “mangiare”.
È necessario perciò credere fermamente alla reale presenza del Signore nel sacramento e pentirsi dei peccati che sono causa della sua passione, con la confessione sacramentale in caso di peccato grave. Per alimentare queste disposizioni interiori, la Chiesa insegna a praticare il digiuno (almeno di un’ora), ma anche a vivere la celebrazione con puntualità, rispetto, dignità, adesione profonda.
Il dono eucaristico, però, non si riduce al solo “mangiare”. Il comando del Signore “Fate questo” va oltre il puro gesto, specificando “in memoria di me”. C’è dunque un aspetto oggettivo che consiste nel ripetere il rito, ma c’è anche un aspetto soggettivo ed esistenziale che consiste nel coltivare la dolce memoria di Cristo e del suo amore.

Possiamo comprenderlo meglio, ripensando al mistero dell’Incarnazione. Sant’Agostino ricorda che “Maria concepì il Verbo prima con la mente che con il corpo”; anzi, aggiunge che a nulla le sarebbe valso portare Cristo nel suo grembo, se non lo avesse portato con amore anche nel suo cuore. Anche il cristiano deve accogliere Cristo nella sua mente, prima e dopo averlo accolto nel suo corpo: pensare lui, avere lo sguardo rivolto su di lui, fare memoria di lui, contemplando il segno che egli stesso ha scelto per rimanere tra noi.

L’adorazione e il culto eucaristico oltre la Messa è un modo per permettere alla grazia, ricevuta nei sacramenti, di plasmare il nostro universo interiore, cioè i pensieri, gli affetti, la volontà, la memoria.

Oggi, purtroppo, aumenta il numero dei fedeli che a causa di una situazione matrimoniale non regolare non può accedere alla comunione. Quanto più la comunità sarà in grado di mostrare la comunione sacramentale come “vertice” dell’incontro con Cristo, tanto più si riuscirà ad apprezzare il valore autentico di altre forme non piene ma reali di partecipazione al mistero della fede.

In fondo, anche solo riconoscere l’Eucaristia, reale presenza del Salvatore e segno dell’amore di Dio, è già un modo vero per unirsi a lui, come Maria appunto che accolse nello spirito prima ancora che nel corpo.

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