Ecco!

il
II Domenica del tempo ordinario B
Che cosa cercate?”.
Una domanda apparentemente banale, invece rimbomba come un tuono nella pagina evangelica di questa domenica.
Senza fermare i passi del suo camminare, Gesù si volta verso i due discepoli che lo seguono a distanza e li osserva. Si tratta del loro primo incontro.
Il Battista lo aveva riconosciuto, istruito da una voce misteriosa: “Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito, è colui che battezza – colui che immerge – nello Spirito”, nella perfezione stessa di Dio.

E il giorno dopo, il Battista vedendolo passare, accende nel cuore dei suoi discepoli una grande speranza: “Ecco l’Agnello di Dio!”.
Sono le stesse parole che ancora oggi la Chiesa, per bocca del sacerdote, ci ripete nel momento culminante della celebrazione eucaristica, cioè la partecipazione al sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.
Agnello di Dio. Poche sillabe che aprono un mondo.
Agnello è la vittima gradita a Dio offerta dal giusto Abele.
Agnello è la vittima che Dio stesso provvede ad Abramo in cambio del suo Figlio Isacco.
Agnello è il sacrificio della Pasqua con il quale Mosè ottiene la salvezza dei primogeniti di Israele e la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto.
Il sacrificio dell’Agnello è il memoriale – la memoria riattualizzante, qui e ora – delle meraviglie compiute da Dio per la salvezza del suo popolo e per la remissione dei suoi peccati.
Ma nella lingua delle antiche Scritture, la stessa parola Agnello significa anche Servo.
Il Servo di Dio nei testi sacri di Israele è la misteriosa figura di cui parlano i rotoli del profeta Isaia.
Servo di Dio è un personaggio eletto sul quale si poserà lo Spirito di Dio, e che nella sua umiltà, farà risplendere la giustizia di Dio. (Is 42)
Servo di Dio è colui che fin dal seno materno sarà destinato a essere luce per tutti i popoli e non solo per Israele. (Is 49)
Servo di Dio è colui che verrà flagellato, sottoposto a insulti e percosse, ma al quale Dio sarà sempre vicino. (Is 50)
Servo di Dio, dice ancora il profeta, è colui che sarà caricato del nostro peccato, trafitto per le iniquità del mondo, colpito dal castigo che da salvezza e sarà causa di salvezza per le moltitudini. (Is 52).
“Ecco l’Agnello di Dio, ecco il Servo di DIo”: mosso dallo Spirito di Dio, il Precursore dunque fa un passo indietro davanti a Gesù e gli offre i suoi discepoli.
Quante cose avremmo voluto chiedergli, quanti misteri da svelare, quanta luce da gettare sui dubbi che ci tormentano…
Gesù sembrerebbe essere l’uomo delle risposte, anzi, egli stesso è la Risposta di Dio alle inquietudini dell’uomo.
Su quel sentiero, vicino al Giordano, dove avviene il primo incontro con Andrea e l’altro Giovanni, Gesù sta per aprire bocca: le prime parole che il Vangelo ci consegna, come pronunciate dalla Parola che si è fatta carne.
Ma la prima parola non è una risposta. È piuttosto una domanda. “Che cosa cercate?”. E non è un caso.
Ci sono altri passaggi decisivi del IV vangelo in cui ritornerà la stessa domanda. Ai soldati che dovevano arrestarlo, all’inizio della sua Passione… E dopo la sua risurrezione, nel primo incontro con la Maddalena, incapace di riconoscerlo…
Può lasciarci perplessi, questo modo di agire del Signore, ma lo accogliamo invece come un dono.
“Che cosa cercate?” significa: per che cosa vivi? Cosa vale per te? Cosa conta nella tua vita? Di cosa non puoi fare a meno?
Tante volte, le nostre inquietudini, le nostre frustrazioni, i nostri errori, dipendono dal fatto che facciamo le domande sbagliate, cerchiamo da Dio e in Dio quello che Dio non è e non ha.
Gesù non promette benessere, una esistenza tranquilla, non ci mette al riparo dalle sofferenze, dalle malattie, dai guai della vita. Se uno cerca questo da lui, ha sbagliato tutto.
Tutta la scena si svolge in movimento. Giovanni vede infatti che Gesù sta passando e Gesù non interrompe il cammino nel suo dialogo con i discepoli, anzi li sollecita a camminare dietro di lui: “Venite e vedrete”.
L’aspetto curioso è che viene ripetuto in maniera ossessiva un verbo che sembra avere un sapore decisamente contrario.
In italiano non lo si può percepire perché lo stesso verbo deve essere reso in modi diversi, ma letteralmente suonerebbe: “Maestro, dove rimani?…”. “Videro dove rimaneva e quel giorno rimasero con lui…”.
Questa è la prima pagina del Vangelo: nell’ultima Gesù dirà ad Andrea e agli altri apostoli: “Rimanete nel mio amore: chi rimane in me e io in lui produce molto frutto”.
L’uso di questo verbo non ci deve far pensare al cristianesimo come qualcosa di statico: i credenti non sono statue di marmo.
Questo comando del Signore significa costruire la stabilità della propria vita nel rapporto con lui, dentro al mutare delle cose che passano; significa amare e cercare al di sopra di tutto non ciò che è vero e buono per oggi, per adesso, ma cercare Lui che è la verità e l’amore sempre.
Siamo prigionieri dell’attualità, viviamo di attimi: cambiamo opinione con la stessa facilità con cui cambiamo umore, con cui consumiamo i nostri sentimenti.
“Rimanere” significa proprio radicare la propria esistenza in ciò che è stabile, definitivo, nella forza della sua verità e del suo amore, che non tradisce.
È arrivata la nostra ora di incontrarlo: sono arrivate le nostre “quattro del pomeriggio”. Per dire che il nostro incontro con lui è reale e sta proprio dentro la nostra vita.
“Ecco l’Agnello di Dio”, dice Giovanni.
“Venite e vedrete”, dice il Signore.

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