Non hanno più sangue

Di Diego De Jesús (traduzione)
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Tra le tante e variegate immagini che Dio ha voluto scegliere per illustrare il suo legame con gli uomini, ce n’è una che in modo inoppugnabile è più eloquente delle altre. A tal punto che molti dei Padri hanno affermato che non si trattava solo della immagine più eloquente, ma piuttosto del compimento dell’immagine (anti-typos), il limpido lato diritto del ricamo. Come quando uno posa il suo sguardo non tanto su un oggetto illuminato dal sole, quanto piuttosto sul sole stesso. È dunque quel lato diritto del ricamo in cui ciò che unisce non è tanto un “così come…”: un pastore con le sue pecore, una gallina con i suoi pulcini, una vite con i suoi tralci, un medico con i suoi malati… è piuttosto un “così…”, senza il “come…”.
È evidente che stiamo parlando delle Nozze, le Nozze del Figlio del Re con noi, che siamo la sua Sulamita, la sposa nera ma bella. La relazione dell’Uomo con Uno della Trinità è una relazione nuziale. E in effetti, avverte San Paolo, il vincolo nuziale dell’uomo con la donna è figura di questa realtà e non il contrario.

Vale la pena di notare, a sostegno di questa affermazione, che l’intera Scrittura è piena zeppa di queste Nozze. Ci sono Nozze nelle battute iniziali del Genesi, ci sono Nozze nelle battute finali dell’Apocalisse. Si tratta del chiasmo (o inclusione) più completo ed evidente di tutta la Bibbia.
Nel mezzo poi… le Nozze di Sangue, sul legno della Croce.
E proprio lì, vicino a questo centro, vicino al vertice di questo chiasmo, le Nozze di Cana: sono come una overture, una introduzione alle Nozze vere e proprie e tra questa overture e il suo compimento, c’è tutto l’itinerario del quarto vangelo. Tutto il Vangelo di Giovanni è incastonato infatti tra queste nozze collaterali e le nozze reali. Un cammino da Cana al Golgota. Dalle anfore al legno, sempre tenuti per mano e sotto lo sguardo di Maria, sua Madre, la cui presenza risplende in modo evidente solo in questi due episodi ed resta nascosta, quasi furtiva, in tutto il resto del racconto, tendendo così un filo d’oro, appunto, tra Cana e il Golgota.
Per quanto possa suonare riduttivo, vale la pena di insistere: il Verbo eterno si è fatto carne le Nozze. Poiché senza carne non poteva essere una sola carne con la sua amata. È così che per Giovanni il primissimo episodio, il miracolo fondazionale è questo, a Cana. Come una anticipazione, un ultimo preavviso prima delle sue proprie nozze che consumerà sul Golgota, tre anni dopo. C’è una sequenza inquietante dall’acqua al vino e dal vino al sangue… Ci sono poi dei riflessi esaltanti e minuziosi a Cana, dove tutto quello che accade è come l’inafferrabile proiezione del vero evento nuziale. Tutti i fili che leggiamo a Cana sono come il rovescio del ricamo della crocifissione. L’ombra del Legno è l’anfora di pietra…
E ai piedi della Croce, la medesima Donna del “Non hanno più vino”, divenuta ora testimone dello Sposo, dirà nel momento culminante delle nozze: “Non hanno più sangue”. Queste Nozze senza sangue sono come quella prima festa senza vino. E il Figlio risponderà: “Sì, per me e per te, o donna! Adesso è giunta l’Ora ed è questa. Adessi sì è il momento giusto per entrambi. Adesso sì”.
E ad ogni nefasto personaggio della Passione, la Madre dice: “Fate tutto quello che il Padre comanda”.
Un antico commento annota che Cristo, nel suo silenzioso cammino dal Pretorio al Golgota, piuttosto che ruminare pietose invocazioni, va scandendo nella sua intimità i versi del Cantico dei Cantici: esce, corre, salta come un giovane cerbiatto, verso il desiderato sposalizio, con la sua fragile innamorata…
Ed è il Centurione, maestro di tavola delle vere Nozze, ad occuparsi del fatto che zampilli l’Amore più grande, quello custodito fino alla fine dei tempi. E dirà con stupore allo Sposo divino: “Gli altri dèi dan mostra subito all’inizio delle loro prodezze: tu, invece, hai custodito il meglio per la fine”. E inebriato dalla bellezza di questa affermazione, la ripeterà tante volte, come un’eco che va ondeggiando sul lago della storia: “Hai custodito il meglio per la fine, il meglio per la fine…”. Possiamo ascoltare ancora questa eco, davanti ad ogni calice traboccante sui nostri altari: “Hai custodito il meglio per adesso, per questa fine, per questa Alleanza nuziale nuova ed eterna”.
Tutte la favole, i miti, le leggende e i poemi epici che si riferiscono ad un ricco e brioso principe innamorato di una povera serva malconcia e malata, (lo raccontano perfino i popoli nordici e celtici), tutti, assolutamente tutti, sono ombra e figura di queste nozze. Insolite nozze, tragico sposalizio. Tanto folle che fece infuriare e ribellare legioni innumerevoli di angeli, che da allora costituiscono il fuoco dell’odio e della ribellione a tutto il Piano divino. Che cosa lo spinse a ribellarsi? Che il Figlio di Dio si sia perdutamente innamorato di questa pallido mammifero affamato e insulso e che si sia sposato con lui. Per sempre, sempre, sempre… E che per renderlo possibile, si sia abbassato alla sua stessa condizione, perché solo nozze tra eguali sono ammissibili. Questo è quanto! E tutto quello che non centra con questo è pula, una divagante distrazione da questo centro. Tutto il Piano divino, dalla Creazione stessa è ideata dal Padre per poter dare a suo Figlio una sposa: “Una sposa che ti ami, – canta Giovanni della Croce – volevo darti, Figlio mio”. E poi tutti i succesivi progetti di riscatto, avevano come obiettivo quello di “salvare il matrimonio”, di arrivare consumare le Nozze. Perché per questo fino di amore siamo stato creati e salvati.
Ma la sposa malconcia, languida e pallida fidanzata, la livida pretendente, soffre della più estrema delle anoressie, della più irreversibile delle anemie. E nonostante tutto, sta lì, mezza nascosta, colomba bianca come un cadavere, con la sua lampada fumigante, davanti all’altare del Golgota. Come un pallido feto abortito, impregnato del suo stesso sangue. Come uno stoppino sul punto di spegnersi, come terra deserta, arida, senz’acqua…
E la Madre la vede. La Madre ci vede. La Madre vede la Chiesa. Vede come vide a Cana, anzi per meglio dire, in Cana vide, proprio prefigurando questo sguardo, come si diceva. È la medesima perenne Deesis, la medesima perenne “onnipotenza supplice”. Alzando gli occhi verso il Legno, senza aggiungere parole inutili, ma con voce ferma e determinata, avverte con tono di comando: “Non ha sangue, Figlio mio! La tua Sposa non ha Sangue. Dalle il tuo Sangue e vivrà”.
Oggi, vedendo la Chiesa pallida e anemica, senza carattere, senza ardore, senza forza, inetta, la presenza attenta della Madre, ci riempie di speranza. Sta in piedi.
E per quel grido infaticabile, che come una lancia giunge al cuore del Figlio: “Dalle il tuo Sangue!”, recupererà il coraggio, l’audacia, la forza con la quale annunciare il Fuoco del suo Vangelo, senza censure, senza mezzi toni accomodanti, senza codardi ammiccamenti.
“Dalle il tuo Sangue! Sposala ancora, con il Potere e il Sigillo del tuo Sangue, Figlio mio, tu sei Sangue e Luce del mondo!”.

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