IV domenica del Tempo Ordinario B
“Seguitemi!”. Con questa parola tutto era iniziato. Possiamo fare un confronto con la chiamata di Abramo, che segnò l’inizio della storia della salvezza, nell’Antico Testamento.
Ad Abramo fu detto solo “Vai!”: gli venne intimato di lasciare tutto per andare in un luogo incerto, sconosciuto, la patria dei verbi al futuro: “io ti indicherò… io ti mostrerò… io ti darò…”.
L’inizio del Nuovo Testamento segna già una prima differenza fondamentale: “Seguitemi!” è il comando da parte di un Dio che per primo si è messo in cammino, si è lasciato coinvolgere, è presente. Del resto il cuore della predicazione di Gesù sta tutta in quella parola che ricordiamo: “Il Regno di Dio è vicino”.
Diversamente che con Abramo, al quale viene chiesto di lasciare ogni cosa per partire, Gesù non da altro ordine ai discepoli, se non quello di seguirlo: non viene ordinato loro di lasciare la casa, la famiglia, i beni materiali. I discepoli lo faranno, non perché è stato loro ordinato, ma perché lo avvertiranno come un bisogno interiore, davanti alla scoperta della perla preziosa, del tesoro nascosto nel campo.
E con il vangelo di oggi scopriamo un’altra differenza sorprendente: Gesù non porta i discepoli in un mondo nuovo e sconosciuto, ma dalla riva di quel lago li riporta al loro villaggio, e come ascolteremo anche domenica prossima, si stabilirà lui nella casa di Pietro e Andrea.
Si potrebbe quasi concludere che ogni obbedienza che Gesù chiede ai discepoli, è in realtà lo specchio, il riflesso della sua stessa obbedienza all’uomo.
Dietro a quel “Seguitemi!” c’è in realtà un Dio che ci ha seguiti per primo, è entrato nella nostra vita, è arrivato a trovarci là dove siamo, nel baratro del nostro limite e del nostro peccato.
Dietro a quelle reti lasciate sulla riva, c’è un Dio che si è spogliato della sua stessa gloria, è entrato in un mondo fatto di sudore, di lacrime e di sangue.
“Il Regno di Dio è vicino”.
Quel sabato nella sinagoga di Cafarnao, si celebra il consueto culto festivo, fatto di invocazioni e preghiere, del canto dei salmi, della lettura di brani della Scrittura, il sermone e le benedizioni conclusive.
La preghiera non prevedeva la presenza di sacerdoti, che erano presenti solo a Gerusalemme, nel Tempio. Chiunque fosse in grado di leggere le Scritture, poteva prendere la parola, meglio se era presente un rabbí o una scriba riconosciuto.
Il sermone doveva rispondere a una regola fondamentale e irrinunciabile: doveva essere tutto a servizio delle Scritture, un semplice commento, una chiarificazione di significato, una applicazione che salvaguardasse la Scrittura anche nella sua materialità più formale.
Dio nessuno lo ha mai visto. Dio è lontano, è inaccessibile, misterioso. Perfino il suo nome è impronunciabile. Quello che conosciamo di lui è soltanto quanto Egli ha voluto rivelare di se stesso ed è contenuto nelle Scritture. Ci ha donato la Legge perché possiamo obbedirgli e camminare per le sue vie. Chi aggiunge o toglie qualcosa, pecca contro Dio.
Il predicatore migliore non è quello che dice cose inedite, originali, ma fonda ogni sua singola affermazione su quanto sta scritto.
Quindi, per fare un esempio, se la Legge chiede “dodici”, è meglio insegnare “quindici” per essere certi di stare dentro alla volontà dell’Altissimo.
Sarà proprio questa l’accusa che Gesù rivolgerà un giorno agli Scribi: con la scusa di proteggere la legge voi in realtà non fate altro che aggiungere precetti per cui diventa impossibile riconoscere nella stessa Scrittura il segno della cura di Dio per il suo popolo.
Quel sabato accadde qualcosa che cambiò tutto. Per sempre. Gesù viene invitato a prendere la parola: c’era molta curiosità tra la gente di Cafarnao di ascoltare quel rabbí che aveva affascinato i quattro pescatori.
Non troveranno altro aggettivo che “nuovo” per descrivere il suo insegnamento.
A volte si dice che Gesù è un grande comunicatore, che dice cose che lasciano il segno, che toccano la vita… forse è anche vero, ma non basta a spiegare che cosa accade quando lui parla. Tra l’altro, se in questo consistesse la sua novità, non si capisce perché non ci sia traccia nei vangeli del contenuto di quella predica.
Quanto allo stile, sappiamo che Gesù avrà delle discussioni piuttosto accese con i suoi discepoli proprio per il suo modo di parlare, con quelle immagini enigmatiche, con quelle parabole, che per capirle bisognava poi andargli dietro e cercare ancora.
Cosa significa dunque che questo insegnamento è “nuovo”, in che cosa Gesù è diverso dagli scribi, oltre che per il contenuto e per lo stile, che non sono – abbiamo visto – la sostanza di quanto è accaduto a Cafarnao?
Mentre il Signore parla, improvvisamente si palesa davanti a lui un uomo posseduto dal demonio.
Fanno tenerezza e danno anche un po’ fastidio i commenti di molti esegeti che si affannano a spiegare che probabilmente si tratta di un malato mentale, uno psicotico, un disagiato, e che non è necessario chiamare in causa le vessazioni demoniache…
Il Vangelo non dice che si trattava di un uomo dentro il quale c’era il diavolo; ma il contrario: il vangelo parla letteralmente di “un uomo” che stava “in uno spirito impuro”.
Fisicamente stava in una sinagoga, in una casa di preghiera, ma in realtà stava nel male; il maligno era la sua prigione. E questo comprende certamente le possesioni e le vessazioni demoniache, ma ha a che vedere sicuramente con tutti quei vincoli più o meno invisibili che legano la nostra libertà e la tengono soggetta al peccato.
Il diavolo sa perfettamente chi è Gesù: è un teologo professionista! Ha una conoscenza invidiabile delle Scritture e del catechismo, ma resta prigioniero di se stesso, al punto di ritenere il suo arrivo una rovina. “Sei venuto a rovinarci…”.
“Taci, esci da costui”. Ecco qual è la novità: le parole di Gesù non sono un commento, non sono una spiegazione, non sono neppure una catechesi o una omelia. Le parole di Gesù sono un fatto, un avvenimento che accade.
Lo diranno gli abitanti di Cafarnao: “insegna non come gli scribi, ma come uno che ha autorità”, che ha potenza… La sua parola cambia la realtà, libera realmente l’uomo dalle sue prigioni, lo riscatta dal male, lo purifica, lo risana; da impuro, lo rende puro, gradito a Dio.
Di fronte a questa meraviglia verrebbe da chiedersi se noi siamo capaci oggi di vederla davvero questa novità.
La novità di un Dio che ci segue per primo, che entra nella nostra città, nella nostra vita, poi perfino nella nostra casa, che agisce con la sua parola potente, la dove il suo popolo è riunito nel suo nome.
La incredibile, insuperabile novità della parola di Gesù che oggi risuona con la stessa potenza di liberazione sulle labbra della Chiesa: io ti battezzo… io ti assolvo… questo è il mio Corpo… tu sei mio Corpo…!
Siamo così storditi dal rincorrersi infinito di novità che passano e invecchiano nel momento stesso in cui appaiono, che non vediamo più la novità che resta per sempre, la novità di ciò che è eterno.
Noi non siamo il “popolo del libro”, – diceva il card. Biffi – e neppure il “popolo della parola”; siamo il popolo dell’avvenimento; siamo il popolo nel quale ha origine una storia nuova e diversa.
Ci doni il Signore di riscoprire ogni giorno la novità travolgente dei suoi sacramenti, che altro non sono, se non la sua parola potente che risuona qui e oggi per noi, e ha la forza di liberare l’uomo dalle prigioni del male.
