Sesta domenica del tempo ordinario B
“Sola misericordia tua”: era il motto episcopale del compianto cardinale Caffarra, che – uscendo un poco dalle regole della araldica – aveva scelto come suo stemma proprio l’immagine del Cristo che si protendeva verso le mani del lebbroso, proprio come ascoltiamo oggi nel Vangelo.
“Sola misericordia tua”: così il Cardinale, rileggeva la preghiera di quell’uomo che ci rappresenta tutti: “Se vuoi, puoi purificarmi”, preghiera essenziale che celebra la volontà di Dio, volontà di salvezza per tutti gli uomini, e la tenerezza del suo amore che ci viene incontro, che ci solleva, ci risana, ci salva.L’incontro avviene sulla strada, fuori dalla città: Gesù era uscito Cafarnao perché l’amore lo spingeva ad andare in cerca dell’uomo, nelle città e nei villaggi di Galilea.
Il lebbroso era praticamente un morto vivente. La morte non aveva ancora divorato completamente la sua carne, ma la malattia lo condannava allo stato di impurità cioè all’isolamento più completo e penoso. Non poteva entrare in città. Forse è proprio per questo che Gesù esce da Cafarnao.
Lo ricorda anche la prima lettura: chi era stato colpito dalla malattia doveva sottoporsi all’esame di un sacerdote il quale ne dichiarava appunto lo stato di impurità.
Essere impuro significava avere precluso ogni contatto con il prossimo – anche i parenti e gli amici – ogni partecipazione alla vita spirituale, alla relazione con Dio, e alla vita sociale: essere un morto vivente.
L’unica legge a cui lui il lebbroso era sottoposto era quella della separazione. Perché in fondo questa è lo scopo della legge: separare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.
La legge – rappresentata dai sacerdoti del tempio – non ha potere di cambiare la realtà, ma solo di descriverla, di attribuirle un nome. Il fatto che la legge dica cosa è bene e cosa è male, non significa che possa rendere buono il malvagio e restiturgli la vita.
Quel lebbroso si mostra invece fiducioso di essere esaudito dal Signore. Supera la legge, che gli proibiva ogni contatto, perché sa che Gesù è superiore alla legge.
Sa che la sua parola non è come quella degli scribi che citano Mosè: la sua parola non è solo commento, descrizione, un mero insegnamento di norme di vita, ma è “Vangelo”, un fatto, è potenza di Dio che guarisce.
Questa fede fa del lebbroso un insuperabile maestro di preghiera: “Se vuoi, puoi purificarmi”.
La nostra più istintiva preghiera, nel tempo del bisogno, è la richiesta a Dio di farci quello che gli chiediamo, quello che ci sembra essere il nostro bisogno.
Ma questa è la preghiera dei pagani, come dirà Gesù nel discorso della Montagna: preghiera di chi pensa di essere esaudito perché rovescia addosso a Dio il fiume tumultuoso delle sue richieste e delle sue meschine speranze, preghiera solo apparentemente rivolta a Dio, perché in realtà ha di mira solo noi stessi e le nostre frustrazioni.
Il lebbroso non chiede di essere guarito dalla lebbra, chiede piuttosto di essere purificato. Nella sua vita di morto vivente, quel lebbroso sa qual è il vero male che lo affligge: è lo stato di impurità che lo separa dalla comunione con i suoi fratelli e soprattutto dalla comunione con Dio.
“Se vuoi, puoi purificarmi” è preghiera che profuma di “Padre nostro”. La tua volontà sia fatta. il tuo nome sia santificato. Venga il tuo regno. Riguardo a se stesso non chiede nulla di più, se non il pane necessario ad ogni giorno, pane della verità e dell’amore; niente di più, se non di essere liberato dalla condanna che lo separa da Dio: Liberaci dal male.
Impurità è separazione. Ma che cosa in realtà può separarci infatti dall’amore di Dio? “Nè morte o vita”, dirà l’apostolo Paolo, “non la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la miseria, non il pericolo o la spada” (Rom 8). Solo il peccato può tenerci lontano da Lui. Il peccato è la vera impurità. “Ma liberaci dal male”.
Queste parole, prima di essere una supplica, sono dunque una confessione di fede; chiedendo la guarigione, in realtà quell’uomo riconosce che Gesù è il Signore.
“Il Regno di Dio è vicino”: è questo il contenuto fondamentale della predicazione di Gesù e il lebbroso crede con tutte le sue forze a quel Dio che gli è venuto incontro, che si è messo sulla sua stessa strada, fuori dalla città.
A questo punto, le parole dell’evangelista sono molto misurate. San Marco dice che Gesù si commosse, si sentì muovere dentro: c’è qualcosa di materno, di viscerale, un senso di profonda partecipazione.
Si può rilevare a margine, che non c’è nulla di sdolcinato in questa reazione. Un antichissimo codice testimonia che uno dei primi traduttori latini di questo brano, piuttosto che “si commosse”, riporta “si adirò”. Si possono mescolare la rabbia con la tenerezza? Ma proprio questo è il cuore di Dio che di fronte al male che ghermisce la sua creatura diventa una belva, perché Dio ama il bene, ma detesta il peccato che contamina l’uomo e lo separa da lui.
“Stese la mano”. Andando clamorosamente contro la prescrizione di Mosè, Gesù tocca il lebbroso. Contagio o non contagio, chi tocca un lebbroso, diviene impuro. La legge parla chiaro. Ma è finito il tempo della Legge, perché il Regno di Dio si è fatto vicino. Dunque Gesù prende su di sé la maledizione di quell’uomo, la nostra maledizione, la nostra condanna.
E il vangelo registra che le parti si invertono: l’uomo guarito, quasi prendendo il posto di Gesù, cominciò ad andare per i villaggi annunciando il logos (così letteralmente), mentre Gesù stesso è costretto dalla situazione a rimanere fuori, in luoghi deserti, isolato dunque, proprio come il lebbroso.
All’uomo, ciò che è di Dio. A Dio ciò che è dell’uomo. Tanto potente è la preghiera del lebbroso.
Il lebbroso, come farà anche il ladrone crocifisso accanto a Gesù, oggi ci invitano ad osare il tutto per tutto nella preghiera: per entrambi è bastata una supplica, poche parole sussurrate dal profondo del loro dolore. E la loro distanza da Dio è immediatamente svanita.
È la forza onnipotente della preghiera: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. “Ricordati di me, quando verrai nel tuo regno”. “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”.
È la preghiera di chi conosce quale è realmente il suo vero male dunque sa che cosa chiedere al Dio che si è fatto vicino. “Sola misericordia tua”.
