Già e non ancora: come il certosino bolognese…

Prima domenica di Avvento A

Con l’aiuto di Dio, entriamo con questa domenica in un nuovo anno liturgico con il tempo dell’Avvento, l’itinerario di preparazione, scandito da 4 domeniche, che ci conduce alle feste della manifestazione del Signore venuto nel mondo: il Natale dunque, e l’Epifania.

È l’occasione anche per tornare su pagine importanti dell’Antico Testamento, per riconoscere, quel legame profondo che ci unisce a Israele, il popolo eletto da Dio.

Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe… Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.

Sono le parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura.

Con l’antico popolo di Israele abbiamo in comune il desiderio di trovare nella parola del Signore una guida sicura, un segno di speranza.

Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli… non impareranno più l’arte della guerra.

Come l’antico Israele attende ancora quella pace che solo il Messia da Gerusalemme può dare – la pace che sorpassa ogni capacità e ogni diplomazia umana – anche noi, il nuovo Israele, coltiviamo una attesa profonda, un desiderio di pienezza, di verità, di amore e di pace, che nessuna opera umana è in grado di realizzare.

Il profeta Isaia, i cui brani leggeremo molto spesso durante il tempo dell’Avvento, era chiamato dai medievali il “protoevangelista”, soprattutto per alcune pagine del suo libro profetico che descrivono, con impressionante realismo, il mistero di colui che è nato dalla Vergine, del Servo di Dio che si è caricato dei nostri dolori e ha espiato con la sua passione il peccato del mondo.

C’è una continuità dunque, con le attese dell’antico Israele, ma soprattutto c’è una radicale novità rispetto alla eredità spirituale di quel popolo, che è e resta sempre amato da Dio.

Dall’antico Israele che sperava il compimento delle promesse con la venuta del Messia-Salvatore, anche noi possiamo imparare a non venir meno nel nostro desiderio di lui. Ma diversamente da Israele, noi conosciamo già il volto e la voce di colui che attendiamo.

Lo supplichiamo “Vieni presto! venga il tuo regno!”, ma allo stesso tempo sappiamo che egli è già con noi.

Lo attendiamo non come uno che è assente, ma come uno che è già in mezzo a noi, ma la cui presenza non è ancora pienamente manifestata.

Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore! Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! 

Così abbiamo pregato con il salmo.

Il tempo di Avvento richiama spesso il tema della gioia, la gioia di chi cammina ancora, ma che allo stesso tempo ha già un piede nella Casa di Dio.

Le promesse con le quali Dio si è legato al suo popolo, si sono già compiute: noi non preghiamo un Dio ignoto, che nessuno può raffigurare. Per noi Dio ha cambiato nome: non più solo “Colui che è”, ma “Emmanuele”, “Dio-con-noi”.

L’inavvicinabile si è fatto vicino, l’rraggiungibile si è fatto accessibile, è arrivato il tempo del perdono, il tempo della grazia.

Ma il nostro è e resta sempre anche tempo di attesa, perché il re della pace è ancora ben lungi dal regnare nei nostri cuori e nella nostra vita.

“Già” e “non ancora”: egli già si dona a noi, ma noi ancora non lo abbiamo accolto in pienezza. È “già” venuto, ma deve “ancora” venire.

Per questo insieme alla gioia, nel tempo dell’Avvento la Chiesa ci invita anche alla sobrietà, alla conversione, al silenzio. C’è una bella espressione popolare: “fare vigilia”. Perché solo nella fede, e non nell’evidenza, nel chiasso, è possibile riconoscere i segni della sua presenza e della sua opera in mezzo a noi.

E penso che tutti dobbiamo fare attenzione, perché paradossalmente, in nome del Natale, abbiamo fatto dell’Avvento il mese del commercio: niente di male in se stesso, ma un grande male se questo diventa sfrenato e compulsivo… 

Nella nostra città ci sono molte tradizioni legate all’avvento, tradizioni impregnate dalla fede.

Come quella del certosino, il dolce tipico del Natale. Si inizia a preparare all’inizio dell’Avvento; è un pane profumatissimo e ricco di spezie, impastato dei frutti di tutte le stagioni dell’anno, ma si deve aspettare Natale per mangiarlo: vedete? già e non ancora. 

1426086630756La casa – le case di una volta soprattutto, erano già piene del suo aroma – il dono è già dato e sicuro e anche già un po’ goduto, ma è ancora tempo di attesa.


Già che ho aperto una parentesi gastronimica, ho scoperto che i segreti di questo dolce erano tramandati dai monaci della Certosa, che lo mandavano a Roma per la tavola di papa Lambertini. 

Il suo impasto è composto da dodici ingredienti e tutto è doppio nelle fasi dell’impasto e della cottura. 

Sono riferimenti molto simili a quelli presenti in altre culture cristiane del Natale, che ho trovato, ad esempio, tra le comunità degli immigrati cristiani, che rimontano tutte alla notte dei tempi e pur con risultati molto diversi, hanno tutte una radice comune.


Ma torniamo all’Avvento. Il Vangelo di questa prima domenica è un avvertimento severo: Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

Se ci preoccupiamo “del fine”, non avremo timore “della fine”! Se ogni cosa che facciamo la orientiamo al suo fine che è la verità e l’amore di Dio, la fine non sarà un momento da temere o da guardare con angoscia.

Se cerchiamo il Signore e la sua volontà in ogni cosa che facciamo, tutta la vita diventa preziosa, non solo – come vogliamo sperare – l’ultimo istante.

Ci si accorge che si smette di essere giovani, quando finiscono nella vita quelli che definirei gli “obbietivi intermedi”, obbiettivi non definitivi, ma che costituiscono un motore importante di tanto nostro impegno: l’esame di terza media, poi la maturità, poi la laurea, la fidanzata…

E notavo che, negli ultimi decenni, questa astuzia degli obbiettivi intermedi si va moltiplicando: adesso c’è la triennale, poi la magistrale, poi la specializzazione. Mi sono accorto che perfino il cammino di seminario per i futuri preti, nel frattempo è cresciuto di due-tre anni, qualche volta anche di più…

Poi arriva, grazie a Dio, quel giorno in cui dici a te stesso: ho vissuto per questo, per realizzare questo obbietivo… e adesso, cosa mi aspetta?

Adesso c’è solo la vita e nient’altro.

Allora ci chiediamo: per che cosa viviamo? È un motore sufficiente vivere per la laurea, vivere per la carriera, per conquistare un posto?

Per sostenerci in questa ricerca seria la liturgia ci esorta a guardare a Maria Santissima, e ad incamminarci idealmente insieme a Lei verso la Grotta di Betlemme. 

Lei è la Vergine dell’Avvento: è ben piantata nel presente, nell’“oggi” della salvezza; nel suo cuore raccoglie tutte le promesse del passato; ed è protesa al compimento futuro. 

Mettiamoci alla sua scuola, per entrare veramente in questo tempo di grazia e accogliere, con gioia e responsabilità, la venuta di Dio nella nostra storia personale, familiare e sociale.

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