Venerdì della prima settimana d’Avvento
Testo liturgico: Ridesta la tua potenza e vieni, Signore: nei pericoli che ci minacciano a causa dei nostri peccati la tua protezione ci liberi, il tuo soccorso ci salvi.
Testo originale: Excita, quæsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni, ut, ab imminéntibus peccatórum nostrórum perículis, te mereámur protegénte éripi, te liberánte salvári.
Traduzione servile: Risveglia ti preghiamo, o Signore, la tua potenza e vieni, perché dagli incombenti pericoli dei nostri peccati meritiamo essere strappati con la tua protezione ed essere salvato con la tua liberazione.
Una antica orazione romana antecedente a San Gregorio Magno, con un inizio simile a quella di ieri, con l’impeto del salmo 79.
Quando celebriamo e quando preghiamo, purtroppo, non facciamo molto caso a chi ci rivolgiamo. La coscienza trinitaria è molto impoverita nella nostra prassi liturgica e non ci rendiamo conto di fatto se ci rivolgiamo al Padre o al Figlio. Anzi, partecipando ad alcune celebrazioni potrebbe addirittura insorgere il dubbio se ci si rivolga a Dio o all’assemblea degli uomini.
La preghiera di oggi è l’unica rivolta al Figlio e non al Padre, insieme con quella della vigilia di Natale. In tutto l’anno liturgico si contano sulle dita di una mano.
Potrebbe sembrare più “facile” pregare Cristo invece di Dio Padre, ma in realtà nella Liturgia è un fatto del tutto eccezionale. Già il Concilio di Ippona del 393, presente sant’Agostino, stabiliva “ut nemo in precibus vel Patrem pro Filio, vel Filium pro Patre nominet. Et cum altari assistitur, semper ad Patrem dirigatur oratio. Et quicumque sibi preces aliunde describit, non eis utatur, nisi prius eas cum instructioribus fratribus contulerit”: “che nessuno nelle preghiere scambi il nome del Padre con quello del Figlio o quello del Figlio con quello del Padre. E che quando si serve all’altare la preghiera sia sempre diretta al Padre. E chiunque per se trascriva delle preghiere da un altra parte, non le utilizzi, senza prima averle mostrate a qualche fratello più istruito”.
Nel pieno rispetto delle relazioni trinitarie, la preghiera della Chiesa si rivolge al Padre, da cui tutto proviene e a cui tutto tende, riconoscendo al Figlio il ruolo della mediazione, come Gesù stesso ha insegnato di “pregare il Padre nel suo nome”.
Esistono alcune antiche eccezioni, come quella di oggi, che nascono nel clima teologico e spirituale della lotta all’arianesimo, che riconosceva nel Cristo solo una creatura inferiore al Padre; quindi il farlo destinatario diretto dell’orazione rafforza l’affermazione della comunanza di natura con il Padre. Sono le orazioni che si concludono con: “Tu sei Dio e vivi e regni...”, invece di: “Per il nostro Signore Gesù Cristo….“.
Quindi pregandolo oggi, noi rivendichiamo con forza che Gesù è il Figlio di Dio, Dio da Dio, luce da luce, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre.
E se il pericolo del peccato è sempre incombente su di noi, più potente è la protezione di colui che è disceso nel mondo, per innalzarci all’altezza di Dio.

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