Sabato della prima settimana di Avvento
Testo liturgico: O Dio, che hai mandato in questo mondo il tuo unico Figlio a liberare l’uomo della schiavitù del peccato, concedi a noi, che attendiamo con fede il dono del tuo amore, di raggiungere il premio della vera libertà.
Testo originale: Deus, qui, ad liberándum humánum genus a vetustátis condicióne, Unigénitum tuum in hunc mundum misísti, largíre devóte exspectántibus supérnæ tuæ grátiam pietátis, ut ad veræ perveniámus præmium libertátis.
Traduzione servile: O Dio, che per liberare il genere umano dalla condizione di vecchiezza, hai mandato in questo mondo il tuo Unigenito, concedi a coloro che attendono con fede la grazia della tua celeste clemenza perché giungiamo al premio della vera libertà.
L’orazione proviene dal Sacramentario Veronese o Leoniano, una raccolta di testi liturgici del V-VI secolo.
È un testo molto denso di immagini e di contenuti teologici, che possiamo tentare di segnalare in modo rapsodico.
La condizione di vecchiezza: il testo utilizza questa immagine per parlare evidentemente della schiavitù del peccato, come dice la tradizione liturgica.
In molti testi delle Scritture, troviamo abbinati e contrapposti i concetti di vecchio e nuovo. Richiedono però una comprensione diversa dal linguaggio comune, perché molto spesso, ad esempio, nella nostra esperienza, la novità è qualcosa di aleatorio, che si consuma nel momento stesso in cui appare, come il giornale del mattino, che a mezzogiorno è già praticamente superato e vecchio.
Vecchio e nuovo sono piuttosto da intendere come “ciò che è destinato a perire” e “ciò che è definitivo, eterno”.
Quando Gesù, ad esempio, ci comanda il “comandamento nuovo”, ci consegna quella legge della carità che non avrà fine mai.
Così vecchio e nuovo possono anche cronologicamente convivere, come succede a noi, che viviamo nel “nuovo testamento”, ma siamo ancora schiavi della condizione di vecchiezza, cioè di quel peccato che ci relega nel mondo delle cose destinate a perire.
L’Avvento è più di ogni altro il tempo in cui siamo chiamati a riconoscere il nuovo dal vecchio: ciò che resta da ciò che passa.
E non è un semplice esercizio teorico. Questo impegno è una lotta che va oltre la capacità umana, per questo Dio ha “mandato nel mondo il suo Unigenito”.
Il titolo cristologico allude alla relazione unica che esiste tra Dio Padre e Dio Figlio, all’uguaglianza della natura divina; ma contiene anche una allusione al sacrificio di Cristo sulla croce, attraverso il ricordo di Abramo che fu chiamato ad immolare sul monte il suo figlio “unigenito”, quello che amava…
Cristo è già venuto nel tempo, l’Unigenito del Padre è già stato immolato, è venuto a fare nuove tutte le cose (Ap) ma la condizione di vecchiezza ci tiene ancora prigionieri e ci trascina nell’egoismo del peccato e dell’incredulità.
Sul finale, nella parte della petizione o richiesta, l’orazione si fa – come capita spesso – incredibilmente audace. Non chiediamo solamente di essere liberati, ma chiediamo di ricevere la libertà (vera) come un premio, come un trionfo, come qualcosa addirittura di meritato. Perché Cristo è un vincitore così potente che non solo “ci scampa”, ma ci rende a nostra volta vincitori, anche se la redenzione è tutta opera sua.
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