aggiusta l’orecchio…

Lunedì della III settimana di Avvento

Testo liturgico: Ascolta, o Padre, la nostra preghiera, e con la luce del tuo Figlio che viene a visitarci rischiara le tenebre del nostro cuore.

Testo originale: Voci nostræ, quæsumus, Dómine, aures tuæ pietátis accómmoda, et cordis nostri ténebras grátia Fílii tui nos visitántis illústra.

Traduzione servile: Rivolgi l’orecchio della tua pietà, ti preghiamo, o Signore, e rischiara le tenebre del nostro cuore con la grazia del tuo Figlio che ci visita.

Anche questa orazione proviene dal Sacramentario Gelasiano, che deve il suo nome a Papa san Gelasio I, che ebbe un pontificato breve (quattro anni) alla fine del secolo V, nel quale però conversero problemi enormi: l’eresia monofisita (che riconosceva a Gesù Cristo la sola natura divina, che avrebbe assorbito quella umana), eresia che causava anche conflitti nei rapporti con le altre sedi patriarcali e con la politica dell’imperatore.

Gli si attribuisce anche tradizionalmente la stesura del canone delle Sacre Scritture, cioè l’elenco dei libri ispirati della Bibbia e un fondo di inni, prefazi e orazioni, confluito in una raccolta posteriore che raccoglie anche testi successivi. A san Gelasio I si attribuisce anche il sistema che restò in vigore per molti secoli della quadripartizione delle rendite ecclesiastiche: ogni entrata della Chiesa, proveniente dalla offerte e dalle rendite, doveva essere divisa in quattro parti secondo questi scopi: il soccorso dei poveri, la costruzione e la manutenzione delle chiese con il necessario per il culto divino, le esigenze del governo del Vescovo e il sostentamento del clero.

Originariamente questa orazione rivolta al Figlio (diceva: “rischiara con la luce della tua visita”): venne poi uniformata alla regola generale (che ha le sue eccezioni), per cui le preghiere liturgiche della Messa si rivolgono sempre a Dio Padre.

Non abbiamo osato tradurre in modo davvero “servile” il testo latino. Quel verbo “accommodare”, che – come suona chiaramente anche nella nostra lingua – significa adattare, aggiustare, accomodare, forse ci suggerisce l’immagine troppo antropomorfica, di un grande vecchio che deve sistemare bene il suo impianto acustico per poter ascoltare. Ma al di là della suggestione, il significato va molto vicino.

Passi un paragone: l’uomo non è in grado di decifrare i suoni emessi da un cetaceo, perché ci manca quel qualcosa in comune che dia un senso condiviso a chi emette il suono e a chi lo riceve. Molto di più, questo è vero nella nostra relazione con Dio. Oggi noi chiediamo che il Signore pietosamente adatti il suo orecchio, per poter distinguere il balbettio della nostra orazione.

Viene chiamato in causa appunto anche il concetto latino di pietas, difficilmente traducibile in italiano: pietas è un concetto biunivoco che indica l’atteggiamento di riverenza e devozione dell’uomo verso Dio (potremmo renderlo con “devozione”), al quale corrisponde l’atteggiamento di Dio verso l’uomo, che è atteggiamento di compassione, di misericordia.

Ciò che Dio ci ha promesso e ci ha donato, mandando a noi il suo Figlio, noi dobbiamo continuare a chiederlo con umiltà, per potere davvero accoglierlo nella nostra vita.

Oggi, con questa umiltà, noi chiediamo che Dio “adatti” il suo orecchio al suono delle nostre misere invocazioni. Sappiamo bene che lo ha già fatto, rivestendo di carne umana il suo Figlio, mandato a noi come Salvatore. Il Figlio unigenito del Padre ci ascolta come uomo, e come uomo ci dice la parola di Dio. Il Cristo è ciò che abbiamo in comune con Dio. Cristo stesso in fondo è la risposta a quell‘accommoda.

Noi continuiamo a chiederlo, per non perdere mai lo stupore di fronte all’eccelso Iddio che “perde il suo tempo” a starci ad ascoltare.

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