17 dicembre
Testo liturgico: Dio creatore e redentore, che hai rinnovato il mondo nel tuo Verbo, fatto uomo nel grembo di una Madre sempre vergine, concedi che il tuo unico Figlio, primogenito di una moltitudine di fratelli, ci unisca a sé in comunione di vita.
Testo originale: Deus, humánæ cónditor et redémptor natúræ, qui Verbum tuum in útero perpétuæ virginitátis carnem assúmere voluísti, réspice propítius ad preces nostras, ut Unigénitus tuus, nostra humanitáte suscépta, nos divíno suo consórtio sociáre dignétur.
Traduzione servile: O Dio, creatore e redentore della natura umana, che volesti che il tuo Verbo prendesse su di sé la carne nell’utero di perpetua verginità, guarda propizio alle nostre preghiere, affinché il tuo Unigenito, assunta la nostra umanità, si degni di associarci alla sua comunione divina.
La ricchissima orazione della prima feria maggiore dell’Avvento, proviene dal Sacramentario di Papa Leone Magno e risente della forte sensibilità teologica dell’epoca del Concilio di Calcedonia, che riflette sul mistero delle due nature, divina e umana, nell’unica persona del Verbo di Dio. La traduzione liturgica è molto libera, rispetto al testo latino.
Rispetto al testo originale leoniano, è stata fatta una variazione nella seconda parte: infatti si chiedeva nella preghiera che “accolta la Nascita del tuo Unigenito, possiamo essere associati anche alla divina comunione con lo stesso Redentore” e bisogna anche riconoscere che con questa variazione il testo latino risulta un po’ monco.
Si può vedere come ogni singolo elemento dell’orazione, presenta dei contenuti teologici densissimi, a cominciare dall’invocazione iniziale che celebra Dio come creatore e redentore dell’umanità, lasciando intravvedere i due piani dell’opera divina, come elementi diversi di un unico disegno, di un’unica volontà del Padre.
Con la figura retorica, frequente nel latino, dell’astratto per il concreto viene evocata la divina Maternità della Vergine Maria e il mistero della sua perpetua verginità. Oggi risulta difficilmente traducibile quel termine utero così schietto, realistico e diretto, frequente nel linguaggio orante della Chiesa antica, come simbolo del primo abbraccio tra il divino e l’umano: basti pensare al passaggio del Te Deum: Tu, ad liberandum suscepturus hominem, non horruisti virginis uterum; Tu per liberare l’uomo che stavi per assumere, non provasti orrore per l’utero della vergine.
La terza parte dell’orazione, quella che contiene più direttamente la richiesta della preghiera, ci illumina sulla pienezza dell’orizzonte cristiano: spesso noi riduciamo il cristianesimo a una religione dell’Incarnazione, evento in sé meraviglioso, ma che non costituisce il vertice del disegno divino. Il Verbo si è fatto uomo infatti, non solo per manifestare la compagnia di Dio alla sorte dell’uomo, ma perché per l’uomo si dischiudesse l’orizzonte della comunione con la vita divina.
Potremmo dire che il cristianesimo è tanto religione dell’incarnazione (che riguarda Dio e non l’uomo che è già carne) quanto religione della divinizzazione (che non riguarda Dio, ma l’uomo che non è affatto divino).
Un “meraviglioso scambio”, per utilizzare una espressione celebre, che oggi diventa preghiera, perché non c’è nulla di automatico nella nostra relazione con Dio, ma tutto passa attraverso l’accoglienza credente.
Varrebbe la pena di sottolineare quel termine “consortio” che nella lingua moderna ha relegato il suo significato nell’ambito degli istituti economici, ma che originariamente ha un sapore nuziale: il consorte è colui che condivide il destino, colui che si associa in tutto e per tutto.
Per questo celebriamo il Natale: per divenire “consorti” di Dio.
