schiavitù antica

18 dicembre

Testo liturgico: Oppressi a lungo sotto il giogo del peccato, aspettiamo, o Padre, la nostra redenzione; la nuova nascita del tuo unico Figlio ci liberi dalla schiavitù antica.

Testo originale: Concéde, quæsumus, omnípotens Deus, ut, qui sub peccáti iugo ex vetústa servitúte deprímimur, exspectáta Unigéniti tui nova nativitáte liberémur.

Traduzione servile: Concedi, ti preghiamo, onnipotente Iddio, che noi che siamo oppressi sotto il giogo della antica schiavitù del peccato, siamo liberati dalla desiderata nuova nascita del tuo Unigenito.

L’orazione di oggi, risalente all’epoca di San Gregorio Magno, era già presente nel Messale Romano detto tridentino. Da questo punto di vista, possiamo notare che il patrimonio eucologico (cioè l’insieme delle orazioni di tutte le messe) dell’attuale Messale è in gran parte molto più “tradizionale” del precedente, nel senso che ha dato spazio a molte preghiere che risalgono ai più antichi codici liturgici della Chiesa romana e presenti in numero notevolmente maggiore, soprattutto là dove nel Messale precedente si ripeteva più volte la stessa messa durante la stessa settimana.

La nostra preghiera è segnata dalla contrapposizione di numerosi concetti: schiavitù/liberazione; oppressione/desiderio; antica/nuova. Da quest’ultima possiamo partire per alcune considerazioni.

Nel linguaggio teologico le categorie di antico e nuovo sono di una importanza fondamentale, ma hanno una accezione che spesso non coincide con quella del linguaggio comune.

Antico e nuovo infatti, non registrano tanto il trascorrere del tempo, come nella nostra esperienza comune. Nel linguaggio di ogni giorno, nuovo è un concetto quasi aleatorio: quando dici di qualcosa che è nuovo, in fondo, lo hai già consegnato al consumo inevitabile e condannato ad essere superato.

Nel linguaggio spirituale, nuovo è invece un concetto assoluto: si dice qualcosa che è eternamente nuovo, che non potrà mai essere superato da nulla e nessuno e che non è destinato ad invecchiare. Nuovo è dunque piuttosto sinonimo di “definitivo”. Basti pensare alle espressioni bibliche: comandamento nuovo, testamento nuovo, canto nuovo, ecc.

Ovviamente il concetto opposto di vecchio o antico più che con una cronologia o una quantità di tempo trascorso, ha a che vedere con la transitorietà, con la precarietà, con il destino ad essere superato.

In questo senso, è vero che l’oppressione del peccato è antica quanto la storia umana, ma la sua incidenza è drammaticamente attuale e contemporanea alla vicenda di ogni uomo.

Parlare dunque di “nuova nascita” ci fa pensare certamente al rinnovarsi del Natale nella celebrazione del mistero liturgico, ma ancor di più al fatto che la nascita dell’Unigenito avvenuta storicamente molti secoli fa, ha una portata escatologica, definitiva appunto: ha la forza di introdurre una liberazione definitiva, un riscatto eterno.

Si potrebbe quasi concludere che in fondo tutta l’arte spirituale della vita di un credente consista nel ricercare ciò che è nuovo, ma senza inseguire le effimere novità già segnate dalla vecchiaia.

Se nuovo è sinonimo di eterno, il Natale è per definizione la festa “nuova“, perché con la sua Incarnazione, il Figlio di Dio aggrappa la caducità dell’umano alla perfezione divina, introduce l’eterno nel precario, il perfetto nell’imperfetto, l’onnipotenza nell’impotenza.

L’Unigenito è la vera liberazione dell’uomo, perché apre la strada a quell’amore che resta per sempre.

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