carne e maestà

21 dicembre

Traduzione liturgica: Ascolta, o Padre, le preghiere del tuo popolo in attesa del tuo Figlio che viene nell’umiltà della condizione umana: la nostra gioia si compia alla fine dei tempi quando egli verrà nella gloria.

Testo originale: Preces pópuli tui, quæsumus, Dómine, cleménter exáudi, ut, qui de Unigéniti tui in nostra carne advéntu lætántur, cum vénerit in sua maiestáte, ætérnæ vitæ præmium consequántur.

Traduzione servile: Le preghiere del tuo popolo, ti chiediamo, Signore, esaudisci con clemenza, perché coloro che si rallegrano per l’avvento del tuo Unigenito nella nostra carne, quando verrà nella sua maestà, conseguano il premio della vita eterna.

L’orazione del primo giorno di inverno è tratta dal Sacramentario Gelasiano e, in modo molto lineare collega le due venute dell’Unigenito, oggetto entrambi dell’attesa del popolo in preghiera.

“Carne” e “maestà” sono le parole chiavi che identificano le due venute: da una parte la fragilità e precarietà della condizione umana, dall’altra la grandezza della condizione definitiva e gloriosa; due parole che riassumono in modo straordinario il mistero dell’Unigenito, di colui cioè che sta in una relazione unica con il Padre e che è venuto per essere offerto in sacrificio di redenzione.

La venuta dell’Unigenito nella carne ha portato la gioia in chi lo ha riconosciuto; la venuta nella maestà – questa è l’oggetto della supplica – porti il premio della vita eterna.

Da non sottovalutare l’audacia di quest’ultima espressione: premio è infatti la ricompensa che qualcuno riceve o conquista come riconoscimento di suoi meriti. Ma chi per natura è segnato dal limite creaturale e dal peccato, come può pensare di meritare ciò che è soprannaturale e santo?

Tutto è grazia: il merito stesso non deriva dalla capacità umana, ma solo dall’amore di Dio.

Si trova davanti a questo orizzonte vertiginoso chi oggi si “rallegra per la venuta nella carne”: la gioia del Natale non è il vago sentimento delle feste natalizie, ma la fede profonda di chi riconosce la sua miseria e la confronta con l’immensità del dono.

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