adesso e nell’ora

Omelia in Cattedrale, 15 agosto 2020

15 agosto. Assunzione della Beata Vergine Maria

Fin dalla più remota antichità i cristiani custodirono con amore la memoria dei loro defunti nel giorno anniversario del loro passaggio da questo mondo.

Per noi oggi è del tutto normale leggere sulle lapidi dei nostri cimiteri la data di nascita e la data di morte dei defunti, ma alle origini del cristianesimo non era affatto così.

Nella religione pagana, la data di morte era considerata una data “infausta”, sfortunata, un giorno da dimenticare, giorno in cui non prendere iniziative, giorno maledetto.

Quando ancora i primi cristiani non avevano sviluppato una loro iconografia, non avevano ancora individuato dei segni identificativi della loro fede, quello della data è in assoluto il primo segnale del  cambiamento avvenuto nel loro modo di guardare la vita e la morte.

Per fare un esempio esempio, proprio sotto il pavimento della basilica vaticana è presente una antica necropoli, dove appunto venne sepolto anche l’apostolo Pietro. 

Lì si trovano le sepolture dei molti pagani e delle prime generazioni di cristiani, contemporanei di Pietro, pochi decenni dopo la morte e la risurrezione di Gesù. 

I simboli presenti sulle loro tombe sono gli stessi già presenti sulle lapidi dei pagani, anche se cominciavano assumere un valore nuovo: tra i tanti esempi le foglie di edera, per i pagani simbolo di immortalità perché sempre verdi, diventano per i cristiani simbolo di fedeltà a Cristo perché questa pianta sempreverde vive se è aggrappata alla roccia, e la roccia è il Signore.

Anzi, proposito di edera, è proprio da questo simbolo che nasce il moderno cuoricino: tutti sappiamo che il cuore umano non somiglia affatto al simbolo comune, che è invece una foglia di edera. (Nelle foto esempi di epigrafi della necropoli ostiense, Abbazia di San Paolo fuori le mura).

Ecco un esempio di epigrafe che si trova sotto nella necropoli vaticana, non lontana dalla tomba di Pietro: «Al sonno eterno di Caio Matrino Valente, filosofo epicureo, che visse 39 anni, 6 mesi, 7 giorni e 8 ore; Matrinia al marito infelicissimo». Tutta questa precisione, per evitare la data infausta della morte.

Ed ecco l’epigrafe di una tomba vicina, che ospita invece la sepoltura di un cristiano: «Qui riposa in pace Giovanni, uomo onestissimo, contabile del negozio di vini di Isidoro, che visse più o meno 45 anni, sepolto il 23 maggio sotto il consolato di Belisario, uomo illustrissimo». 

La data di morte, dopo il nome, costituisce il primo, inequivocabile segno che il defunto era un cristiano.

I primi cristiani chiamavano quel giorno il “dies natalis”: giorno della nascita, perché rappresenta l’ingresso nella pienezza della vita. Giorno tutt’altro che infausto, dunque giorno benedetto da una gioia pasquale, giorno carico di speranza e di immortalità.

Anche la festa di oggi, nei calendari più antichi aveva questo titolo: il dies natalis sanctae Mariae. Il giorno natalizio di Santa Maria.

Concluso il corso della sua vita terrena, la Vergine Madre del Signore passa da questo mondo alla pienezza della vita.

Le antiche raffigurazioni di questo mistero, sia in oriente che in occidente, rappresentano la Vergine sul letto di morte, circondata da tutti gli apostoli in preghiera, come segno dell’unità di tutto il popolo dei credenti attorno a colei che è il prototipo del vero credente.

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Giotto, La dormizione della Vergine

Al di sopra una scena molto tenera. Il Signore Gesù, bello come il sole, tiene tra le braccia una bambina vestita di bianco. 

È proprio lei, Maria santissima che ora è entrata nella pienezza della vita, nel regno della perenne giovinezza, nella gloria della risurrezione.

Colei che un giorno sulla terra aveva stretto al suo seno il Figlio di Dio fatto uomo, ora lei stessa viene accolta nel grembo del Signore dell’Universo, avvolta di tenerezza, rivestita di luce.

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Costantinopoli, Mosaico a Chora

Oggi dunque Maria chiude gli occhi alla vita di questo mondo e li riapre immediatamente nella pienezza della vita immortale.

Ma alle origini della fede cristiana, non c’è solo un modo diverso e pieno di speranza di guardare alla morte. 

C’è perfino ammirazione per il modo con cui alcuni fratelli di fede compivano il loro ultimo passaggio.

Che bella la morte dei martiri… Ci sono dei racconti stupefacenti, nei quali non c’è traccia di paura, di angoscia. 

Spesso dei martiri si racconta che erano talmente pieni di gioia e di desiderio di arrivare all’incontro con Cristo, che non sentivano dolore, sembrava quasi che qualcun altro combattesse al loro posto.

C’è il racconto impressionante del martirio di due donne nell’arena di Cartagine: Perpetua e Felicita. 

Non erano neppure battezzate. Erano ancora catecumene, ma sapevano che il loro stesso sangue sarebbe stato il battesimo che avrebbe spalancato loro le porte del paradiso. 

Perfino i gladiatori che avrebbero dovuto finirle erano impressionati dalla forza virile che le animava e avevano quasi timore di avventarsi su queste donne inermi eppure così incredibilmente convinte e desiderose di vita.

Nerone non si dava pace: andava nel Colosseo a vedere i resti dei martiri sbranati dalle belve o straziati dai gladiatori e vedeva volti sereni, pieni di gioia, volti di chi era uscito da questa vita cantando, come se potessero vedere chiaramente quello che c’era oltre il sangue, oltre la spada, oltre le fauci dei leoni.

Poi verrà il tempo dei santi confessori. Che bella morte, la morte di San Martino, il primo dei santi non martiri a essere venerati nella memoria cristiana. 

Non fu la spada del martirio a rendere preziosa la sua morte, ma il desiderio di consumarsi per amore dei suoi fratelli. 

Era già sfinito per il peso degli anni, ma sentì dire che in una parrocchia il clero era diviso in fazioni. 

Intraprese un viaggio che sarebbe finito in cielo, consumando le sue ultime energie per restituire pace alla sua Chiesa e morì guardando verso il cielo. Nessuno se ne accorse. Sembrava che stesse semplicemente continuando a pregare.

Qualche volta ci sorprendiamo a fare discorsi assurdi. “Che bella morte!”. Lo si sente dire ancora, in qualche chiacchiera neopagana. 

Per tanti di noi oggi una bella morte è quella di chi non si accorge di nulla. Puff! Morire così, senza saperlo, senza rendersene conto. Morire come un animale.

Noi siamo cristiani, fratelli, miei. Siamo figli di santi. Perché dovremmo desiderare di morire come muoiono gli animali, come una vacca nel macello?

La morte è un momento altamente umano. 

È un passaggio solenne e decisivo della nostra esistenza. Se siamo veramente rinati alla vita nuova in Cristo, dovremmo desiderare di fare della nostra ultima ora, il nostro definitivo atto di fede. 

Se ogni giorno ci affidiamo alla volontà di Dio, se ogni giorni cerchiamo la sua protezione e la sua grazia, perché i nostri ultimi istanti non dovrebbero essere il momento di una ultima definitiva, consapevole consegna di noi stessi alle braccia della misericordia divina?

Oggi celebriamo il Natale di Santa Maria. La più bella morte in assoluto.

La Vergine Madre del Signore ha vissuto tutta la sua esistenza in funzione del suo Figlio, totalmente unita alla sua missione di salvezza.

Per questo il suo passaggio da questo mondo non fu per nulla circondato da paura, disperazione, umiliazione, dolore.

Una morte così bella e quasi soprannaturale che i primi cristiani la chiamarono “dormizione”, in greco “κοίμησις”, da cui proviene “cimitero”.

E proprio per essere stata in tutto il corso della sua esistenza unita alla missione del suo Figlio, dopo aver chiuso gli occhi a questa vita, Maria meritò di entrare nella gloria del paradiso con il suo corpo risuscitato e glorioso, anticipazione di quel destino di gloria che tutti ci attende alla fine dei giorni. Un privilegio che la pone davanti a noi e non sopra di noi: davanti a noi, come segno di speranza e di protezione.

Fratelli miei, questa è la morte più bella: il natale della tutta santa. 

Alla fine che cosa dovremmo augurare a noi stessi? Di andarcene senza accorgercene? Una punturina che risolva tutti i problemi? Per non parlare perfino della sparizione delle sepolture nei cimiteri…

Cosa dovremmo augurarci?

L’unica morte bella, l’unica morte umana, l’unico passaggio veramente sereno e desiderabile è la santità. 

Se ci è capitato di essere vicino in quell’ora a qualche persona che era vissuta nella fede, sapete quanta pace e quanta serenità si può vivere, quasi da non crederci, anche in quell’ora estrema.

Oggi facciamo festa, perché il transito di Maria è carico di gioia e di speranza. 

Passando alla gloria del cielo, Maria è tutta unita al Signore e per questo la sentiamo così vicina.

La bellezza di Maria, fino all’ultimo dei suoi giorni terreni, ci aiuta anche a trasmettere ai piccoli il vocabolario della vita. Chi parlerebbe di morte ad un bambino? Eppure, guardando alla Madre di Dio, anche ai bambini insegniamo a dire con fiducia: “Prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”.

Giorno di festa. La Pasqua di Maria. Ma anche giorno di verifica per la nostra fede.

Se questi discorsi ci disturbano… abbiamo ancora bisogno di camminare…

 

PREGHIERA DI PIO XII A MARIA SANTISSIMA ASSUNTA (1950)

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini.

1. Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella vostra assunzione trionfale in anima e in corpo al cielo, ove siete acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli e da tutte le schiere dei Santi; e noi ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore, che vi ha esaltata sopra tutte le altre pure creature, e per offrirvi l’anelito della nostra devozione e del nostro amore.

2.  Noi sappiamo che il vostro sguardo, che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la letizia dell’anima vostra nel contemplare faccia a faccia l’adorabile Trinità fa sussultare il vostro cuore di beatificante tenerezza; e noi, poveri peccatori, noi a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima, vi supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo, fin da quaggiù, a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.

3. Noi confidiamo che le vostre pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le vostre labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che voi sentiate la voce di Gesù dirvi di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: «Ecco il tuo figlio»; e noi, che vi invochiamo nostra Madre, noi vi prendiamo, come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.

4. Noi abbiamo la vivificante certezza che i vostri occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli; e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal vostro celeste lume e dalla vostra dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e della nostra Patria.

5.  Noi crediamo infine che nella gloria, ove voi regnate, vestita di sole e coronata di stelle, voi siete, dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi; e noi, da questa terra, ove passiamo pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di voi, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza; attraeteci con la soavità della vostra voce, per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del vostro seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

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Osservatore Romano, 2 novembre 1950

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