la città a tre navate

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Nella città di Bologna, il 4 ottobre si celebra la solennità di San Petronio e si omettono i testi liturgici della domenica corrente.

La prima immagine che suscita in noi il nome di San Petronio è senza dubbio la grande basilica che con la sua facciata incompiuta domina Piazza Maggiore e costituisce il cuore della città.

Un edificio immenso, davvero vanto di questa bellissima città, che oltre alla Cattedrale volle avere un altro amplissimo luogo sacro, tanto vasto, perché ognuno dei membri di questa comunità cittadina potesse avere il suo posto e sentirsi a casa, nella casa di Dio.

Sia la Cattedrale che la Basilica di Piazza in fondo ci rimandano idealmente al santo Protettore dei Bolognesi: la Cattedrale, come sede della cattedra, dalla quale il vescovo, dai tempi di Zama e Petronio, come successore degli Apostoli, guida in nome di Cristo il popolo dei credenti e presiede la vita liturgica della Chiesa locale; la Basilica, come una vera casa della città, dove la lode di Dio si unisce alla responsabilità della cittadinanza, dove la città degli uomini si specchia con la città di Dio; dove il mondo così come è, con i suoi limiti e le sue miserie, guarda alla meta della città di Dio, dove in Cristo regna l’amore, la giustizia e la pace.

Ma San Petronio prima di essere un simbolo è una persona, che oggi onoriamo: un personaggio del passato, ma che sentiamo tanto presente in ogni epoca della nostra storia.

Non è senza significato il fatto che ogni volta che i bolognesi hanno raffigurato artisticamente il loro patrono, gli pongono sempre in grembo la città: perché in tutta la nostra storia possiamo riconoscere un filo di amicizia, di aiuto, di protezione, di intercessione, che sempre ci ha accompagnato e sostenuto.

Abside di San Petronio: il santo invoca la protezione di Maria sulla città

È un poco come se il Vescovo, a Bologna, sia sempre lui: cambiamo i nomi, i volti, cambiano le epoche, gli stili pastorali, ma resta immutato e solido quel vangelo che ci anima all’amore di Dio e del prossimo, quella fede che ci ritrovare la strada dopo ogni sbandamento, quella identità che è come un tesoro che cresce quanto più lo si condivide.

Petronio fu vescovo a Bologna in un periodo molto complesso della storia e molto lontano, nel quale però possiamo trovare tanti punti di coincidenza con la nostra epoca.

Era il tempo confuso e oscuro della caduta dell’impero romano di occidente con l’ingresso spesso traumatico di nuove popolazioni che, non sempre gentilmente, premevano per stanziarsi in questa terra.

Noi bolognesi non siamo figli solo degli Etruschi che chiamavano Felsina la città da loro fondata e neppure solo dei romani: lo stesso nome di Bologna pare che abbia ascendenze galliche: dunque Bologna, come città e come comunità, nasce dall’incontro di popoli, del nord e del sud, della montagna e della pianura, dell’oriente e dell’occidente, della cultura alta e raffinata e della sapienza popolare.

“Caduta dell’impero” significa mancanza di istituzioni, di punti di riferimento per la vita. Bologna stessa era stata definita in quell’epoca “civitas rupta”, un mucchio di pietre, devastato da guerre e miseria.

Il Vescovo Petronio – come a Roma parallelamente il grande papa Leone I – divenne un riferimento per tutti e resta fisso nella memoria dei bolognesi come difensore e ricostruttore della città. 

A quell’epoca era davvero una piccola città: non arrivava a coprire interamente neanche l’area delle attuali Via Rizzoli e via Ugo Bassi, che conservano ancora le tracce della antichissima via Emilia che la attraversava.

Sono proprio le strade consolari romane, che certamente nei primi secoli del cristianesimo già collegavano Bononia a Ravenna, a Rimini, a Milano e a Firenze e che furono la grande rete di trasmissione del Vangelo.

Non conosciamo il nome di un grande apostolo, di un grande predicatore: il nome di Gesù arrivò qui sulla bocca di viandanti, di commercianti, di soldati, di gente in cerca di fortuna.

Fu un seme piantato con umiltà, ma che attecchì con convinzione, superando le difficoltà della persecuzione romana con i martiri Vitale, Agricola e Procolo, e poi le avversità della storia, con vescovi come i santi Eusebio, Felice e Petronio.

Ho citato il parallelo di Petronio con Leone Magno per la città di Roma. Erano i Vescovi, in quel momento, quando la Chiesa in fondo era ancora giovanissima di pochi secoli, a essere riconosciuti dal popolo come gli unici riferimenti spirituali e morali, per la ricostruzione della città.

Se non abbiamo purtroppo molti scritti di Petronio, non ci mancano invece gli scritti di Leone. Ci può far percepire un clima che certamente era vissuto anche nella Bologna di Petronio, il ricordo di quanto avvenne durante la devastazione di Roma da parte dei Vandali. 

Papa Leone ottenne cortesemente da Genserico che venisse risparmiata la popolazione e che non venissero distrutti gli edifici. 

I romani trovarono rifugio nella Cattedrale del Laterano dove per almeno tre giorni si asserragliarono, tra maggio e giugno del 455, mentre giungevano tremendi i suoni e i boati della devastazione.

Papa Leone approfittò di quel lock down per fare una dettagliata e molto approfondita catechesi su Gesù Cristo:

sul fatto che Cristo sia una sola persona in due nature (la natura umana e la natura divina), dunque non un mezzo uomo o un mezzo Dio, ma tutto e interamente Dio e tutto e interamente uomo.

Erano i grandi problemi cristologici che venivano discussi al Concilio di Calcedonia, ai quali Leone Magno diede un contributo enorme, senza mai abbandonare la sua gente.

Leone aveva compreso che, nel momento in cui tutto crollava e non c’erano sicurezze umane, il grande vero tesoro sul quale occorre investire per il futuro è la fede. 

Questa è la vera ricchezza: la fede in quel Gesù di Nazaret che è apparso al mondo come il Figlio unigenito di Dio e che per questo è l’unico vero, salvatore del mondo. 

Questo è il motore che genera una nuova civiltà, capace di guardare con lo stesso cuore e con la stessa intelligenza al cielo e alla terra, a Dio e all’uomo, perché Cristo ha unito il divino e l’umano.

Petronio riedificò gli edifici comuni, costruì le prime parrocchie, piantò ai quattro punti cardinali, in luoghi di passaggio delle croci di pietra, che fossero una benedizione per chi entrava e per chi usciva. 

Si prese cura dei poveri, perché sapeva che quando ci si prende cura dei poveri, in realtà ci si prende cura di tutti.

È significativo che proprio nel giorno sacro alla memoria di San Petronio, il Papa ci doni di celebrare la beatificazione di don Olinto Marella. 

I bolognesi più anziani ricordano la sua figura sobria e taciturna, seduto in qualche angolo con il cappello il mano per l’elemosina, con due occhi che ti leggevano dentro, senza dire altro che “grazie”.

Non era solo un vero elemosiniere, ma anche un padre e un maestro, che si prese a cuore l’educazione umana e cristiana di molti ragazzi e giovani. 

E in fondo anche l’elemosina era un insegnamento che dava alla città: senza parole insegnava a tutti che siamo parte l’uno dell’altro, che il benessere condiviso è la nostra dignità e moltiplica la gioia.

È un onore per Bologna, avere avuto un cardinale come Nasalli Rocca che riconobbe in quel prete spretato dal vescovo di Chioggia per sospetti di eresia, un vero sacerdote di Cristo, ministro del Corpo di Cristo, uomo di Dio, perché uomo fino in fondo.

Padre Marella col cappello è la versione moderna di San Petronio con la città in mano.

La scelta di Petronio come protettore e la decisione di avviare la costruzione della grande basilica, avviene nel momento in cui la città definisce la sua identità e si sente pienamente comunità.

Da quel momento, Bologna, smise di essere la città delle torri, la città dei potentati e delle famiglie una contro l’altra, e divenne la città dei portici, la città più collegata del mondo, dove quasi non si distingue più una casa dall’altra, dove si impara a non dire solo “mio”, ma a dire anche e soprattutto “nostro”.

Bologna divenne, come disse qualcuno, “la città a tre navate”, come una chiesa fatta strada o una strada fatta chiesa.

La basilica di San Petronio è un grande cantiere mai concluso. In fondo è proprio lo specchio di quello che deve essere la comunità cristiana dentro la città e dentro a un territorio.

La basilica ha tante cappelle e tanti angoli costruiti in tempi diversi, con stili e tecniche diverse, ma ha un solido impianto, che la rende profondamente riconoscibile nella sua identità.

Chiunque abbia provato a completarla, per mettere in qualche modo la parola fine alla sua costruzione, ha rischiato di farne uno scempio.

Perché la Chiesa di Dio, di cui quella basilica è solo una immagine, è un cantiere che ha solo Cristo come fondamento e come architetto.

È in lui che troviamo il nostro posto, e chi ci sta accanto è sempre nostro fratello. 

Anzi, oggi – se mi permettete – soprattutto nel centro storico di Bologna, uno dei più grandi problemi sociali che la città tutta dovrebbe affrontare, è proprio la mancanza di vicini, di vicini di casa.

Diventa sempre più complicato vivere qui; rischia di essere non una città vissuta, ma una città usata da chi non la sente sua, una specie di salotto trasformato in museo.

La vera bellezza di una città, prima ancora dei suoi monumenti, sono i suoi cittadini, una rete di relazioni, di famiglie, di amicizie, perché la città comincia dal basso, comincia dalla vita.

Alla scuola di Petronio e di Marella, dunque, e sostenuti dal loro abbraccio paterno, troviamo la rotta per ripartire sempre, per essere ancora di più quello che siamo: uno specchio sulla terra della Gerusalemme del cielo, la città più bella del mondo!

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