sacra o santa?

Abbazia di Zola Predosa, 27 dicembre 2020
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
 
Nella domenica successiva al Natale, la Chiesa celebra la festa della Santa Famiglia.
 
C’è un dettaglio curioso che vorrei segnalarvi e sul quale vorrei riflettere: per riferirsi al Bambino Gesù, a Maria e a Giuseppe, una volta si diceva pacificamente “Sacra Famiglia”, ora da vari decenni invece i libri liturgici preferiscono un più comune “Santa Famiglia”, che comunque non entra per niente nel linguaggio usuale.
 
Che differenza c’è tra sacro e santo?
È evidente che le due parole hanno una gran parte di significato in comune e che entrambi si riferiscono alla relazione con Dio.
 
Potremmo dire in generale, che  “sacro” si riferisce alla presenza e all’opera di Dio in modo oggettivo: una presenza e una azione di salvezza, che può andare anche oltre le intenzioni e le disposizioni soggettive delle persone coinvolte.
 
Per capirci, i segni sacri per antonomasia, quelli nei quali Dio è presente e agisce oggettivamente, sono i sacramenti, appunto, e tutto ciò che dipende da essi o è in relazione con essi.
 
Noi sappiamo che nel Battesimo, nell’Eucaristia, nell’Unzione crismale è presente ed è all’opera la potenza di Dio, anche oltre le disposizioni della persona che le riceve. La vecchia teologia diceva “ex opere operato”, cioè l’atto sacro è valido anche solo  “per il fatto di aver compiuto la cosa”.
 
Con il termine “santo”, invece, si intende comunemente nel linguaggio della fede piuttosto una risposta intenzionale dell’uomo, un’opera, un luogo, una attività che viene creata per dare seguito ad un dono che si è ricevuto.
 
Un luogo sacro è un luogo che oggettivamente richiama la presenza e l’opera di Dio.
 
Una vita santa è la vita di chi apre il suo cuore alla grazia di Dio e cerca con tutto se stesso di corrispondere al dono ricevuto.
 
Il fatto che esistano segni sacri è veramente un dono della misericordia di un Dio che ci conosce bene e non permette che l’uomo resti privo di una presenza, di un dono, di una possibilità di salvezza, anche quando il suo cuore non corrisponde pienamente al suo amore. Come dicevano i Padri: “Perfino se fosse Giuda a battezzare, è sempre Cristo che battezza”. Questa è la speciale misericordia dei segni sacri.
 
E permettetemi di dire che è triste che molti di noi abbiano per certi aspetti coltivato una allergia al sacro e alla sacralità, una allergia che in realtà è del tutto estranea al cristianesimo.
 
Magari con la buona intenzione di rifuggire abusi superstiziosi, abbiamo finito per non saper decifrare più il misericordioso linguaggio del sacro: passiamo davanti ad una Chiesa, o peggio ancora dentro una Chiesa, e non sappiamo più come comportarci.
 
Oppure può capitare che ci troviamo improvvisamente in un contesto religioso, per esempio vicino ad un malato o ad defunto, o in mezzo ad una celebrazione liturgica e non sappiamo dove mettere le mani, come esprimere esternamente la nostra fede forte o debole che sia.
 
Ci si avvicina alla comunione con le mani in tasca, e soprattutto capita di questi tempi di vedere manipolare l’ostia consacrata anche con l’imbarazzo di non sapere come muoversi, prima di consumarla.
 
In molti luoghi le celebrazioni liturgiche sono circondate di suoni, immagini e contesti totalmente profani, comuni.
 
A volte si insegna che, per renderla meno insopportabile, bisogna portare la vita dentro la Messa e si finisce per dimenticare che è vero esattamente il contrario: non tanto la vita nella messa, ma la messa nella vita, che è ciò che rende meno insopportabile la vita stessa!
 
Mondanizzare la preghiera non serve a nulla; piuttosto abbiamo bisogno con la forza della preghiera di santificare la vita.
 
Cosa centra tutto questo con la Sacra Famiglia o Santa Famiglia? Centra moltissimo.
 
Il linguaggio tradizionale usava propriamente l’aggettivo “sacro”, perché in quella Famiglia è presente e opera oggettivamente Dio stesso, essendo in essa presente il Figlio stesso di Dio fatto uomo.
 
Era la vita di una famiglia normale e allo stesso tempo unica e irripetibile, come unica e irripetibile è in realtà ogni famiglia, ma in essa Dio stesso era presente e operava.
 
Potevano anche non pensarci, potevano dormire, lavorare, mangiare, lavare i piatti, potevano anche fuggire in Egitto per colpa di Erode e vivere nella paura e nella povertà, ma Dio era oggettivamente presente: quella Famiglia era – è –  il tempio di Dio, infinitamente più sacro perfino del Tempio di Gerusalemme, al quale pure salgono come pellegrini, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, perché quella Famiglia, oltre a essere Sacra è anche Santa.
 
È Sacra perché Dio è oggettivamente presente in essa. È Santa perché composta di persone sante, tutte orientate al disegno e alla volontà di Dio.
 
Forse qualcuno ha pensato che era bene cambiare l’aggettivo e definire la Famiglia di Nazaret Santa, piuttosto che Sacra, per renderla più accessibile, per proporla più facilmente come un modello da imitare, come un riferimento concreto per la vita: modello di umiltà, di lavoro, di preghiera, di servizio, di obbedienza alla legge e alla volontà di Dio.
 
Il tema è delicato. Perché ci sono molti aspetti della particolare relazione tra Gesù, Maria e Giuseppe che sono proponibili come modello, e tanti altri che no, proprio per la unicità del mistero che custodiva.
 
Oggi si dice comunemente che abbiamo bisogno di modelli che ci aiutino a vedere come realmente la Parola di Dio prende carne nella vita dell’uomo.
 
E lo sentiamo tanto il bisogno di modelli di fedeltà, di pazienza, di perdono in mezzo alle nostre famiglie.
 
Ma dovremmo anche preoccuparci anche della nostra incapacità di riconoscere i segni sacri della presenza di Dio.
 
Non siamo più capaci di riconoscere che l’uomo, maschio e femmina, come Dio lo ha creato, sono il primo segno sacro, il segno primordiale dell’opera di Dio.
 
L’uomo e la donna sono – per il solo fatto di essere uomo e donna – segno sacro di un Dio che è amore.
 
Proprio per quello che sono, l’uomo e la donna si riconoscono individui incompleti, creati strutturalmente per amare ed essere amati.
 
“Immagine e somiglianza di Dio”, così diceva l’Antico Testamento; ma di un Dio che è “Trinità”, così completa il Nuovo Testamento: Trinità cioè comunione perfetta di persone distinte – che restano distinte – ma diventano una cosa sola, un abbraccio perfetto, una relazione assoluta.
 
È la vocazione che ogni uomo e ogni donna portano nel cuore e il matrimonio è la via nobilissima e realmente sacra di realizzazione dell’amore, perché fa morire due individui e fa nascere due persone che sono uno: l’uno dell’altro, l’uno nell’altro.
 
Entrando nel mondo, la prima realtà umana che il Verbo ha fatto sua è la nostra carne mortale. La seconda realtà umana che ha conosciuto e fatto sua è la famiglia: è per questo che nella prima domenica dopo il Natale celebriamo la Famiglia di Nazaret.
 
È santa, la famiglia di Nazaret, perché modello di una vita perfetta.
 
È sacra, la famiglia di Nazaret, perché in essa è oggettivamente presente e all’opera Dio stesso, il Creatore dei cieli che è disceso sulla terra per salvare il mondo.
 
Ma ogni famiglia umana, perfino la nostra, perfino la mia, così sgangherata e zoppicante, la mia famiglia così poco santa, può a ben diritto essere chiamata sacra, cioè il luogo dove Dio oggettivamente è presente e agisce.
 
Da quando il Figlio di Dio ha fatto sua la realtà umana della famiglia, ogni famiglia segnata dalla benedizione divina, è sacra: Dio abita in essa, Dio in essa agisce e in essa opera la salvezza del mondo.
 
Ogni attentato contro la famiglia è un sacrilegio.
 
Ogni famiglia sacra è chiamata allo stesso modo ad essere santa, perché ciascuno di noi possa realizzare quella meravigliosa vocazione che è porta scritta nel cuore, la vocazione ad amare e ad essere amati.
 
Nella salute e nella malattia, nella buona e nella cattiva sorte“, ogni famiglia benedetta da Dio, è sacra: Dio abita in essa, Dio in essa agisce e opera la salvezza del mondo.

Lascia un commento