Battesimo del Signore
Percorrendo i misteri del Natale e dell’Epifania, abbiamo compreso che Dio ci salva non perché ci toglie dai problemi, ma perché ci da la forza di attraversarli e di superarli con lui.
In fondo, il mondo stesso era – è – un problema. E che cosa ha fatto Dio per vincerlo? Ci è entrato dentro, è venuto con noi.
Il Battesimo di Gesù al Giordano, che per le Chiese dell’Oriente costituisce il mistero principale dell’Epifania, è davvero una grande manifestazione di questo disegno di salvezza.
La presentazione molto essenziale dell’evangelista Marco, che abbiamo ascoltato quest’anno, non ci offre i dettagli di una particolare distinzione di Gesù, in mezzo alla folla di coloro che accorrevano alla predicazione di Giovanni Battista per farsi battezzare da lui.
Si dice semplicemente: «Gesù venne da Nàzaret di Galilea». Solo con queste parole viene identificato. Marco è l’unico degli evangelisti che non parla di incarnazione o di natività, che non indaga a priori la sua origine divina, ma ce la disvela come apice del cammino di fede.
Il nome Gesù, che significa “Dio salva” è un nome molto comune nel popolo ebraico. Quelli che lo conoscono, sapevano che è un carpentiere, cioè uno che fa un lavoro di poco conto, il mestiere fatto da chi, non avendo terra per vivere, si adatta a quei lavoretti che in genere in contadini si fanno da soli.
Viene dal villaggio che sembra vantare un primato negativo assoluto in tutta la Terra Santa. La Terra Santa non è un paese enorme: non molto di più dell’Emilia-Romagna, ma con una concentrazione di fatti storici e di manifestazioni divine impressionante. Praticamente ogni sasso di quella Terra poteva raccontare una storia straordinaria, era testimone di un episodio della Bibbia, di una rivelazione divina.
Nazaret no. A Nazaret non era mai accaduto nulla: è forse l’unico lembo di Israele ad essere omesso dalla storia biblica, dimenticato da Dio e dagli uomini.
Ecco, guidati dalla narrazione evangelica, di Gesù conosciamo solo questo: la sua solidarietà con l’uomo è totale, una solidarietà che lo porterà lontano, fino a patire con noi e per noi la nostra stessa morte.
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Il Battesimo predicato e praticato da Giovanni Battista non era previsto dalla legge mosaica, ma rappresentava perfettamente una esigenza spirituale, molto avvertita all’epoca, di un rinnovamento interiore e di una purificazione dal peccato.
Il popolo di Dio si trovava in uno stato pietoso: schiavo nella sua stessa terra, molto tentato nelle sue istituzioni più sacre, compresa la corona e il tempio, di corruzione e di collusioni con il potere.
In questo clima, nasce il gesto di Giovanni, che invita ad andare nel deserto per ritrovare la verità di stessi e la verità di Dio e a immergersi nelle acque del Giordano, per manifestare il desiderio di rompere con il peccato e di rinnovare la vita.
Gesù dunque, passa, semplicemente, come uno in mezzo ai tanti.
Il nostro evangelista, diversamente da Matteo, ci riferisce l’episodio, non come lo videro il Battista e gli altri che erano lì presenti, come Gesù stesso lo visse in prima persona.
Secondo Marco, è Gesù infatti, che «uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba». Ed è rivolta a lui la voce che discende dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato», là dove in Matteo quella voce è rivolta solennemente alla folla: «Questi è il mio Figlio».
C’è una complementarietà evidente nei racconti degli evangelisti ed è molto preziosa questa testimonianza, diremmo in soggettiva, del vangelo secondo Marco, perché ci fa entrare per un istante nell’intimità di Gesù, nella sua stessa auto-coscienza.
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Essere uomini significa anzitutto essere creature, essere limitati.
Abbiamo nel cuore una vocazione all’infinito, un desiderio di perfezione, di vita, di pienezza, ma viviamo e intendiamo le cose solo una alla volta e solo fin dove possiamo.
Anche il Figlio di Dio fatto uomo, passa attraverso questa via. Pur essendo Dio come il Padre, pur essendo colui che conosce ogni cosa con perfezione, entrando in una vera carne umana – come vero uomo, nostro fratello – vuole avere il bisogno di conoscere anche in modo umano, cioé di conoscere attraverso il limite. Come Dio sa perfettamente che cosa è la sete, ma come uomo, ha sete.
Gesù, la Sapienza di Dio fatta carne, ha avuto bisogno di imparare a camminare, di imparare a parlare, a leggere e scrivere…
E ha avuto bisogno anche – nella sua vera umanità che apprende le cose attraverso l’esperienza – di comprendere, come uomo, anche il mistero della sua stessa identità: «Tu sei il Figlio di Dio».
Domandarsi come sia possibile che in Gesù possano convivere l’onniscienza divina e la “pauciscienza” umana è come chiedersi come sia possibile che Gesù Cristo sia veramente Dio e veramente uomo.
Ma questa è la testimonianza della Chiesa che costituisce il cuore della nostra fede.
Gesù che era disceso dal cielo, come vero Dio, ora come vero uomo, guarda verso l’alto e contempla il cielo squarciato, quel cielo cielo che si è aperto al suo passaggio; e ascolta – per la prima volta in modo umano – quella voce che, in quanto Figlio di Dio, era la voce per lui unica e famigliare, la voce del Padre, che da sempre e per sempre riversa su di lui il suo Amore: “Tu sei il mio figlio amato. In te mi compiaccio”… in te ritrovo me stesso, in te vedo la mia stessa bellezza, la mia stessa perfezione.
Non possiamo entrare oltre in questa ricerca della psicologia umana di Gesù: è un mistero affascinante, ma che richiede anche rispetto. L’unica cosa che possiamo aggiungere, dalla testimonianza del Vangelo, è che Gesù di Nazaret percepisce per la prima volta in modo umano, ciò che – nella sua divinità – gli era più connaturato: la potenza dello Spirito Santo che agisce in lui.
(Per comprendere chi è lo Spirito Santo, ho trovato molto illuminante un insegnamento di Sant’Agostino che afferma che “Spirito Santo” è tutto quello che il Padre e il Figlio hanno in comune: il Padre è spirito e anche il Figlio è spirito. Il Padre è santo e anche il Figlio è santo. Lo Spirito Santo ha come caratteristica di non avere nulla di proprio, di essere totalmente in comune al Padre e al Figlio: la divinità, la perfezione, la vita, la forza, la potenza creatrice. Spirito Santo è ciò per cui Padre e Figlio non sono due, ma un solo Dio: è l’unità, la purezza, la bellezza assoluta).
Ora Spirito Santo, che è troppo immenso e perfetto per mescolarsi a questo mondo, attraverso il Figlio fatto uomo, entra nell’uomo: Gesù, sconosciuto individuo proveniente dall’insignificante villaggio di Nazaret, uno di noi, è il punto di ingresso dello Spirito di Dio nel mondo.
La ricordate la colomba di Noè, che il patriarca lanciava dalla sua arca, sperando di trovare un punto di appoggio nel mondo rinnovato? Gesù da Nazaret di Galilea è l’inizio del mondo nuovo, della nuova umanità.
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Si capisce perché il Battesimo al Giordano è un passaggio tanto importante per la nostra vita di fede, perché come in una icona possiamo vedere rappresentato tutto ciò in cui crediamo, tutta la nostra fede.
Riconosciamo anzitutto Dio Padre Creatore, che ha un disegno di salvezza per le sue creature; riconosciamo il suo Figlio amato, fatto carne, con una umanità non fittizia, ma reale; riconosciamo lo Spirito Santo, il suo amore infinito e perfetto, che trova nella carne umana di Gesù finalmente il luogo sul quale scendere e rimanere, per purificare e portare a perfezione tutte le cose create; e riconosciamo anche la Chiesa, in quella folla di povera gente, quella folla che accorreva alla predicazione di Giovanni.
In mezzo a loro vediamo anche noi stessi, che conosciamo il peso e la tristezza del peccato e del limite umano, e desideriamo essere rinnovati nell’amore di Dio.
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Ma se mi permettete, per eliminare tutte le ombre, c’è ancora una ultima considerazione.
Qualche giorno fa, ci siamo scambiati qualche whatsapp con amico, che è qui in mezzo a noi. L’amico mi ha scritto: “Ma Dio si è veramente fatto uomo? Dato che non c’è uomo senza peccato, Gesù non è uomo al 100%”.
“Simile a noi in tutto, fuorché nel peccato”, ripete la Chiesa, ma non per dire che a Gesù manca qualcosa per essere veramente uomo, veramente uno di noi; per dire piuttosto che è il peccato che non è umano; che il peccato disumanizza, ci separa da noi stessi e dalla nostra altissima vocazione; il peccato deturpa la nostra natura. Non è a Gesù che manca qualcosa: siamo noi che abbiamo una sporcizia di troppo.
L’umanità di Gesù è dunque il prototipo della vera umanità. Gesù è il nuovo Adamo, inizio della nuova umanità e solo chi lotta contro il male, con Gesù e come Gesù, è un vero uomo.
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Tutto molto bello; ma qual è il punto di contatto tra noi, che viviamo qui e ora, e tutto ciò di cui abbiamo ascoltato? Il punto di contatto è semplicemente l’acqua, sorella acqua ke è tanto umile et pretiosa et casta, che qui rappresenta tutti i sacramenti della Chiesa.
Gesù è sceso nell’acqua, perché chiunque scende in essa possa dire: mi sono lavato con Cristo, ho fatto la fila con lui, ho ripercorso i passi del suo cammino, per mezzo della sua vera umanità è scesa su di me la potenza dello Spirito.
Nel battesimo e in ogni sacramento della Chiesa, anche per noi, anche per me, il cielo si squarcia. Anche in me Dio Padre riconosce l’immagine del suo Unigenito dice: “Tu sei mio figlio, l’amato”.
Ora nel nome di Cristo benediremo un po’ d’acqua, alla quale – per non farci mancare niente, aggiungeremo qualche goccia che arriva dal fiume Giordano. È dall’inizio di questa pandemia che siamo stati privati di questo segno potente della nostra fede. Mentre ne saremo aspersi, tracceremo su di noi il segno della croce: sono i segni umili all’apparenza, ma potenti interiormente, che Cristo ha donato alla sua Chiesa, per rinnovare ancora la grazia del primo incontro con lui.
