animazione liturgica?

Ripropongo qui una riflessione preparata nel 2012 e offerta ad un corso di formazione liturgica.

Animazione liturgica, un efficace strumento della pastorale

Animazione, liturgia e pastorale sono tre termini molto utilizzati, ma non  sempre facili da definire nel loro significato.

Con il termine LITURGIA possiamo almeno definire il campo generale della nostra considerazione, cioè il culto pubblico della Chiesa, anche se in un’ottica di fede il dato invisibile dell’atto liturgico è infinitamente più vasto rispetto alla sua realtà sperimentabile. La Liturgia infatti è il punto di contatto tra la nostra realtà storica e ben contestualizzata e il mistero soprannaturale ed eterno del Regno di Dio.

Il termine PASTORALE nel linguaggio ecclesiastico è indifferentemente un sostantivo o un aggettivo che si appoggia a una miriade di altri termini: consiglio past., past. giovanile, ministero past., operatore past.,  past. del lavoro, …

L’accostamento più inquietante è “motivi pastorali”, espressione con la quale, in genere, si da una motivazione nobile alla violazione di qualche norma generale.

Nel nostro ambito, il termine è espresso senza aggettivi che lo qualificano e, con buona pace, potremmo vedere in esso una sintesi di tutta la missione della Chiesa, nei suoi vari aspetti, nei soggetti coinvolti, ecc.

Potremmo prenderlo come sinonimo di “evangelizzazione” nel senso forte attribuito da Gesù nella conclusione del Vangelo di Matteo e che identifica di fatto tutta la missione della Chiesa: “Andate, evangelizzate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà non sarà salvato”.

Ovviamente l’evangelizzazione o la pastorale non si riducono alla liturgia: si parla qui di “via privilegiata” non perché essa esaurisce tutta la missione della Chiesa e del cristiano, ma perché ne è la sorgente e il senso.

Molto più problematico il termine ANIMAZIONE: ero talmente in crisi su questa parola, che ho fatto – come capita sempre più frequentemente – una ricerca su Google; inserendo questo termine è uscito: “film di animazione”; subito dopo una tabella di non meglio precisati “Luoghi di animazione” in cui il primo risultato era “modelle e hostess”. Per “wikipedia” significa il film e la tecnica della animazione. Per un dizionario italiano on line, significa “l’atto e l’effetto dell’animare” e in secondo luogo “vivacità, calore”. Per chi volesse conoscere il significato italiano del verbo animare, eccolo sempre dal dizionario: 1. infondere il principio vitale, dare l’anima, il movimento, 2. dare vivacità, brio, espressione, 3. infondere coraggio, energia

Altri scenari, non proprio rassicuranti, si potrebbero aprire cercando “Animatori”…

Partendo dal significato originario di questo termine (e lasciando da parte di film di animazione) “animazione liturgica” significherebbe l’insieme delle azioni, delle scelte, degli accorgimenti che servono a dare vivacità e calore ad una celebrazione, se non addirittura a rendere più efficace il messaggio che si intende lasciare ai partecipanti, puntando su un loro maggiore coinvolgimento.

Sarebbe interessante, a questo punto fare un elenco di tutti i sinonimi, o meglio di tutti le parole e i verbi che in genere associamo alla espressione “animazione liturgica”.

Lo scenario però è inquietante e rivela quanto siamo distanti dal senso autentico della Liturgia. In realtà, ammettendo pure l’uso di questa espressione “Animazione liturgica”, senza però tradire la verità delle cose, non c’è altra possibilità, se non quella di intendere la Liturgia soggetto, non oggetto dell’animazione: non siamo noi che dobbiamo animare, cioè dare un’anima alla liturgia, perché essa già la possiede, è ed un’anima divina, soprannaturale: è lo Spirito Santo stesso, lo Spirito “che è il Signore e da la vita”, che agisce infallibilmente in essa.

Di fronte alla potenza stessa di Dio, quale “anima” potremmo aggiungere noi; quale dispositivo, quale calore, quale vivacità può essere più efficace della potenza stessa di Dio?

Su questo punto occorre riflettere ancora, perché la Chiesa occidentale ha un rapporto un po’ conflittuale con il celebre “ex opere operato”. Con questa espressione la nostra teologia tradizionale intende che i sacramenti (e per estensione tutto il culto liturgico), sono efficaci di per se stessi, per il fatto stesso di essere compiuti, al di là perfino delle condizioni esterne in cui essi avvengono.

Da un punto di vista teologico, si tratta di una acquisizione molto importante e molto liberante: se la Chiesa adempie fedelemente il comando del Signore, Dio opera efficacemente la redenzione dell’uomo. Può anche essere Giuda che battezza (e Giuda era un apostolo), ma è sempre, sempre Cristo che battezza. Se mi trovo in viaggio in Kazakhstan e non conosco una parola di kazakho, io so che in quella Messa è realmente presente il sacramento della Carne e del Sangue di Cristo donato per la nostra salvezza. I cristiani possono trovarsi in un gulag, senza candele, senza incenso, senza libretti dei canti, senza paramenti e perfino senza messale, ma se hanno un prete, del pane e del vino (e una goccia d’acqua), possono realmente celebrare la Pasqua del Signore. Gesù lo ha promesso la sera stessa di Pasqua: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23).

Questa definizione ha però avuto, nella storia, anche delle ricadute problematiche: se l’ex opere operato ha avuto il merito di ricordare che il vero soggetto della Liturgia è Dio, ha però posto in ombra l’altra realtà che è presente in modo attivo e non solo come un contenitore inerte: la Chiesa che celebra. Per dirla in modo schematico, l’attenzione in passato si focalizzava quasi esclusivamente sulla esattezza delle formule e dei riti, garanzia dell’efficacia soprannaturale, che così – quasi senza volere – rischiavano di essere vissuti come “atti magici”.

Non dobbiamo banalizzare, e pensare che oggi, magari perché in mezzo c’è stato un Concilio e una riforma liturgica, le cose siano tutte migliorate… potremmo fare un lungo elenco di deviazioni e la maggior parte delle quali sull’altro lato della medaglia: dalla rigida oggettività del rito, al soggettismo esasperato.

Oggi è molto forte la tendenza a evidenziare il carattere soggettivo della celebrazione liturgica. Il fatto stesso che il termine “animazione” sia stato accolto acriticamente nel nostro linguaggio, è una spia del fatto che siamo convinti che la Liturgia, in sé e per sé, è carente, ha bisogno di un’anima, di un aiutino (come dicono in tv) per diventare veramente efficace.

Ecco la ricerca dei canti sempre più toccanti ed emotivamente coivolgenti, il moltiplicarsi di segni e gesti, di spiegazioni; l’enfatizzazione di quegli aspetti della celebrazione che “toccano” di più, la moltiplicazioni dei messaggi che vengono mandati… ecco “messaggi”: that is the problem…

Rileggo il tentativo di definizione di animazione liturgica che avevo dato sopra: “animazione liturgica” significherebbe l’insieme delle azioni, delle scelte, degli accorgimenti che servono a dare vivacità e calore ad una celebrazione, se non addirittura a rendere più efficace il messaggio che si intende lasciare ai partecipanti, puntando su un loro maggiore coinvolgimento.

Mi sarei aspettato una rivolta e invece siete rimasti tutti tranquilli ad ascoltare.

Il messaggio che si intende lasciare ai partecipanti?? Chi vuole lanciare messaggi a chi?? Ma non è il Signore che parla al suo popolo?? Coinvolgimento?? Che cosa vuol dire?? Mettere a proprio agio? Stimolare gli organi sensoriali?

È una definizione da buttare, punto e basta! Questo è un linguaggio estraneo al senso stesso della Liturgia.

Un grande maestro di vita spirituale e liturgica del mondo occidentale è San Benedetto. Famoso per la sua regola in cui da nessuna parte è scritto “Ora et labora”, dovrebbe essere ben più famoso per una sentenza della regola, che invece ha scritto, e che è il succo di tutto il suo insegnamento: Nihil operi Dei praeponatur (Regola di Benedetto, 43), “Nulla deve essere anteposto all’opera di Dio”, dove con “opera di Dio” si intende esattamente la preghiera, e particolarmente la preghiera liturgica e l’Eucaristia. Essa è concepita come il tempo e lo spazio nel quale il Signore agisce nella nostra vita: è Lui che nutre, ristora, riscalda, riscatta, purifica, raccoglie, fa crescere; è Lui che convoca, salva, dona la vita.

Se proprio vogliamo ammettere il termine “animazione liturgica”, dobbiamo intederlo nel senso che dobbiamo metterci con tutto noi stessi a servizio dell’opera di Dio, perché il suo messaggio possa essere accolto, perché la sua salvezza fiorisca nella nostra vita. La Liturgia è in se stessa (e deve essere anche nella nostra partecipazione consapevole) una finestra sul mistero di Dio e il nostro impegno deve essere quello di non disperdere il dono a causa delle nostra tiepidezza, della nostra stanchezza e soprattutto del nostro peccato.

La Liturgia non ha bisogno di “anima” aggiuntiva, ma di persone consapevoli della grande dignità a cui siamo chiamati.

Il vero senso della animazione liturgica è dunque la “mistagogia”, cioè l’opera materna della Chiesa (che agisce nei sacerdoti, nei catechisti, nei cantori, nei ministranti ecc.) che accompagna i fedeli e li conduce dentro al mistero: Dio opera, il Signore parla,  lo Spirito trasforma… renditene conto, crea una grande disponibilità nel cuore, vivi ciò che hai ricevuto e poi ritorna, perché la strada è lunga…

Animazione Liturgia (Mistagogia) non significa infarcire di stimoli e messaggi, ma semplificare l’impegno della comunità, perché possa riconoscere l’opera di Dio.

Se un fedele entra in una chiesa buia, fredda, mal arredata, in disordine… se si trova tra le mani un foglietto sgualcito, fotocopia di una fotocopia di una fotocopia, se il neon della nicchia di sant’Antonio lampeggia da un mese… come potrà essere agevolato a riconoscere che sta entrando nel mistero della Chiesa una santa cattolica e apostolica?

Se il lettore è un ragazzino che declama il testo con lo stesso tono con cui ripete la lezione di storia a scuola, come potrà la comunità essere agevolata a riconoscere la parola potente di Dio?

Se le candele sono di plastica, le tovaglie sono coperte dal vetro per non sporcarle, i vasi sacri sono dozzinali e magari pieni di ossidature, come si potrà essere agevolati a riconoscere il memoriale della passione, morte e risurrezione del Signore?

Se il canto e il modo di cantare sono simili nel modo e spesso anche nelle parole alla musica che ascolto sotto l’ombrellone; se comincio anche a battere ritmicamente le mani come ad una festa di compleanno; come potrò essere agevolato a condividere la lode degli angeli e dei santi, a pensare al cielo e non alla spiaggia?

(Passaggio da approfondire…) Vorrei rilevare qui soprattutto la questione dell’orientamento della Liturgia. Chi parla a chi? È una regola fondamentale della comunicazione umana che spesso è totalmente disattesa nella celebrazione liturgica.

Il cuore: la Preghiera Eucaristica….

A chi sono rivolte le parole “Prendete e mangiate?”

Chi parla a chi?

NB. A questo punto si è scatenato un dibattito tra chi sosteneva con forza che le parole “Prendete e mangiate” sono rivolte al popolo e chi invece, giustamente, riconosceva che sono rivolte al Padre. D’altra parte basta la elementare analisi grammaticale per riconoscere che la Chiesa per mezzo del presbitero si sta rivolgendo al Padre. La questione è estremamente seria, perché mentre tutti riconoscono che si tratta della “PREGHIERA eucaristica”, la sola ipotesi che le parole di Cristo siano rivolte ai fedeli annulla improvvisamente qualsiasi senso della preghiera. È possibile ammettere che la preghiera non sia rivolta a Dio ma agli uomini? Eppure…

Parole pronunciate più per farsi capire che per pregare…

Il sacramento della Penitenza… vissuto sempre più spesso non come un atto di culto, di adorazione e celebrazione della misericordia divina, ma come un dialogo più o meno terapeutico.

Da una parte, gli abusi liturgici (anche minimi) non sono solo una violazione di regole, sulle quali si può chiudere uno o più occhi, ma sono una vera e propria contraddizione, un remare contro l’opera di Dio.

D’altra parte, la freddezza algida di un rito compiuto meccanicamente, in modo minimalista, se non sono un remare contro, non sono certo una mistagogia.

Animazione liturgica/mistagogia è dunque entrare nella VERITÀ di ciò che si celebra. È fare della chiesa veramente un luogo di preghiera. È avere la consapevolezza che l’assemblea riunita nel nome del Signore è circondata dagli angeli e dai santi, che l’altare è il cuore del mondo, il luogo in cui il cielo e la terra, la terra e il cielo sono un comunione. Più che di richiami all’attualità, una liturgia mistagogica è fatta di richiami all’eternità (non dico all’aldilà, ma a ciò che resta per sempre, da oggi all’aldilà).

San Benedetto, il grande maestro della vita spirituale e liturgica dell’Occidente, descrive molto sinteticamente quale deve essere l’atteggiamento di chi partecipa alla liturgia e quindi quale lo scopo di qualsiasi forma di animazione: sic stemus ad psallendum ut mens nostra concordet voci nostrae: “Partecipiamo al canto in modo che la nostra mente concordi con la nostra voce”. (Regola di Benedetto, 19).

È esattamente il contrario di quanto ci viene naturale: in genere noi pensiamo che la preghiera autentica è quella veramente “sentita”, quella che nasce “dal cuore”, in una parola la preghiera “spontanea”. Benedetto dice esattamente il contrario: il vero culto divino consiste nel portare alla profondità del cuore ciò che le nostre labbra pronunciano. “Bisogna inoltre sapere che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione che strappa le lacrime” (Regola, 20).

Non dimentichiamo che, riguardo alla preghiera e ai sacramenti, Gesù lascia ai discepoli delle indicazioni perentorie, imperative:

–      andate e preparate per noi la Pasqua (Lc 22,8)

–      prendete e mangiate (Mt 26,26)

–      fate questo in memoria di me (Lc 22,19)

–      andate e battezzate (cfr. Mt 28,19)

–      non sprecate le parole come fanno i pagani (Mt 6,7)

–      voi, dunque, pregate così… (Mt 6,9)

–      quando pregate, dite… (Lc 11,2)

–      come ho fatto io, fate anche voi (cfr Gv 13,15)

Con tutto questo, non c’è traccia nel Nuovo Testamento di una codificazione liturgica univoca, che è presente nell’Antico (basti pensare all’intero libro del Levitico). Il comando del Signore non è giuridico, ma performativo: non mira a stabilire nuove regole, in sostituzione delle antiche, ma inaugura un modo nuovo per l’uomo di rapportarsi a Dio. “Nuovo Patto”, dice l’Inno di San Tommaso d’Aquino, “Nuovo Rito nella fede si compì”.

Nel suo mistero di incarnazione e pasqua, Cristo ci rende partecipi del suo esclusivo “essere Figlio”, e ci introduce nel misterioso dialogo d’amore della Trinità.

Con le parole “Quando pregate, dite…” Gesù non tanto ci offre una formula di preghiera, ma trasforma le nostre persone…

Per capirci:

Ammettendo  anche che i lombrichi possano parlare, potrebbe mai un lombrico tentare di intavolare un discorso con un essere umano normale? Avrà qualcosa di così rilevante da comunicare, da poter attirare in qualche modo la sua attenzione? Allo stesso modo, pensiamo forse che un essere umano normale, possa in qualche modo avere la forza di attirare l’attenzione di un Dio? (E considerate che tra noi e Dio, c’è molta più distanza nell’essere che tra un lombrico e noi…).

Con il comando: “Quando pregate, dite…”, Gesù non intende in primo luogo offrire una formula di preghiera, ma trasformare in profondità la realtà del nostro essere, facendo di noi, per la potenza del suo Spirito, “figli di Dio”.

Ecco il senso “performativo” della parola di Gesù: “Quando pregate, dite…” ha il medesimo valore della prima parola divina nella Bibbia “Sia la luce!… e la luce fu”

Ecco che cos’è la Liturgia: Dio opera la trasformazione della nostra identità e da creature destinate al niente, ci fa divantare ed essere realmente “figli di Dio”.

La Liturgia, prima che “esprimere” qualcosa di nostro, “imprime” l’opera di Dio in noi: rende disponibile qui ed ora, la forza performativa della parola e dell’opera di Cristo.

Mentre ci impegnamo tanto a portare la vita di ogni giorno dentro alla Messa (basti pensare a certi atti penitenziali, certe preghiere dei fedeli, certi offertori, certi canti, certo modo di vestire…) dovremmo invece impegnarci a portare la Messa dentro alla vita, cioè questa realtà trasformante e trasformata, che l’anima di ogni impegno cristiano.

La preghiera autentica, e massimamente la Liturgia, non ha lo scopo primario  di esprimere qualcosa di nostro a Dio, né tanto meno di comunicare qualche messaggio ai convenuti (questi aspetti ci sono, ma sono secondari), ma iniziare e accrescere la nostra nuova incommensurabile dignità: essere figli di Dio, l’unico Corpo di Cristo.

L’animazione liturgica (mistagogia), dunque è qualcosa che impegna soprattutto il prima e il dopo della celebrazione, perché chiunque partecipa alla Liturgia, a prescindere dalle cose che fa (o non fa), deve poter semplicemente celebrare, cioè aprire il cuore all’opera di Dio. La partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa che insegna il Vaticano II, non consiste prima di tutto nel fare, dire o cantare delle cose (anche), ma nella coscienza profonda che nei santi misteri è Dio che è all’opera per la nostra santificazione.

Portare la vita nella Messa o la Messa nella vita?

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