il fallimento delle parabole

Undicesima domenica del Tempo Ordinario B

Abbazia di Zola Predosa 13 giugno 2021

Nelle settimane passate, rivissuto il compiersi del mistero pasquale di Cristo, abbiamo celebrato le solennità che ci hanno fatto contemplare la grandezza del mistero e del dono di Dio e così abbiamo ripreso il ciclo delle domeniche del tempo ordinario, caratterizzate dalla lettura continua (quest’anno) del Vangelo secondo Marco e di alcuni passaggi, in alcune domeniche estive, del vangelo secondo Giovanni.

Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci ha offerto due parabole, brevi ma dense di significato per la nostra vita di fede: la parabola del seme che cresce solo nel buio della terra e la parabola del minuscolo chicco di senape.

Ma credo che sia bene partire, nella nostra riflessione, dalla considerazione finale del brano che abbiamo ascoltato.

L’evangelista riferisce che Gesù «senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa».

Su questo punto, Gesù aveva avuto con i discepoli una discussione piuttosto vivace: è evidente che questa modalità della predicazione del Signore aveva costituito un problema e costituisce un problema anche per noi.

“Perché usi le parabole? Perché non parli apertamente?”: questa era la critica che i discepoli gli avevano mosso più volte. “Hai davanti una grande folla, che pende dalle tue labbra… hai un successo enorme… molta gente è convinta che tu darai finalmente una risposta alle loro attese più profonde… tanti vorrebbero avere da te una parola esplicita, delle direttive pratiche, perché questa è la volta buona che il Regno di Dio vendichi tutte le umiliazioni del popolo e si instauri nel mondo in modo efficace e duraturo…”.

Quanto vorremmo anche noi una parola chiara, convincente! Il Vangelo è avvolto di tante incertezze, di troppi misteri. I metodi scelti dal Signore non sono i più persuasivi; la gente che ha chiamato a collaborare con lui spesso non è credibile, è lenta, piena di limiti, di contraddizioni…

Perché non possiamo ascoltare una parola che ci metta con le spalle al muro? Perché non ci sentiamo dire una parola definitiva, chiara, dalla quale appaia con evidenza la forza della verità e del bene?

Perché dovremmo credere che un uomo morto e sepolto oggi sia vivo? Perché dovremmo credere che il bene e il male non sempre sono ciò che a noi sembra essere bene o male? Perché dovremmo fidarci di una parola che troppo spesso non è vissuta neanche da chi la predica? 

È curioso come molti predicatori e commentatori del vangelo si affannino a spiegare che Gesù usa le parabole per parlare un linguaggio vicino alla gente, per essere più comprensibile, per entrare nel vissuto dei suoi interlocutori. Ma non è vero. Semplicemente, non è vero.

Da un punto di vista delle strategie di comunicazione, le parabole sono un fallimento quasi completo e Gesù stesso lo ha ammesso, citando il profeta Isaia: «Tutto avviene in parabole perché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e perché non venga loro perdonato». (cfr Mc 4,12).

Affermazione pesante che, tra l’altro, non vale solo per i discorsi di Gesù, ma vale per ogni aspetto della sua vita: “Tutto avviene in parabole…”.

Questo è il primo scoglio che dobbiamo affrontare: Gesù alla folla parla in parabole, «ma in privato ai discepoli spiegava ogni cosa», dove nel testo originale c’è una enfasi che è intraducibile in italiano, sul fatto che questo discorso aperto avviene solo verso coloro che gli appartengono, che sono suoi, che sono discepoli.

Che vuol dire che Dio non toglierà mai a nessun uomo la necessità e la fatica di credere o, per restare al linguaggio del brano di oggi, la necessità e la fatica di lasciare la folla, di prendere posizione e di decidere di entrare nella sua casa, decidere di essere suoi, di appartenergli.

Le parabole che Gesù racconta alla folla, insieme agli accadimenti della sua vita, contengono tutta la verità del Regno di Dio, contengono tutti i segreti nascosti e il disegno che Dio ha per il bene e la salvezza di tutti gli uomini. 

L’infinita distanza che separa gli uomini dal Regno dei cieli è stata colmata proprio dal Regno stesso che in Cristo si è fatto vicino, accessibile, ma resta e deve restare per l’uomo la necessità di fare l’ultimo decisivo passo, quello della fede.

E sia benedetta questa “politica dell’ultimo passo” che Dio non ha voluto risparmiare a nessuno: Dio vuole rivelarci la verità del suo amore, ma non vuole prenderci per la gola. Non ci metterà mai con le spalle al muro.

Sia benedetta allora la “fatica di credere”, una fatica che va messa sul conto dell’amore di un Dio che propone e non si impone: che corre il rischio di essere rifiutato, per avere la gioia vera di essere creduto.

Proprio perché non è inevitabile ci è data la possibilità di dire veramente il sì della fede; proprio perché la verità del Vangelo non appare con la forza dell’evidenza, ci è dato lo spazio per correre il rischio, per dire un sì vero e, per certi aspetti, per conquistare quello che Dio vuole donarci.

La luce e la chiarezza solare dei misteri del Regno di Dio appaiono in tutta loro forza solo quando rinunciamo a mettere Dio sotto esame, come se spettasse a lui l’onere della prova, e cominciamo invece a fidarci di lui, a camminare con lui, a desiderarlo, a vivere in lui: in una parola ad amarlo.

La fede è una vera forma di conoscenza, perché consente di vedere oltre la realtà che appare, ma non è una attività solo intellettuale: la fede è anche soprattutto fiducia, comunione con il Signore, intimità, reciproca appartenenza.

Le parabole del seminatore (che era presente nel brano immediatamente precedente) e quelle che invece si soffermano sul seme, sembrano essere un poco il modo con cui Gesù mette le mani avanti rispetto a quello che umanamente apparirà come un fallimento del Regno di Dio.

Già san Giovanni Crisostomo rilevava che davanti alla parabola del seminatore ci sarebbe stato di che spaventarsi: di fatto i tre quarti della semente andranno sprecati: tra semi caduti per la strada, in mezzo ai rovi o nel terreno sassoso; e anche la dove cadesse sul terreno adatto, non sempre il risultato è il 100 per uno, ma può essere anche molto meno.

Ed è vero: se guardiamo come vanno le cose, siamo tutti tentati di scoraggiarci.

Le due parabole di oggi sono proprio un aiuto a superare questa insidia.

Gesù ci invita a non darci pena di fronte a quelli che appaiono come fallimenti dell’opera di Dio. Se il seme posto nel terreno fosse continuamente spiato, manipolato non potrebbe portare il suo frutto, che ha bisogno invece di tempo, di buio e di quiete.

Il frutto non dipende dalle nostre frenetiche strategie pastorali, non dipende dal nostro attivismo: è il seme, cioé la Parola di Dio, che ha in se stesso la forza di portare frutto e ha solo bisogno di essere accolto in un terreno disponibile.

Forse con la parabola Gesù vuole anche aiutarci a non avere timore del comportamento di Dio, che pare a volte lontano, assente, incurante.

Molte volte Dio assomiglia a quel seminatore: “dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”.

E in effetti è proprio lui il seminatore della parabola: qualcuno infatti ha osservato che l’ordine delle parole ha un senso preciso: dormire e poi vegliare; la notte e poi il giorno. C’è qui un presagio del mistero pasquale, della morte e sepoltura di Cristo e della sua risurrezione.

Ogni passo del nostro cammino di fede, porta questa impronta pasquale “di notte verso il giorno”, “di morte verso la vita”.  

Il vero credente non deve mai giungere a conclusioni inopportune. Il giudizio su quando è il tempo in cui raccogliere i frutti appartiene solo a Dio.

L’altra parabola è appunto quella del granello di senape.

Mi piace rileggerla con le parole del grande santo di cui oggi facciamo memoria: Antonio di Padova.

Cristo – disse Antonio in una sua predica – «è come il granellino di senape, seminato nel giardino della beata Vergine Maria: per la povertà e l’umiltà fu il più piccolo di tutti i semi, cioè di tutti gli uomini, nella sua natività; crebbe quindi nella sua predicazione nel compimento dei miracoli: e in questo fu più grande di tutte le piante, cioè di tutti i patriarchi dell’Antico Testamento. Diventò poi un albero nella sua risurrezione e allargò i suoi rami con la predicazione degli Apostoli, e cosi gli uccelli del cielo, cioè i fedeli della chiesa, accorrono per mezzo della fede, e per mezzo della speranza e della carità prendono dimora tra i suoi rami, cioè nel suo insegnamento e nei suoi esempi».

Ecco l’impronta pasquale di questo dipanarsi del Regno di Dio nelle vicende umane: l’infinitamente grande si è fatto chicco di senape; il Signore Gesù, ha sposato la fragilità della nostra natura umana, fino ad essere deposto esanime nel cuore del terra.

E proprio così è diventato luogo di rifugio e causa di salvezza, per tutti quelli che credono in lui.

Viviamo tempi davvero complicati: siamo insidiati da un senso di crisi che sembra senza fine e da una perdita di credibilità di molte istituzioni, anche ecclesiastiche. Ci contiamo e siamo sempre troppo pochi, siamo sempre meno…

Ma il mondo, la Chiesa e ciascuno di noi, un salvatore ce l’ha già, ed è colui che ha dato la vita per noi.

Diceva ancora Sant’Antonio: «Beati coloro che sanno vedere adesso, per mezzo della fede, colui nel quale sono benedette tutte le genti, e che lo vedranno poi di presenza nella gloria celeste e lo sentiranno dire: “Venite, benedetti del Padre mio”. Cristo stesso si degni di condurci a questa visione e ad ascoltare questa voce, egli che è Dio benedetto nei secoli eterni. Amen».

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