16ma domenica del tempo ordinario C
Abbiamo ricordato lunedì scorso il Cardinale Giacomo Biffi nel settimo anniversario della sua morte. Mi sembra bello lasciare a lui la parola a commento del Vangelo di questa domenica, un brano che tra l’altro assume un rilievo particolare poiché i Vescovi italiani lo hanno scelto un po’ come bussola per il prossimo anno pastorale.
L’episodio raccontatoci dalla pagina di Luca, che abbiamo ascoltato, è tra i più suggestivi di tutta la narrazione evangelica.
Ha un’ambientazione, per così dire, casalinga. Siamo a Betania, la località che il viaggiatore proveniente dal deserto di Giuda incontra poco prima di arrivare a Gerusalemme.
Gesù, che ha percorso proprio quel cammino spossante, ha colto con gioia la possibilità di riposarsi un po’ in una dimora accogliente, prima di affrontare ancora una volta il tumulto della capitale e le fatiche della sua missione.
E con gioia e cordialità è stato ospitato da Marta, una massaia solerte, che viveva con una sorella minore di nome Maria.
Qui non compare, ma dal Vangelo di Giovanni sappiamo che lì vicino abitava anche un fratello di nome Lazzaro: tutti e tre i fratelli erano legati al Maestro di Nazaret da una solida e devota amicizia.
Con l’incarnazione, il Figlio di Dio si è fatto un uomo vero e completo: ha un cuore capace di affetto, e niente di ciò che è autenticamente e positivamente umano gli è estraneo.
Quello dell’amicizia è appunto uno dei valori dell’esistenza che egli ha voluto sperimentare.
Noi siamo commossi di fronte al Creatore dell’universo – colui che infinitamente trascende tutti gli esseri che prendono vita da lui – che assume questi vincoli di familiarità e di benevola comunione con le sue creature.
L’amicizia – dicevano già gli antichi – o nasce tra uguali o rende uguali coloro che entrano nel suo gioco e nella sua logica: nella figura di un Dio che si fa nostro amico è implicitamente annunciato e fondato il nostro destino di partecipi della divina natura (2 Pt 1,3), per usare le coraggiose parole della seconda Lettera di Pietro.
Ma è incantevole anche la scena dell’Unigenito del Padre che per cercarci si è fatto viandante e ha percorso le accaldate e polverose strade di Palestina, nella speranza di essere ospitato, ristorato, consolato da noi.
Non solo dunque con l’amicizia si è a noi assimilato, ma addirittura ha voluto farsi bisognoso di noi.
Io sto alla porta e busso (cf. Ap 3,20), egli dice a ciascuno di noi. Ci prega, cioè, di fargli un po’ di posto nella nostra esistenza, di dargli un po’ del nostro tempo, di prestargli un po’ della nostra attenzione.
Di fronte a questa condiscendenza di colui che è l’Assoluto e l’Incondizionato, sembra incredibile che ci siano cristiani che non sappiano trovare quotidianamente qualche minuto per lui e non sappiano donargli neppure un’ora del giorno che è suo (e perciò si chiama “domenica”).
Sembra incredibile – deve dire ciascuno di noi – che io sia così lento e anzi restio a spalancargli il mio cuore, per godere della fortuna insperata di un’intimità con lui, fortuna che ci è stata formalmente promessa: Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, e a tu per tu noi ceneremo insieme (ibid.).
Non solo dunque un ospite vuol essere Gesù, ma addirittura un mendicante sulla soglia della nostra casa: un mendicante che chiede solo un po’ d’amore.
Non vuole le nostre cose, vuole noi: vuole i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la totalità di quello che siamo.
È però un insolito mendicante: più che ricevere, dona; più che farsi aiutare, arricchisce; più che essere accettato, ci accetta e ci innesta nella sua stessa realtà.
Ci conviene quindi affrettarci ad aprirgli, perché – dice sant’Ambrogio – «Tutto abbiamo in Cristo».
«Ogni anima gli si avvicini. O che sia malata per i peccati del corpo o come inchiodata dai desideri mondani oppure ancora imperfetta, ma sulla via della perfezione grazie all’assidua meditazione…, ogni anima è in potere del Signore, e Cristo è tutto per noi.
Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento.
Dunque “gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia”» (De virginitate 99).
Due immagini di donna ci sono offerte come modello di questo riconoscimento della totalità di Cristo e della perfetta adesione a lui.
Maria appare come colei che più intimamente è affascinata dalla bellezza di questo mistero: il mistero di un Dio che si fa pellegrino, ospite, amico; un mistero che verosimilmente lo stesso Gesù le sta a poco a poco rivelando con voce ammaliante, mentre lei è seduta ai suoi piedi, dimentica di ogni altra incombenza.
Marta ci insegna che bisogna anche darci da fare perché il Signore sia degnamente ospitato; diventi cioè una presenza efficace non solo nel segreto della nostra coscienza, ma anche nell’umanità in cui viviamo.
Non viene rimproverata per il suo lavoro, senza del quale quella sera Gesù non avrebbe neppur cenato; piuttosto viene illuminata perché le molte preoccupazioni terrene non arrivino a far dimenticare il senso ultimo e la ragione vera di ciò che si compie.
E viene anche dolcemente corretta perché non sia tentata di disistimare la tensione verso la contemplazione della verità salvifica e della sapienza eterna: Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta (Lc 10,42).
«Preoccupiamoci anche noi – dice ancora sant’Ambrogio – di possedere ciò che nessuno ci possa togliere, prestando un ascolto non superficiale, ma diligente; infatti perfino i semi della parola celeste sono anch’essi portati via, se vengono gettati lungo la strada.
Ti sospinga, come Maria, il desiderio della sapienza: questa infatti è l’opera più grande, questa è l’opera più perfetta; e la sollecitudine per il ministero non ti distolga dal conoscere la parola celeste. Non criticare quindi e non pensare che perdano il tempo coloro che vedi dedicarsi alla sapienza» (In Lucam VII,85).
In fondo, l’esortazione più immediata e decisiva che ci viene da questa pagina, è il richiamo a un principio che Gesù ha chiaramente proposto, ma che noi siamo spesso nel nostro comportamento inclini a dimenticare: Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33).
Nel Regno di Dio, cioè nella vita senza fine – nota sant’Agostino – non ci sarà più la fatica dell’essere immersi nella molteplicità logorante delle cose e dei problemi; ci sarà invece per sempre l’unificazione di tutte le cose nella carità: «Transit labor multitudinis et remanet caritas unitatis».
Il Signore ci conceda di anticipare già adesso questa felice semplificazione del nostro spirito e della sua attività; di non disperderci nelle molte sollecitudini e nelle molte attrattive che passano e deludono; di indirizzare ogni nostra interiore facoltà al pensiero e alla speranza del Regno di Dio.
