23ma domenica del tempo ordinario
Credo che sia opportuno iniziare la nostra riflessione sulle letture bibliche di questa prima domenica di settembre dal brano della seconda lettura, che abbiamo appena ascoltato. È un caso più unico che raro, perché oggi abbiamo letto praticamente tutta una lettera di San Paolo, togliendo di fatto solo i saluti iniziali e quelli finali. Si tratta infatti di poco più che un biglietto che Paolo scrisse a Filemone, un cristiano di Colossi e che probabilmente era allegato alla lettera ai Colossesi. Filemone era una persona molto abbiente, divenuto cristiano insieme alla sua famiglia, grazie alla predicazione dell’apostolo.
La predicazione del Vangelo aveva spinto San Paolo ad intraprendere molti viaggi lungo il Mediterraneo, fino a che si imbatté in un uomo, dal nome piuttosto curioso “Onesimo”, che tradotto in italiano significa “Utensìle”. Il nome in realtà è molto rivelativo: Onesimo era un nome da schiavo. A quell’epoca gli schiavi valevano come le cose. Onesimo svolgeva evidentemente funzioni generiche: poteva essere utile come una vanga o un cucchiaio, come un pentolone o una zappa. Questo Onesimo era fuggito dal suo padrone che era proprio Filemone. Per gli schiavi fuggitivi, non c’era altra possibilità che la condanna a morte.
Fatto sta che Onesimo si imbatte proprio in San Paolo e accoglie la predicazione del Vangelo, divenendo anch’egli cristiano. Paolo allora decise di fare una cosa che forse potrebbe scandalizzarci: lo rimandò indietro, proprio dal suo padrone Filemone.
Il brano che abbiamo appena ascoltato non è altro che la lettera di accompagnamento: «Te lo rimando – scrive Paolo – lui che mi sta tanto a cuore (…) non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore».
Noi potremmo essere scandalizzati per il fatto che Paolo non faccia una predica sul tema della abolizione della schiavitù. Invece, come abbiamo sentito, Paolo non pretende altro, se non che Onesimo possa ritornare al suo posto senza che gli venga fatta violenza.
Ci sono altri testi nei quali San Paolo si rivolge proprio agli schiavi cristiani e dice loro di non approfittarsi nel caso che i loro padroni fossero anch’essi cristiani: anzi che per questo motivo avrebbero dovuto lavorare anche con maggiore gusto e attenzione, proprio per la fraternità che li legava.
Perché il cristianesimo è certamente una rivoluzione, ma una rivoluzione che non parte mai dallo stravolgimento dell’ordine sociale: è una rivoluzione che parte anzitutto dalla coscienza e dal cuore.
Paolo raccomanda esplicitamente tanto ai padroni quanto agli schiavi di rimanere al loro posto. Ma è il cuore che è cambiato. La rivoluzione parte da dentro.
La nuova fraternità cristiana supera la separazione tra schiavi e liberi, e innesca nella storia un principio di promozione della persona che porterà all’abolizione della schiavitù, ma anche ad oltrepassare altre barriere che tuttora esistono. Per la verità è una storia molto lunga, perché passeranno dodici secoli prima che l’istituto della schiavitù venga abolito e, come sapete, questo è un vanto proprio della città di Bologna, la città dei santi Vitale e Agricola, lo schiavo e il suo padrone. La servitù della gleba venne abolita con l’atto chiamato Liber Paradisus, nel 1259.
Si potrebbe discutere sul perché ci volle tanto tempo, ma è proprio evidente che generazioni e generazioni di cristiani non avvertirono la necessità di sovvertire, magari in modo violento e rivoluzionario, l’ordine costituito, perché il vangelo aveva già dall’interno disinnescato la lotta tra schiavi e padroni, proclamando la fraternità, la dignità della persona, il dono inalienabile della libertà che viene da Dio e non dall’uomo.
Commentando questa vicenda di Filemone e Onesimo, qualche anno fa, papa Benedetto diceva: «Da questa particolare esperienza di san Paolo con Onesimo, può partire un’ampia riflessione sulla spinta di promozione umana apportata dal Cristianesimo nel cammino della civiltà, e anche sul metodo e lo stile di tale apporto, conformi alle immagini evangeliche del seme e del lievito: all’interno della realtà storica i cristiani, agendo come singoli cittadini, o in forma associata, costituiscono una forza benefica e pacifica di cambiamento profondo, favorendo lo sviluppo delle potenzialità interne alla realtà stessa. E’ questa la forma di presenza e di azione nel mondo proposta dalla dottrina sociale della Chiesa, che punta sempre alla maturazione delle coscienze quale condizione di valide e durature trasformazioni».
Vorrei rilanciare queste parole così meditate, proprio in questo mese nel quale anche noi credenti siamo invitati a riflettere sulle nostre responsabilità sociali e politiche e a farlo come singoli e anche nelle forme associate della nostra vita di cittadini.
La maturazione delle coscienze: questa è la vera rivoluzione e l’unica premessa per creare le condizioni di “valide e durature trasformazioni”.
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Ma veniamo, brevemente alla pagina del vangelo.
“Una folla numerosa – così abbiamo appena ascoltato – andava con Lui“.
Perché lo facevano? Che cosa si aspettavano? Avevano tutti le idee chiare su Gesù? Da quali motivi erano spinti?
Questi interrogativi riguardano anche noi che, come dice l’evangelista, stiamo “andando con lui”.
Curiosamente la prima impressione è che Gesù tenda piuttosto a scoraggiare che a invogliare la gente a seguirlo. Non sono proprio le parole di un acchiappa popoli. Tutt’altro.
Da sapiente Maestro, Gesù non vuole che le persone si leghino a lui sull’onda di un entusiasmo superficiale, ma facili poi a stancarsi e quindi a defilarsi e a “piantarlo”.
Questa è forse una delle tentazioni più tipiche del nostro tempo, così sovraesposto sul piano delle emozioni: di scambiare anche la fede per un sentimento; o perché abbiamo vissuto un’esperienza spirituale forte, un pellegrinaggio, o perché abbiamo incontrato una personalità religiosa che ci ha toccato, o perché ci siamo sentiti parte di qualcosa di grande e di bello…
Ma poi si torna a casa, finisce il tempo delle facili emozioni e si ritorna ad una quotidianità poco esaltante.
Guai a noi se scambiamo la fede con un sentimento! La fede è anzitutto una via di conoscenza, è la possibilità donata per grazia, di conoscere chi è Cristo e chi sono io per lui.
La fede è una presa di posizione contro tutte le apparenze contrare. E la fede vive di decisione, di perseveranza, non di entusiasmi o emozioni di un momento.
Siamo così tanto propensi a scambiare la fede per un sentimento, che a volte ci convinciamo perfino di non avere fede se non “sentiamo” qualcosa, se semplicemente stiamo tirando avanti la carretta, o – meglio – se stiamo, così poco poeticamente, portando la croce di ogni giorno.
Gesù chiede un amore che non tema confronti. Non ci proibisce d’amare; non ci proibisce di nutrire affetto per coloro che il sangue o l’amicizia o le circostanze della vita ci hanno collocato vicino; non ci proibisce di contrarre dei forti legami, che sono fonte insieme di grande dolcezza e di grande sofferenza, perché chi più ama più è chiamato a soffrire.
Non ci proibisce di amare, ma vuole che l’amore per lui sia al di sopra di tutto, sia il più grande, il più tenace, il più appassionato: amarlo anche più della propria stessa vita.
Più profondamente, il Signore ci chiede di credere fermamente che ogni “no” che siamo chiamati a pronunciare e a vivere nelle scelte personali – ma anche in quelle sociali e politiche, come ricordavamo – nasconde in realtà un “sì” più grande; è il sì all’amore vero, sì alla vita, alla verità, alla persona umana e alla sua dignità, sì alla giustizia, alla pace, all’amore, alla coscienza retta, al rispetto del creato.
Per essere cristiani non basta che nella nostra esistenza ci sia anche Gesù. Non basta nemmeno che sia il “primo”: Gesù vuole essere tutto per il discepolo.
Certo Gesù pretende molto da noi, ma in realtà è disposto a darci lui stesso, con la sua grazia, proprio quello che pretende da noi.
