bando ai sensi di colpa

24ma domenica del tempo ordinario C

Saletto, San Petronio, Cattedrale 10-11 settembre 2022

La liturgia di questa domenica ci ha donato una pagina evangelica ampia e ricca di luce, le parabole della misericordia: la pecorella smarrita, la moneta perduta e il figliol prodigo. 

Dopo le prime due parabole Gesù fa una affermazione che è in realtà la chiave per comprendere tutto il brano: «vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». 

Conversione, dunque, ma inaspettatamente questo concetto si riveste di un significato del tutto nuovo: perché la pecorella non è tornata da sola al suo ovile, così come la moneta non si è infilata da sola nel salvadanaio. Entrambi sono state ritrovate da chi le cercava!

Anche nella parabola del figliol prodigo abbiamo potuto vedere come il pensiero che spinge il giovane a tornare a Dio, non è tanto la considerazione della propria vergogna e neppure il rimorso delle proprie colpe, ma il pensiero del padre, del pane abbondante nella sua casa: anche in questo caso è in realtà il padre che raggiunge il figlio, attraverso la memoria e il desiderio della sua tenerezza.

Se nell’Antica Alleanza convertirsi significava decidersi a tornare a Dio, nella Nuova Alleanza scopriamo con stupore che conversione è piuttosto accogliere Dio che è venuto a cercarci. 

Così capiamo anche che c’è una differenza abissale tra pentimento e senso di colpa o rimorso. Il rimorso è una reazione naturale, appartiene alla nostra sensibilità umana e non ha una natura veramente spirituale. Il rimorso o senso di colpa è una reazione talmente naturale che riusciamo anche a immaginarci il muso di un cane che ha sensi di colpa.

Il rimorso è dolersi per quello che non vorremmo avere fatto, per quello che vorremmo essere e non siamo. Se l’egoismo è guardare a se stessi, il rimorso è in realtà una forma bastarda di egoismo, perché è anch’esso un modo di guardare a se stessi; male, ma sempre se stessi! Non poche volte il diavolo ha facile gioco a insinuarsi nei nostri rimorsi e sensi di colpa. 

Rimorsi e sensi di colpa sembrano avere tutte le ragioni a causa delle nostre cadute: per questo li assecondiamo e diamo loro spazio. Ma spesso siamo così presi dal desiderio di scrollarci di dosso l’incoerenza e la contraddizione delle azioni sbagliate, che – perfino in confessionale – non ci preoccupiamo di celebrare la misericordia di Dio e di incontrare davvero lo sguardo tenerissimo del Salvatore.

Con il risultato che così paradossalmente possiamo perfino confessarci, senza convertirci.

Ma, come ci rivela il Vangelo, il Signore non cerca da noi rimorsi o sensi di colpa. Il Signore cerca pentimento.

Il senso di colpa, dicevamo, nasce guardando a se stessi, a ciò che vorremmo essere e non siamo. Il senso di colpa fa di noi e delle nostre frustrazioni la misura del bene.

Il pentimento è tutta una altra cosa. Il pentimento è un atto d’amore: non nasce guardando a se stessi (che sarebbe egoismo) ma guardando al Signore, alla sua  croce, alla sua vita totalmente donata. 

È solo lui, Dio, la misura della verità e dell’amore.

Pentimento è gridare a Dio il nostro desiderio di amarlo, insieme alla fragilità del nostro amore: “Ti amo, Signore, ma ci sono momenti in cui cerco altre consolazioni, altre sicurezze, altre gioie”.

E così, se il senso di colpa rischia di rinchiuderci ancor di più in noi stessi, rendendoci diabolicamente impermeabili all’amore di Dio, il pentimento – quando è sincero – porta subito con sé il perdono di Dio, secondo l’insegnamento della Chiesa.

È molto significativo il fatto che nel linguaggio comune abbiamo fatto diventare il verbo “confessare”, sinonimo di “vuotare il sacco”. Il significato vero invece di “confessione” è proclamazione della fede, testimonianza dell’amore di Dio. 

* * *

Come abbiamo ascoltato nelle parabole, il cuore di Dio è tutto rivolto verso il figlio che manca. La sua assenza è un dolore irreparabile. Rileggendo le parabole al contrario potremmo dire che Dio non si accontenta né del 50%, né del 90% e neppure del 99%. Dio non ha figli da buttare. Preferisce perdere se stesso che perderne uno.

È stato anche notato che la dracma, cioè la moneta di cui parla la seconda parabola, non è in se stessa un taglio di grande valore. Il suo valore però nel vangelo non si calcola rispetto al peso del metallo, ma a partire dalla passione di quella donna e dalla sua determinazione assoluta a cercare l’unica dracma smarrita. 

È dunque proprio la passione di Cristo che ci rivela il valore infinito e imparagonabile di noi stessi e di ogni singola vita umana, perché per trovare noi Dio ha perduto se stesso. 

Solo l’evangelista Luca riferirà un fatto accaduto durante la Passione di Gesù: quello del cosiddetto “buon ladrone”. Quell’ultimo momento, che precede sia la morte di Gesù che quella del malfattore, in fondo è la concretizzazione di quanto il Signore ha insegnato nelle parabole della misericordia. 

Al di là di ogni suggestione poetica, quell’uomo – che per essere stato condannato a morte dai romani è stato certamente un malfattore e un assassino – quell’uomo è in realtà la moneta perduta, la pecorella smarrita; ed è proprio per essere accanto a lui e per salvarlo che Gesù è salito sulla croce. 

L’accostamento delle parabole o della catechesi di Gesù sulla misericordia con il fatto accaduto del Signore crocifisso accanto al ladrone, ci aiuta a ricordare che cosa significa concretamente questo desiderio di Dio: il Signore viene a cercarci là dove siamo, nel fango degradante del peccato, delle infedeltà, dei tradimenti, della incredulità, negli urli sordi della disperazione. 

La carne di Cristo nata da Maria è dunque la nostra unica speranza; il suo sangue prezioso effuso nella sua dolorosa passione è il prezzo della nostra salvezza. 

L’amore di Dio non è un amore solo dichiarato e intenzionale, ma è un amore inchiodato ad una croce, senza condizioni, esposto perfino al terribile rischio di essere tradito e misconosciuto. 

* * *

Ma la parabola del figliol prodigo, la più articolata delle tre, ci dice qualcosa di più sulla misericordia di Dio e sulla conversione dell’uomo. Il figlio peccatore – sempre amato dal padre anche quando è lontano – viene riabbracciato e riaccolto solo quando torna a casa, mostrando il desiderio cambiare vita. 

Non può essere diversamente: la misericordia di Dio non è un colpo di spugna, un far finta di niente. Misericordia non è accettazione passiva del male o rassegnazione di fronte alle aberrazioni. Significherebbe rendere Dio complice del male, il che è impossibile. Il bene o il male non sono affatto affatto la stessa cosa. 

Chi ha peccato, chi ha predicato e predica la menzogna; chi ha contribuito, anche solo con la sua parola, i suoi scritti – o il suo voto – a uccidere la vita innocente; chi ha peccato e pecca contro la verità, non troverà nessuna misericordia presso Dio, fino a che non dirà apertamente e dolorosamente: “Ho sbagliato”. 

Se proprio vogliamo dire che questa è una condizione, l’unica condizione che ci separa dalla misericordia inchiodata del Signore è mostrare di desiderarla, chiamando ogni cosa col proprio nome, senza cercare giustificazioni: proprio come il buon ladrone che “rubò” l’amore del Signore riconoscendo che quella croce era proprio ciò che lui giustamente meritava.

Il salmo con il quale abbiamo pregato tra le letture, riprendeva in parte le parole del buon ladrone, parole che vogliamo fare nostre: «Ricordati di me nel tuo amore»; «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi». «Crea in me, o Dio, un cuore puro».
 

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