Trentunesima domenica del tempo ordinario C
Gerico: la pagina evangelica di questa domenica è ambientata in questa città assolutamente emblematica.
È considerata la città più antica del mondo. Esisteva 9000 anni prima della venuta di Cristo. Pare che il suo nome fosse legato ad antichi culti in onore della luna.
Ma Gerico ha anche il primato di essere la città collocata nel punto più basso del nostro pianeta: nella depressione del Giordano e del Mar Morto a 250 metri sotto il livello del mare.
Gerico è la base di partenza dell’ultima tappa del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso il compimento della missione che gli è stata affidata dal Padre: Gesù è il buon samaritano che fa il cammino al contrario rispetto al malcapitato della parabola: sale da Gerico a Gerusalemme per andare fino in fondo, per dare la vita, per salire sulla croce e riscattare tutto ciò che è umano, compresa la morte.
Di Gerico, la Bibbia ricordava la storia della prostituta Raab che accolse in casa sua le spie degli Israeliti che dovevano esplorare la città per conquistarla insieme alla Terra Promessa, ottenendo con quel gesto la salvezza per se stessa e per la sua famiglia.
Nel nostro racconto non c’è una prostituta, ma un pubblicano – anzi un arci-pubblicano, come dice letteralmente il vangelo – ad accogliere in città il Signore.
Si chiamava “Zaccheo” nome che significa: “Dio ricorda”, perché anche quando l’uomo perde la memoria, Dio resta fedele e non abbandona la sua creatura.
Il vangelo ci da un’idea di questo personaggio con due pennellate rapidissime: “Pubblicano e ricco”. Insomma, le ha tutte: in quanto pubblicano è lontano dalla legge di Mosè che lo dichiara impuro; in quanto ricco, sembra il più lontano dalla prospettiva del vangelo, che paragona i ricchi ad un ridicolo cammello che cerca inutilmente di passare per la cruna di un ago.
In città c’è trambusto, ma forse c’è una voce interiore che parla più forte del trambusto e anima Zaccheo a cercare di vedere il profeta di Nazaret. Il pubblicano dunque i suoi affari e i suoi soldi per obbedire a quella che sembrava essere solo curiosità e invece era una ispirazione divina.
Tutto sembrava congiurare contro questo possibile incontro. Ci si mette anche la statura. Bisogna addirittura salire su un albero come un mocciosetto qualunque. Ma a Zaccheo non importa di esporsi al ridicolo: ha trovato un modo per rendere possibile l’incontro.
Secondo la mentalità del mondo, Zaccheo è uno che ha tutto: potere e denaro. Può dirsi un “uomo arrivato”: ha fatto carriera, ha raggiunto ciò che voleva. Come il ricco stolto della parabola potrebbe tranquillamente dire a se stesso: “ripòsati, mangia, bevi e divertiti” (Lc 12,19).
Che cosa lo spinge invece a ricercare l’incontro con Gesù? Zaccheo si rende conto che quanto possiede non gli basta, sente il desiderio di andare oltre. Gli era giunta l’eco di alcune parole inconsuete: “beati i poveri, i miti, gli afflitti, gli affamati di giustizia”.
Parole per lui strane, ma forse proprio per questo affascinanti, nuove. Vuole vedere questo Gesù.
L’albero in fondo è anche un nascondiglio per Zaccheo: da lì pensava di poter osservare senza essere visto. Si vergognava forse di questa sua ricerca interiore, come non si era vergognato di compiere le sue ruberie e le sue angherie.
È strano come a volte ci si vergogni più di confessarsi che di commettere peccati; ci si vergogni più di testimoniare apertamente la propria fede – anche solo di fare un segno di croce, o di dire una preghiera a tavola – che delle azioni dettate dalla prepotenza e dell’orgoglio.
In realtà però il Vangelo ci fa comprendere che il vero cercatore non era Zaccheo: non era il peccatore che cercava il redentore, me era Gesù che cercava Zaccheo: “Dio ricorda”…
Infatti l’evangelista riferisce che Gesù alzò lo sguardo andando a colpo sicuro, puntando a Zaccheo in mezzo alle foglie; il Figlio di Dio non lo guarda dall’alto in basso, ma dal punto più basso del mondo verso l’alto.
Zaccheo non osava neppure comparire davanti a colui che tutti ritenevano un uomo di Dio. E Gesù, che è molto di più di un uomo di Dio, come fa a toccare il cuore? Non con una predica o con un rimprovero, ma con la richiesta di un pranzo. Commenta Sant’Ambrogio: «prima ancora di essere invitato, si invita».
Nelle parole semplici ed essenziali di Gesù c’è una luce che ci raggiunge e ci tocca direttamente, come se davvero il Signore stesse parlando a ciascuno di noi: «Oggi, devo dimorare in casa tua».
“Oggi”: questo avverbio di tempo così decisivo c’è due volte nel racconto, ma risuona spesso nel vangelo: l’oggi cantato dagli angeli ai pastori di Betlemme; l’oggi dell’avvento del Figlio di Dio nel nostro mondo; è l’oggi della predicazione nella sinagoga di Nazaret, quando Gesù annuncia che è giunto il compimento delle Scritture; è l’oggi in paradiso che il Signore crocifisso annuncia al buon ladrone.
È l’oggi di chi accoglie nella fede il Vangelo e celebra con fiducia il mistero della salvezza.
E poi c’è quel verbo, coniugato in prima persona. Anche questo ricorre con frequenza sulle labbra di Gesù, fa sempre più impressione: «Io devo»… «devo dimorare a casa tua».
Io “devo”: il verbo più duro ma anche più illuminante di tutto il Vangelo. Gesù, il Signore, sovranamente libero, lui che non è e non può essere costretto da niente e da nessuno, Dio vero da Dio vero, “deve“.
Troviamo questo stesso verbo in contesto drammatico, quando Gesù annuncia la sua imminente passione: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno».
Noi che spesso facciamo della nostra libertà un idolo, che non sopportiamo di essere limitati o nemmeno orientati da nessuno se non da noi stessi, facciamo sempre tanta fatica a comprendere come in Dio la libertà assoluta coincida con il dovere: il dovere – in questo caso – di raggiungere l’uomo là dove è andato a perdersi, il dovere di un Dio che non dimentica la creatura tanto amata, fino a farsi non solo uomo, ma uomo che soffre e che muore.
Quante volte Zaccheo aveva pensato che la sua libertà consistesse nel non avere doveri, nel non dover rendere conto di niente a nessuno, nella possibilità di avere tutte le porte aperte, senza poi imboccarne nessuna.
Ma nell’incrocio di quegli sguardi e nella gioia di quel banchetto, parole come libertà, amore e dovere sembrano riconciliarsi.
Mentre erano a tavola, quella voce interiore che lo aveva spinto ad arrampicarsi sull’albero, indica a Zaccheo quello che “deve” fare: restituire quello che ha frodato.
Sì, deve restituire, anzi… di più… deve donare. Non è più solo il dovere imposto da una legge esterna: un dovere che umilia la sua libertà.
La decisione di Zaccheo per emendare i suoi furti, va decisamente oltre la quantità che era prevista dalla legge mosaica: restituirà addirittura quattro volte tanto. Il dovere che salva non viene dalle regole della legge, ma dall’esuberanza dell’amore.
Zaccheo aveva scoperto la gioia di amare perché era stato amato: Zaccheo aveva scoperto che l’amore ha la forza di imporre un dovere che non umilia la libertà, ma la esalta.
La storia di Zaccheo è la nostra storia. Possiamo essere più o meno lontani da Cristo… Potrà anche succedere di perderci nel cammino della vita, possiamo anche dimenticarci di lui, ma “Dio ricorda”… ogni giornata della nostra vita ci è donata proprio perché questa distanza con lui possa accorciarsi.
Come dice il Signore nell’ultimo libro della Bibbia: «Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò a lui, e a tu per tu noi ceneremo insieme».
