Battesimo del Signore – Anno A
Secondo il racconto dell’evangelista Matteo, Gesù venne dalla Galilea al fiume Giordano, per farsi battezzare da Giovanni; infatti, da tutta la Palestina accorrevano per ascoltare la predicazione di questo grande profeta e per ricevere il battesimo, cioè per sottoporsi a quel segno di penitenza che richiamava alla conversione dal peccato.
Pur chiamandosi “battesimo”, il rito proposto da Giovanni non aveva il valore sacramentale del rito che celebriamo oggi, che è l’immersione nella morte e nella risurrezione di Cristo.
Il battesimo di Giovanni, era un atto penitenziale, un gesto che invitava all’umiltà di fronte a Dio, invitava ad un nuovo inizio: immergendosi nell’acqua, il penitente riconosceva di avere peccato, implorava da Dio la purificazione dalle proprie colpe e si impegnava a cambiare i comportamenti sbagliati.
Nella legge di Mosè, non era previsto nulla di simile: questo gesto nacque spontaneamente, come una aspirazione, un desiderio di andare oltre alle prescrizioni formali, un pentimento non legale, ma animato dall’amore di Dio.
È evidente, in molti passi del Nuovo Testamento, che quello di Giovanni è un passaggio fondamentale e necessario per accogliere pienamente il Vangelo.
Quando dopo la risurrezione di Gesù, l’apostolo Pietro detterà le condizioni per individuare un sostituto dell’apostolo Giuda, dirà che deve essere uno che ha partecipato a tutti gli eventi della missione di Cristo «incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo» (At 1).
O – come abbiamo ascoltato nella seconda lettura – quando in casa di Cornelio, Pietro inaugura la predicazione del Vangelo ai pagani, parla di quanto è accaduto “cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni”.
Anche il prologo del quarto vangelo, che contiene in sintesi tutto il mistero della fede, pone il Precursore come uno spartiacque, come un passaggio necessario: “Venne un uomo mandato da Dio, e il suo nome era Giovanni”.
Il Vangelo di Cristo, dunque, comincia con Giovanni; cioé comincia con il chiamare le cose col loro nome; comincia con il chiamare bene il bene e male il male, soprattutto il male che è nel cuore di ciascuno (perché siamo molto propensi a fissarci sul male degli altri).
Facendosi battezzare da Giovanni, Gesù spinge oltre ogni limite la sua condivisione con la condizione dell’uomo, perché si mette in fila con i peccatori e si immerge egli stesso come se fosse bisognoso di purificazione.
Giovanni rimane sbalordito; riconosce in Gesù il Messia, il Santo di Dio, colui che è senza peccato, e manifesta il suo sconcerto: egli stesso, il battezzatore, avrebbe voluto farsi battezzare da Gesù.
La missione di Cristo nel mondo comincia dunque da una umiliazione straordinaria e da uno straordinario onore: si confonde con i peccatori per il loro rito di pentimento e poi riceve gloria dal cielo stesso, dalla voce del Padre.
E così appare subito che la salvezza del mondo nasce insieme dalla umiliazione e dalla gloria: dalla condanna a morte di colui che è il solo innocente e dallo splendore della sua risurrezione; dalla crocifissione subita come un malfattore e dalla vittoria pasquale.
Il Figlio di Dio, pur essendo senza macchia, si fa battezzare per spingere al massimo la condivisione con la nostra umanità ferita.
Gesù non ha in comune con noi l’esperienza amara della colpa, ma ha scelto – come era stato profetizzato da Isaia – di “essere annoverato tra gli empi”; ha accettato di essere come noi rivestito di debolezza, come noi sottoposto alla tentazione; ha voluto sottomettersi come noi alla necessità del pentimento e del dolore per i peccati: non per i peccati suoi, ma per quelli di tutta la famiglia umana.
Con il battesimo nel Giordano, Gesù si carica di tutti i nostri guai, comincia a prendere e portare su di se il peccato dei molti, si prepara a essere “trafitto per i nostri delitti e schiacciato per le nostre iniquità”, come era stato predetto nelle profezie di Isaia.
Per questo atto immenso d’amore per Dio e per l’uomo, lo Spirito di Dio si manifesta e viene come una colomba sopra di Lui, vero Dio e vero uomo, e in quel momento l’amore che unisce il Figlio al Padre viene testimoniato apertamente da una voce dal cielo, a quanti accorrono al battesimo.
È la prima epifania della Trinità: il Padre, il Figlio, l’Amore.
Dio Padre manifesta apertamente agli uomini, e dunque a noi, la comunione profonda che lo lega al Figlio: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (Mt 3,17).
Gesù dunque non è solo uno di noi: che cosa ce ne faremmo di un uomo in più? Come potrebbe salvarci uno che fosse assolutamente in tutto uno di noi.
Non dobbiamo lasciarci incantare da qualche presentazione riduttiva della persona e della missione di Cristo che non riesce a cogliere in lui la natura divina ed eterna.
La fede ferma, limpida, intera nella divinità di Cristo è il fondamento necessario di tutta la nostra speranza.
Cristo non ha ricevuto nulla dalle acque del Giordano, ma immergendosi in esse ha dato al battesimo cristiano la forza di rigenerare a vita nuova nella fede.
Donandoci la fede, il Signore ci ha dato ciò che abbiamodi più prezioso nella vita, e cioè il motivo più vero e più bello per cui vivere: è per grazia, per puro dono, che abbiamo creduto in Dio, che abbiamo conosciuto l’amore, con il quale vuole salvarci e liberarci dal male.
Attraverso il sacramento del Battesimo e della Confermazione, anche noi siamo stati chiamati figli di Dio e siamo stati consacrati per la missione alla quale ciascuno, in modi diversi è stato chiamato.
Ricevendo il Battesimo, abbiamo ottenuto in dono un sigillo spirituale indelebile, il “carattere”, come dice il Catechismo: una impronta indelebile che ha segnato per sempre la nostra appartenenza al Signore e ci rende membra vive del suo corpo mistico, che è la Chiesa.
E ogni volta che veniamo aspersi o ci segniamo con l’umile segno dell’acqua santificata dalla potenza di Cristo, si ravviva in noi questa appartenenza e questo legame e si rafforza la nostra lotta contro il male.
Chi mantiene viva dentro di sé la grazia del battesimo, deve continuare ad avere acuto il senso del peccato, della sua bruttezza, della sua gravità, anche in contrasto con un mondo che, non percepisce più molto la differenza tra il bene e il male e sembra pensare tutto ugualmente consentito, sia indifferente…
E Gesù – dice la narrazione evangelica – “vide aprirsi i cieli”. Proprio per quella umiliazione ed esaltazione di Cristo, torna a fiorire la nostra speranza in un destino di gioia e di vita senza fine e ci viene dato il gioioso diritto di guardare in alto.
