ecco l’agnello

Seconda domenica del tempo ordinario A

Zola Predosa 15 gennaio 2023

La liturgia di questa domenica ci invita ad indugiare ancora un poco presso le rive del fiume Giordano, per entrare con più profondità nel mistero che è accaduto, quando il Signore Gesù si è immerso in quelle acque fangose.

E lo facciamo attraverso lo sguardo del testimone privilegiato, Giovanni il Battista, che oggi offre la sua testimonianza personale.

Noi conosciamo più nel dettaglio, attraverso gli altri  evangelisti, l’identità del Precursore: è il figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta, dunque – in quanto appartenente alla tribù di Levi – era destinato anch’egli alla funzione sacerdotale, che consisteva, in modo particolare, nell’offerta dei sacrifici prescritti dalla Legge mosaica: questi sacrifici si potevano celebrare esclusivamente nell’unico luogo sacro di Israele, che era – come sapete bene – il tempio di Gerusalemme.

Giovanni però, la cui nascita era stata accompagnata da eventi prodigiosi e che, attraverso la Vergine Maria cugina di Elisabetta, era parente di Gesù, sente nel suo cuore di essere stato chiamato per certi aspetti ad una missione diversa, senza in realtà rinnegare quella dei leviti.

Tra i compiti dei sacerdoti leviti, vi era quello di indicare al popolo quanto era dettagliatamente stabilito nelle Scritture, perché i sacrifici offerti fossero graditi a Dio. 

Era attraverso questi sacrifici che ogni giorno si rinnovava nel Tempio l’alleanza con Dio, si invocava la misericordia e il perdono dei peccati, si consacrava la vita alla sua volontà.

Ma le antiche Scritture, attraverso i profeti, orientavano anche verso una comprensione nuova, diremmo “spirituale”, di quanto era prescritto legalmente: l’obbedienza che Dio cercava nel cuore dei credenti non si risolva solo nella esattezza materiale dei riti prescritti, che è soltanto un segno esteriore: Dio cercava piuttosto l’obbedienza del cuore e della vita: in altre parole, la conversione.

Ne abbiamo una traccia ad esempio nelle parole del Salmo responsoriale: «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato». 

Come dire: “Tu non stai cercando la perfezione esterna dei riti, ma dandomi quelle regole così serrate e dettagliate che regolano il culto del Tempio, in realtà tu mi insegni ad aprire le orecchie del cuore… Tu non cerchi solo che ti offra il sangue di un animale, magari per scavarmi di dosso il problema dei miei peccati e poi sentirmi ipocritamente a posto davanti a te… Tu vuoi il mio cuore, tu vuoi che viva nella tua volontà: Allora ho detto: «Ecco, io vengo»”.

“Cos’altro c’è scritto nei rotoli sacri, se non che io faccia la tua volontà? «Mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel profondo del mio cuore»”. (Cfr Sal 39).

Questo è il senso della missione del levita Giovanni Battista: la compie non nell’area ritualmente sacra del Tempio di Gerusalemme, ma nell’area spiritualmente sacra del deserto, cioè della verità nuda e cruda di quello che siamo davanti a Dio; la verità dei nostri limiti e della nostra durezza di cuore.

Per due volte, oggi sentiamo il Battista affermare: «Non lo conoscevo». Parole con le quali Giovanni non vuole rinnegare la loro parentela o la loro amicizia, anche se non abbiamo notizie di una loro comunque probabile frequentazione giovanile.

Piuttosto Giovanni vuole testimoniare che la sua missione non si fonda sulla relazione umana che li unisce, ma sulla rivelazione di Dio. 

Nel cuore di Giovanni rimbomba potente la voce del Padre che era risuonata sulle acque e ripete: «E io ho visto e testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Così Giovanni compie l’ultimo decisivo atto sacerdotale dell’Antico Testamento indicando Gesù: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».

Questa immagine di Gesù “agnello” produce in noi, ad un primo impatto, un effetto alquanto innocuo e si tinge forse di un certo romanticismo e non riusciamo a coglierla in tutta la ricchezza di significato   che le attribuisce la Scrittura.

Il Figlio di Dio si è presentato agli uomini come proprio non ci aspettavamo minimamente.

Forse noi, più che un agnello che toglie i peccati e porta redenzione, ci saremmo aspettati piuttosto nel Messia un leone, che con la sua forza scardina i poteri occulti e le forze perverse e crea un mondo nuovo.

Eppure, la salvezza del mondo consiste proprio nel fatto che Gesù viene a noi come agnello.

Ogni giorno nel Tempio di Israele, al mattino e alla sera, doveva essere immolato un agnello; il sacrificio diventava particolarmente solenne nel giorno della espiazione (Yom Kippur, il capodanno ebraico) e nella festa di Pasqua, quando si immolava addirittura un agnello per famiglia.

Questo sacrificio era la memoria rinnovata del sangue di quell’agnello con il quale furono segnate le case degli Israeliti in Egitto, quando furono preservati dallo sterminio dei primogeniti.

Ma vale la pena di ricordare anche che, nella lingua parlata da Gesù, la stessa parola “agnello”, significa anche “servo” e già nei profeti, in particolare in Isaia, si cominciava a comprendere che il vero agnello che avrebbe compiuto la salvezza definitiva del Popolo, sarebbe stato proprio il Servo di Dio, colui che avrebbe portato al popolo la salvezza. 

Ricordiamo la profezia di Isaia: «Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca». «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti». (Is 53).

O, come abbiamo ascoltato oggi nel profeta Isaia: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

E infatti il Battista annuncia che la missione di Gesù, il “Servo-Agnello di Dio” è a beneficio non solo di Israele, ma di tutto il mondo: “egli porta su di sé il peccato del mondo”. Con quelle parole dunque, il Battista annuncia la nuova, definitiva, radicale alleanza di pace tra Dio e ogni uomo, di ogni tempo e luogo.

Ma le parole di Giovanni si caricano anche delle profezie contenute nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, potremmo dire il sigillo della rivelazione.

Nelle visioni dell’Apocalisse irrompe sulla scena un misterioso Agnello, “sgozzato eppure eretto, in piedi” (Ap 5,6), che è l’unico in grado di aprire e di interpretare il rotolo dei misteri della storia e riceve adorazione da tutte le creature.

Questa immagine, apparentemente contraddittoria, di un agnello immolato a allo stesso tempo eretto, vuol dirci che Gesù, benché ucciso con un atto di violenza, invece di stramazzare a terra, sta paradossalmente ben fermo sui suoi piedi, perché con la risurrezione ha definitivamente vinto la morte.

È la visione definitiva. Gesù, il Figlio di Dio, in questa terra è un Agnello indifeso, ferito, morto. E tuttavia sta dritto, sta in piedi, sta davanti al trono di Dio ed è partecipe del potere divino. 

Così l’ultima testimonianza della Scrittura sembra dirci: abbiate fiducia in Gesù, non abbiate paura dei poteri contrastanti, della persecuzione, delle tribolazioni della vita! 

L’Agnello ferito e morto vince! Seguite l’Agnello Gesù, affidatevi a Gesù, prendete la sua strada! L’Agnello immolato ed eretto è l’unico che può fare realmente luce sulle inquietudini della storia e della nostra vita personale, di questa vita che appare talvolta così assurda.

E a questo punto, non possiamo non ricordare che le parole del sacerdote Giovanni Battista, nella Liturgia della Chiesa stanno sulle labbra del presbitero, nel momento in cui siamo invitati a partecipare al sacrificio di Cristo.

«Ecco l’Agnello di Dio!». L’invito ad accostarsi alla Santa Comunione non è solo l’invito a partecipare un momento di condivisione, ma ad entrare nel sacrificio di colui che ha impegnato tutto se stesso contro il male, a diventare noi stessi una sola carne e un solo spirito con il Figlio di Dio, crocifisso risorto.

Noi acclamiamo Cristo Agnello di Dio, mentre vengono spezzate le sembianze del pane nell’Eucaristia, come fu spezzata la vita di Cristo sulla croce. 

Gesù Cristo è il vero agnello: il suo corpo spezzato sulla croce per la remissione dei peccati, è l’agnello che riceviamo nell’Eucaristia.

Non si può “mangiare” l’Agnello, realmente presente nell’apparenza del pane spezzato, come un semplice pezzo di pane.

Nonostante la nostra debolezza e il nostro peccato, Cristo ha offerto la sua vita per dimorare in noi. Per questo, dobbiamo fare tutto il possibile per riceverlo in un cuore puro, ritrovando costantemente, mediante il sacramento del perdono, quella purezza che il peccato insidia, perché il peccato grave si oppone all’azione della grazia eucaristica in noi. 

Mangiare questo pane è comunicare, è entrare nella comunione con la persona del Signore, il vero agnello immolato e vivo. 

Questa comunione, questo atto del “mangiare”, è realmente un incontro tra due persone, è un lasciarsi penetrare dalla vita e dalla morte di Colui che è il Signore, di Colui che è il mio Creatore e Redentore. 

Dì soltanto una parola, Signore, e l’anima mia sarà salvata!

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