La Parola è una Persona

Terza domenica del T.O. A – Domenica della Parola di Dio

Cattedrale-Zola Predosa 21/22 gennaio 2023

Qualcuno ha giustamente osservato che Dio ci ha creato con due orecchie e una sola bocca: questa domenica, che per volontà del Papa da alcuni anni è dedicata in modo speciale alla Parola di Dio, ci viene dunque a ricordare che tutto nasce dall’ascolto di lui; che per un discepolo, prima ancora che dire o fare qualche cosa, è essenziale accogliere, fare spazio, ascoltare.

Sono molti i suggerimenti pratici, in questo senso, che possiamo accogliere: prima di tutto potremmo magari recuperare da qualche angolo oscuro di casa il Libro Santo, per farne oggetto della nostra meditazione.

Della Scrittura è tutta impregnata la preghiera liturgica così come dobbiamo imparare a farne il nutrimento della nostra preghiera personale.

E per questo, prima di ogni altra considerazione, dobbiamo ricordare che la “Parola di Dio” non è un libro, ma una Persona: la Persona adorabile del Figlio di Dio, il Verbo, il Logos, per mezzo del quale e in vista del quale noi siamo stati creati. 

Usiamo la parola “Vangelo”, non per identificare anzitutto un libro, o un messaggio, una dottrina, ma per identificare un avvenimento che è accaduto e accade ogni giorno nella fede, quando accogliamo la luce di Cristo, quando ci lasciamo da lui guidare e orientare; quando lo seguiamo tralasciando tutto il resto, per essere dove lui è, Figlio amato del Padre.

A proposito, questa parola così preziosa “evangelo” è contenuta anche nel brano di Matteo di questa domenica, nel versetto conclusivo: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».

Questo versetto contiene una sintesi molto preziosa della missione che Gesù ha inaugurato dopo il battesimo ricevuto da Giovanni Battista, nel fiume Giordano.

Tutta l’attività di Gesù, oggi come allora, è riconducile a queste azioni: “camminare”, “insegnare”, “annunciare” e “guarire”, dove si comprende che parola e azione sono inseparabili. 

Il “vangelo” non può essere ridotto ad un messaggio, ad un contenuto di dogmi. È anche questo, ci mancherebbe; ma prima di tutto è il contatto con colui che guarisce, che risana, che perdona, che ri-plasma, che chiama.

E ancora a proposito della parola “evangelo” (letteralmente “buona-notizia”), possiamo ricordare che ai tempi di Gesù, era usata dagli imperatori romani per i loro editti o proclami. 

Indipendentemente dal contenuto, essi erano definiti “buone notizie”, cioè annunci di salvezza, perché l’Imperatore era considerato come il signore del mondo ed ogni suo editto era indiscutibilmente foriero di bene. 

Applicare questa parola alla predicazione di Gesù ebbe dunque un senso fortemente critico, come dire: Dio, non l’imperatore, è il Signore del mondo, e il vero Vangelo è quello di Gesù Cristo.

Il brano di oggi è prezioso, anche perché contiene – secondo la narrazione di Matteo – le prime fondamentali parole pronunciate da Gesù, parole che resteranno sullo sfondo di tutto il racconto e che risuonano ancora oggi per noi, con la stessa potenza e la stessa forza.

«Da allora Gesù cominciò a predicare a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”». 

Gesù non fa prediche morali e non dà spiegazioni filosofico-teologiche. Gesù annuncia un fatto, atteso da sempre: è venuto il giorno di Dio. Conversione è aprire gli occhi, cambiare punto di vista, vedere le cose con lo sguardo stesso di Dio.

Noi siamo istintivamente propensi a vedere le cose, il presente, il futuro, gli altri, la vita… in base a noi stessi, al nostro interesse, alla nostra capacità, al nostro istinto di sopravvivenza; è il nostro “punto di vista”.

Quello che accade con l’avvento di Gesù è la possibilità di salire in alto, di accedere ad un “punto di vista” migliore sulla realtà, su noi stessi e sulle cose: la fede è l’opportunità di salire al punto di vista di Cristo stesso, di lui che solo vede le cose, il presente, il futuro, la vita, il bene e il male, per ciò che sono veramente.

Il punto di vista di Dio è diventato accessibile e ora anche nella nostra vita può regnare il Signore, se regna la verità e l’amore, se regna il bene e la bellezza, così come risplende agli occhi di Dio. 

Nei primi versetti del brano di questa domenica, viene annunciato con grande enfasi il ritorno di Gesù in Galilea, nel territorio che era appartenuto alle tribù israelite di Zabulon e Neftali.

Desta stupore il fatto che Gesù non abbia cominciato la sua missione dal luogo sacro per eccellenza che è la città santa di Gerusalemme, nel cuore della Giudea.

Anzi, i vangeli ci attestano chiaramente che uno dei principali argomenti che addirittura screditavano l’opera di Gesù era proprio il suo provenire dalla Galilea. Tra le voci contrarie a Gesù, si diceva presso alcuni: «Il Cristo viene forse dalla Galilea?» (Gv 7,41). O quando il fariseo Nicodemo chiederà al sinedrio un giudizio più equo nei confronti di Gesù, si sentirà rispondere: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea!» (Gv 7,53).

Lo storia di quella regione sembrava già finita sette secoli prima, con l’invasione degli Assiri che l’avevano conquistata e vi avevano importato culti e osservanze pagane.

Questa regione era chiamata, non senza una punta di disprezzo, “Galilea delle genti”, cioè dei pagani: è terra di confine, dove i figli di Israele, da secoli, vivono gomito a gomito con i pagani (le genti, appunto); dove, per la lontananza dal Tempio, le osservanze religiose della Legge mosaica non potevano essere seguite in tutta la loro precisione.

È una terra dove la fede si mescola all’incredulità, dove la luce avanza insieme alle tenebre; dove la fede è marginale, messa alla prova o perfino data talvolta per scontata, insignificante, superficiale o superstiziosa.

Per di più la città di Cafarnao, assolutamente sconosciuta nella Bibbia, sulle rive pescose del Mar di Galilea, aveva una numerosa presenza di stranieri con le loro culture e i loro traffici commerciali. 

Secoli prima, come ricorda l’evangelista, il profeta Isaia aveva preannunciato che proprio quella terra, quel pezzo di mondo che vale tutto il mondo, avrebbe conosciuto la gloria di Dio: “il popolo immerso nelle tenebre” avrebbe “visto una grande luce”, la luce di Cristo e del suo Vangelo.

Questa scelta precisa di Gesù ha molto da dire anche a noi: perché in fondo quella Galilea ci parla del nostro mondo, di un mondo reale, per nulla idealizzato, dove il bene è spesso soffocato dal male, dove la fede si confronta ogni giorno con la durezza della vita, o con le opinioni diverse e perfino avverse, o con l’indifferenza, con le malattie, con le violenze.

In Galilea, dunque, cioè qui, ora; nella mia vita concreta, risplende la luce di Dio e il Signore mi chiede di sollevare lo sguardo, di avere fiducia in lui, di convertirmi.

Il primo atto compiuto da Gesù consiste nel chiamare i discepoli. Di solito accade il contrario: la buona riuscita in genere consiste nel cercare la scuola migliore, l’insegnante più adatto: oggi come in antico.

Con Gesù è tutto diverso. È lui che si cerca i discepoli, chiama quelli che vuole: è lui che ha chiamato noi e non altri alla fede. Il perché solo lui lo conosce. È sua l’iniziativa.

E, come abbiamo ascoltato, Dio entra nella nostra esistenza molto spesso nel momento che si direbbe il meno opportuno.

Si potrebbe immaginare che il momento propizio per incontrare Dio sia quello ad esempio di un ritiro spirituale o di una solenne liturgia; che il luogo migliore sia un monastero o un luogo appartato, una montagna sacra, la natura selvaggia… 

E invece l’incontro accade sulle rive dal lago: cioè nel luogo del lavoro, della quotidianità, perfino della fatica, per non dire della frustrazione. Non era la pesca sportiva della domenica pomeriggio, ma il duro lavoro di chi spesso calava le reti senza frutto, con l’assillo di sbarcare il lunario.

Dentro alla vita, alla vita concreta; nella mia Galilea: qui risuona la voce di Cristo. Qui dove io vivo, dove io soffro, dove spero, dove sono annoiato o spaventato, qui Gesù vuole essere il Signore, vuole che io lo segua, per essere con lui, fino a diventare figlio, come lui.

Se per il patriarca Abramo, il primo dei credenti, la chiamata fu: “Vattene dal tuo paese, per una terra che io ti indicherò”, ora il Signore si rivolge a ciascuno di noi, dicendo: “Seguimi! Cammina dietro di me. Io sarò la tua terra; io sarò per te luce nelle tenebre, beatitudine nel perdono, liberazione, rinascita, salvezza, vita”. 

La domenica della Parola di Dio vuole riconsegnarci il libro, certamente, ma soprattutto vuole spingerci a ritrovare, nell’ascolto delle Scritture, il gusto del nostro rapporto con Gesù. 

Ma più di tutto vuole spingerci a portare dentro la vita, dentro la concreta Galilea di ciascuno di noi, il comando del Signore: “Seguitemi, camminate dietro a me! 

Il vangelo non è un libro, ma una persona; io sono la via, la verità e la vita”.

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