beati

Quarta domenica del tempo ordinario A

Zola Predosa 29 gennaio 2023

La celebrazione domenicale della Santa Eucaristia ci ha regalato questa settimana la bellissima pagina delle Beatitudini, che nella narrazione dell’evangelista Matteo apre il lungo “discorso della Montagna”, che attraversa i capitoli 5, 6 e 7 del primo Vangelo.

Se mi permettete, vorrei cogliere questa opportunità per rivolgere a me stesso e a tutti voi una calda esortazione: regaliamoci – almeno una volta nella vita – l’opportunità di leggere, o meglio di ascoltare il discorso della Montagna tutto di seguito.

Molti passaggi di questo discorso sono oggetto del nostro ascolto nelle celebrazioni liturgiche, come accadrà per alcune domeniche fino alla quaresima, ma ci capita molto raramente, forse mai, di accoglierlo in tutta la sua ampiezza e la sua forza. 

Credo che sarà un regalo che faremo a noi stessi e al cuore del nostro cammino di fede, se lo faremo con animo veramente di discepoli, circondando questo ascolto di preghiera e di disponibilità del cuore.

C’è poi un’altra considerazione che mi sembra importante ricordare per rendere più fruttuoso e incisivo questo ascolto. Forse sarò un po’ didascalico, ma mi perdonerete.

Siamo nel primo Vangelo, quello di Matteo, che accompagna in maniera prevalente le celebrazioni domenicali in questo anno liturgico.

Quello di Matteo è stato per secoli il Vangelo che ha inciso maggiormente nella predicazione e nella catechesi: è sicuramente il testo più commentato dai padri della Chiesa. Si sa di molti santi, come San Domenico, che lo impararono addirittura a memoria, tanto era frequente la sua lettura. 

Matteo si rivolgeva ad una comunità che proveniva in gran parte dal popolo di Israele, per questo attribuisce molta attenzione alle Scritture dell’Antica Alleanza e si preoccupa di presentare il Cristo come colui che compie l’antico e inaugura il nuovo Testamento.

La narrazione del primo evangelista ha una struttura molto significativa, in sette parti (dove non possiamo non evidenziare il valore biblico di questo numero che indica la pienezza): all’inizio e alla fine del vangelo, c’è 

  • il racconto degli eventi fondamentali dell’origine e della nascita di Cristo, della sua manifestazione nel battesimo fino alla sua prima lotta contro satana nelle tentazioni; 
  • e poi alla fine quello della sua Pasqua di morte e di risurrezione (che sono il cuore della missione di Cristo Salvatore e il suo della sua perenne presenza accanto al cammino della Chiesa nella storia).

Al centro di questi due elementi, il racconto è strutturato in 5 grandi blocchi, 5 come proprio 5 i libri della Legge mosaica (e anche questo ha la sua importanza), perché Gesù è quel profeta che Mosè stesso aveva preannunciato, che sarebbe venuto, che sarebbe stato più grande di lui e avrebbe compiuto le promesse di Dio.

Ognuna di questi 5 blocchi – spero che non tediarvi troppo con questo schema – è composto prima dal racconto di una serie di eventi, miracoli, segni compiuti da Gesù e poi appunto da un discorso.

Qual è l’idea che ci sta dietro? Che Gesù non è solo un Maestro, nel senso che trasmette una dottrina, ma è anche e soprattutto colui che entra nella vita, ci chiama, ci tocca, ci guarisce, ci risana, ci salva.

Il Cristianesimo è certamente un patrimonio di idee, di insegnamenti, ma è soprattutto un evento, un incontro.

Allora qui siamo nel primo dei 5 blocchi e, se questo è vero, per capire bene il Discorso della Montagna, dobbiamo tenere presenti quali sono gli eventi che lo hanno preceduto, perché ognuno dei 5 discorsi sono in fondo la rilettura che Gesù ci fa compiere di ciò che è accaduto nella vita.

E subito prima siamo stati trasportati nella Galilea, cioè nella terra di miscredenti, dove i discepoli vivono mescolati con i pagani; su quelle rive del mare dove si sbarca il lunario, dove si lavora, spesso con fatica e ma anche con tanta frustrazione – e cioè non in un mondo ideale e spiritualeggiante – ma nel mondo reale in cui ciascuno di noi vive: è qui che irrompe una grande luce. Gesù annuncia che il Regno di Dio è vicino, cioè è diventato accessibile e ci chiama a seguirlo: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”.

Il Discorso della Montagna serve allora per illuminarci non anzitutto su che cosa noi dobbiamo fare per Dio (anche), ma prima di tutto su che cosa Dio ha fatto per noi e di noi.

Gesù ha radunato attorno a sé un gruppo di persone, facendo risplendere una luce nelle tenebre della Galilea.

È come se Gesù volesse aiutarci a guardare che cosa è accaduto nella nostra vita quando ci ha radunati, ci ha chiamati dietro di sé, ha dato inizio al suo popolo, primizia del Regno di Dio nel mondo.

E irrompono dunque anzitutto le beatitudini. Un testo che ci riempie sempre, o ci dovrebbe riempire di un misto di vergogna e di confusione.

Da questo punto di vista, trovo che sia assolutamente singolare l’accostamento con le parole che abbiamo ascoltato dall’Apostolo Paolo nella seconda lettura: «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26ss).

Nelle Beatitudini c’è una contestazione frontale nei confronti delle beatitudini del mondo, cioè di ciò in cui il mondo crede sussista la felicità. E queste parole altissime, da una parte le ammiriamo ma dall’altra le sentiamo inarrivabili, irraggiungibili.

Se il discorso della Montagna fosse anzitutto una esortazione, un “dovete essere”, “dovete fare”, “non dovete fare”… staremmo freschi. Sarebbe semplicemente finita.

Ma – lo ricordo ancora – il discorso della Montagna non è anzitutto una esortazione (lo è anche, evidentemente), ma prima di tutto è un Vangelo, una buona notizia: una luce su quanto Dio ha realizzato nella nostra vita, quando abbiamo incontrato Gesù e abbiamo cominciato a seguirlo.

Ripeto ancora: Gesù non parla prima di tutto di quello che noi dobbiamo fare o dobbiamo non fare. Da quel punto di vista ne avevamo già abbastanza con Mosè e con tutte le sue leggi. Gesù anzitutto ci rivela quello che Dio ha fatto e sta facendo in noi.

Le Beatitudini sono una buona notizia perché prima di essere un ideale sono un fatto, una realtà che esiste: ed esiste anzitutto nella persona stessa di Gesù. 

Prima di essere dei valori da proclamare e inculcare, sono una storia vissuta: dunque la nostra è una speranza fondata, possibile, perché c’è una strada segnata, percorribile e quella strada è Gesù Cristo.

È Cristo il vero povero in spirito, erede del Regno dei cieli: Gesù, per amore degli uomini, fa sua la nostra miseria, e dona tutto se stesso per l’annuncio del Vangelo.

È Cristo il vero sofferente, che si carica dei peccati del mondo, viene ingiustamente trafitto e inaugura per tutti noi il tempo della consolazione e della vita.

È Cristo il vero mite, che conquista la terra non ricercando i consensi delle masse, ma con la forza umile della sua parola che tocca il cuore di ogni uomo.

È Cristo il vero affamato e assetato di giustizia, che consacra la sua esistenza per restaurare in ogni uomo la dignità perduta nel peccato e stabilendo la legge del perdono e dell’amore del prossimo.

È Cristo il vero misericordioso, lui che è costantemente rivolto verso il cuore del Padre e ci rivela la bontà di Dio per gli uomini peccatori.

È Cristo il vero puro di cuore, perché tutti i suoi pensieri e tutti i suoi affetti sono rivolti alla gloria di Dio e ci apre la strada della contemplazione di Dio.

È Cristo il vero operatore di pace, colui ha distrutto per mezzo della sua croce il muro che divideva i popoli, cioè l’inimicizia.

E Cristo il vero beato, sì, ma beati anche voi, dice oggi il Signore: siamo beati se sappiamo custodire come un tesoro prezioso il seme della sua parola; siamo beati perché il Signore ci ha amati e ci ha resi suoi figli, e lo siamo realmente.

E senza dimenticare quel “Beati perché perseguitati”: e perseguitati – verrebbe da aggiungere – prima di tutto da noi stessi, perché è anzitutto dentro al nostro cuore che si consuma questa lotta tra il regno e il mondo, tra la luce e le tenebre e se quella parte di mondo, che c’è anche dentro di noi, non ci lascia in pace è perché Dio sta cominciando a scolpire in noi l’immagine del suo Figlio.

Che gioia, verrebbe da dire, quando senti che il Figlio di Dio apre la bocca per annunciare la felicità, la beatitudine!

“Considerate la vostra vocazione”, diceva San Paolo. Guardate bene a chi siete: non siete certamente i migliori della classe, non siete certo gli irreprensibili, i “cristianoni” tutti d’un pezzo. Non è che siete proprio convicenti nei vostri discorsi e credibili nelle vostre opere.

Ma Dio ha voluto servirsi del fango della vostra umanità per plasmare sulla terra il volto del suo Figlio: «Grazie a Dio voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore». 

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