Settima domenica del tempo ordinario A
Mi sono fatto l’idea che quando Gesù pronunciò quel famoso detto del “porgere l’altra guancia”, sentisse già dentro di sè il bruciore di quella terribile percossa che avrebbe ricevuto nella notte del tradimento e della condanna.
«Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra»…
C’è quel dettaglio della “guancia destra” che non è insignificante. Per colpire qualcuno sulla guancia destra bisogna battere di rovescio, con disprezzo, con violenza: un gesto che non solo provoca dolore fisico, ma che annichilisce la dignità di chi lo riceve.
Per chi cerca una singolare conferma, la Sindone rivela chiaramente quell’infamia: la guancia destra appare tumefatta da una tremenda percossa che gli ha provocato la rottura del naso e un taglio profondo.
Lo sentiva già nel suo cuore quel colpo: Gesù da sempre sapeva ciò a cui sarebbe andato incontro, lui, il Figlio di Dio fatto uomo, il redentore del mondo: con la sua Passione compie il miracolo di fare di un atto di violenza e di infamia l’inizio dell’amore più grande.
Amare chi ti ama… sono capaci tutti. Ma amare chi ti tradisce, chi ti rinnega, amare chi ti percuote, chi ti condanna, chi ti trafigge?
Questa parte del discorso della Montagna, che abbiamo ascoltato oggi, insieme al brano precedente di domenica scorsa, viene chiamato il brano delle “antitesi”, perché è continuamente ritmato da queste parole: “Avete inteso che fu detto agli antichi… ma io vi dico”…
Questa frase è ripetuta molte volte e se ci riflettiamo bene è impressionante: basta ricordare chi è che aveva dato la legge agli antichi… fu detto… da chi? Da Dio, per mezzo di Mosè.
Nessuno avrebbe potuto mai permettersi di toccare neanche una virgola alla legge mosaica. Con quel “ma io vi dico”, Gesù impegna tutto se stesso.
È stato giustamente osservato, che queste parole non si possono prendere a dosi, a percentuali. Non si può dire semplicemente: “questo pezzo mi piace”, “questo non lo condivido”, “questo sì”, “questo no…”. Perché misurarsi con queste parole non significa confrontarsi con delle regole di condotta, ma con una persona concreta, Gesù Cristo, che ha la pretesa di parlare con l’autorità stessa di Dio: “ma io vi dico”.
E forse proprio quel dettaglio della guancia destra ci offre la chiave per riconoscere che Gesù non sta parlando prima di tutto di leggi morali, di valori etici, di regole di comportamento. Gesù ci sta semplicemente consegnando se stesso, ci sta consegnando la sua vita concretamente vissuta.
Dentro al discorso della Montagna, dentro a queste parole così forti, in realtà c’è tutto di Gesù.
Potremmo fare, senza forzature, la Via Crucis anche senza leggere la Passione di Cristo, ma tornando proprio a queste parole delle “antitesi” che ci parlano di lui, della sua vita donata fino alla fine.
Il discorso della Montagna annuncia Cristo sottoposto a un vergognoso giudizio e all’onta del sinedrio; Cristo condannato con sentenza capitale, e neanche per aver detto “pazzo” o “stupido”, ma per avere chiamato “fratello”, e “amico” chi lo stava consegnando alla morte! (Mt 5,22ss)
Il discorso della Montagna ci parla di Gesù che paga fino all’ultimo spicciolo, fino all’ultima goccia del suo sangue, fino all’ultima energia del suo corpo, per aver offerto perdono e riconciliazione. (5,26)
Il discorso della Montagna ci parla di Cristo che, quando ormai il tradimento era già nell’aria, ha visto una donna che gli baciava i piedi e ha accolto il nobile gesto della sua fede pietosa, guardandola con la dignità che meritava il suo dramma e la sua ricerca, mentre gli altri la guardavano con disprezzo, irridendo la sua femminilità e il suo desiderio di riscatto. (Mt 5,28).
Il discorso della Montagna ci parla del Figlio di Dio fatto uomo che ha amato fino in fondo, senza ripensamenti: ha amato anche quando è stato tradito. Ha amato e donato tutto se stesso, come un marito ama la propria moglie e dona la vita per lei. Ci parla di una fedeltà inchiodata, ci parla di una indissolubilità pagata con il sangue, ci parla di un amore senza ripensamenti, di un amore che rende uno: un solo corpo, un solo spirito. (5,31-32)
Il discorso della Montagna ci parla di un uomo-Dio la cui parola compie quello dice: «sì sì; no no»; la parola di Gesù non solo è sempre assolutamente vera e sincera, ma è parola che crea, che trasforma la realtà, perché è parola di Dio. È parola che dice a noi che che siamo fatti di niente, a noi che siamo polvere e cenere: “voi siete figli di Dio”, “voi siete fratelli”, trasformando la nostra identità (5,37) (5,45).
Il discorso della Montagna ci parla di un uomo trascinato in tribunale e privato della veste e del mantello (5,40).
Ci parla di un uomo costretto a camminare su una strada che nessuno avrebbe mai voluto percorrere. (5,41)
Ci parla di un uomo che mai ha voltato le spalle a qualcuno, e anzi su quelle spalle ha portato il peso soffocante della croce. (5,42).
Ci parla del Salvatore che mentre lottava tra la vita e la morte, appeso ad un filo di respiro, mentre pendeva da quel patibolo infame, pregava per non solo per gli esecutori materiali della sua condanna e del suo tormento, ma per tutti noi, che in ogni tempo e in ogni luogo, con il nostro peccato siamo direttamente la causa della sua passione e della morte in croce. (5,44)
Il discorso della Montagna parla di Cristo che non ha fatto il bene a chi lo ricambiava, ma ha donato il suo amore anche a chi in cambio lo tradiva o lo condannava (5,46).
Ci parla del Signore risorto che non solo ha salutato ma ha donato la sua pace a quelli che uno dopo l’altro lo hanno lasciato solo. (5,47)
“Siate figli”, dice Gesù: “siate figli del Padre vostro che è nei cieli; lui che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti”.
Molto prima di essere un sermone, un insegnamento, una dottrina morale, il discorso della Montagna, così alto ed esigente, è un fatto, un Vangelo.
Questa vita così alta, questo amore che ama il nemico, che resta fedele anche in faccia al tradimento, questo bene che vince il male e dissolve ogni rancore, questo mondo bello come il regno di un Dio, non è una utopia, un ideale irraggiungibile, ma vive in mezzo a noi.
“Il Regno di Dio si è fatto vicino”: questo è il cuore della proclamazione di Gesù; “Venite dietro a me” e ne sarete parte, anzi sarete “pescatori di uomini”.
Da che parte si comincia per arrivarci? Ciascuno ha certamente la sua strada, la sua vocazione, perfino la sua sensibilità e la sua storia. Ma non si darà mai un vangelo senza la persona di Gesù Cristo: è da lui che dobbiamo ripartire.
Oggi è in atto una tremenda riduzione del cristianesimo che pretende di fare del vangelo un insieme di valori condivisibili.
Forse qualcuno pensa che Gesù possa essere in fondo divisivo: non tutti gli uomini, le culture, le religioni credono in lui. Nel nobile sforzo (ma tutto umano sforzo) di trovare un intesa con le culture e i valori del mondo, corriamo il rischio di fare di Gesù il pretesto per parlare di altro, magari per parlare di valori nobilissimi come la pace e la giustizia: ma si tratta di umanesimo puro, una religione dell’uomo, non il vangelo di Cristo.
Senza cuore non c’è vita. Senza Cristo, senza un Cristo cercato, amato, desiderato, contemplato, pregato, adorato, conosciuto, ascoltato non c’è vangelo.
Chi accoglie il Signore nella propria vita e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio, riesce a compiere la volontà di Dio: realizzare una nuova forma di esistenza animata dall’amore e destinata all’eternità.
Nel deserto del Sinai, sorge un monastero antichissimo, ai piedi di una parete verticale nella quale sono scavati gradini ripidissimi, come una scala infinita che raggiunge la cima della Montagna di Dio.
Quella scala ha rappresentato per generazioni e generazioni di monaci il simbolo dell’ideale altissimo del vangelo da vivere.
Si narra che uno di loro san Giovanni Climaco, vissuto nel VI secolo, si misurava quasi fisicamente ogni giorno con questa parete ripidissima proprio pensando al discorso della Montagna e comprese che la via della perfezione è concretamente la via dell’amore di Cristo.
«Quando l’intero essere dell’uomo – diceva – si è, per così dire, mescolato all’amore di Cristo, allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore», nella totalità della vita.
Se lo sentiva già addosso, Gesù, il dolore bruciante di quella tremenda percossa che avrebbe sfigurato il suo volto, ma nell’amore ha trovato la forza di andare fino in fondo, per se e per ciascuno di noi: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose…».
