luce da luce

Seconda domenica di Quaresima A

Cattedrale e Zola Predosa 4/5 marzo 2023

La prima e la seconda tappa domenicale della quaresima insieme sono una anticipazione del mistero pasquale a cui ci stiamo preparando: la lotta di Gesù contro il satana prelude il duello finale della sua passione; mentre la luce del suo corpo trasfigurato sul monte, anticipa la gloria della sua risurrezione.

Così vediamo prima, il Figlio di Dio diventare pienamente uomo, fino al punto da condividere con noi perfino la tentazione (e c’è niente di più umano della tentazione); poi contempliamo lui –  realmente nostro compagno anche nella sofferenza e nella morte – che si manifesta come il Salvatore del mondo, colui che divinizza la nostra  fragile umanità e ci rende figli di Dio.

Questi sono i due pilastri su cui poggia tutta la quaresima, ma in fondo potremmo dire l’intera struttura della vita cristiana, che è necessariamente passaggio attraverso la prova, la tentazione e la morte, e rinascita alla vita totalmente nuova dei figli di Dio.

“Se sei Figlio di Dio…”. La ricordiamo questa insinuazione di satana nel vangelo delle tentazioni. Fa quasi gelare il sangue  ripensare a queste parole mentre saliamo sul Monte Tabor. 

Aveva tutte le apparenze di un ragionamento ovvio, realistico, quella che è in realtà era solo una trappola mortale: “Sei proprio sicuro di essere Figlio, sei proprio sicuro che il Padre ti ami, che la volontà del Padre sia il tuo bene?”.

La prova, affrontata e vinta da Gesù nel deserto ha una sola verità di fondo: Gesù sa di essere il Figlio, sa che il Padre è la  sua roccia, la sua difesa, è la bontà che lo genera e lo difende.

E il vangelo di oggi, con la Trasfigurazione, proclama la stessa verità. Ma ora non è satana che la rovescia in forma di dubbio: è piuttosto Dio stesso, il Padre, che proclama apertamente: «Questi è il mio Figlio prediletto». 

“È veramente lui il Figlio che amo, non altri che lui è l’oggetto unico e totale del mio amore: in lui riconosco la mia immagine, lui è la mia gloria, l’irradiazione del mio splendore”.

Oggi sul Tabor risplende una luce radiosa. Attenzione però: Gesù non è un “illuminato”, uno che riceve luce, come la luna dal sole; Gesù è fonte di luce, proprio per il suo essere una cosa sola con il Padre: “Dio da Dio, luce da luce”.

Cristo non è bello. È la bellezza.

Cristo non è veritiero. È la verità.

Cristo non è luminoso. È la luce.

E se qualche luce c’è in questo mondo di tenebra – dovunque si trovi, anche nelle persone o nelle situazioni più oscure, come nella stagione che stiamo vivendo di guerre e di paura – questa luce viene da lui.

Non c’è verità nel mondo, che non venga da lui. E, se in questo mondo pieno di falsità e di inganno, c’è qualcosa di vero e di valido, tutto questo viene da lui. Dovunque si trovi. Anche sulle labbra delle persone più improbabili.

In questo mondo di eleganze ingannevoli e di squallore raffinato, non c’è nessuna bellezza che non venga da lui. 

E se di qualcosa – o di qualcuno – puoi dire davvero che è bello, è perché oggettivamente – che lo sappia o no – è segnato da Cristo, unica fonte della luce, della verità, della bellezza e dell’amore.

Oggi, con Pietro, Giacomo e Giovanni, noi non siamo di fronte a “qualcosa” di bello e di vero: siamo davanti a colui che è la bellezza e la verità.

È questa la scoperta che fa impazzire l’apostolo Pietro, al punto da non sapere più quello che dice, tanto grande è la gioia che ha sperimentato. 

Pietro è un uomo di mare, non è certo il tipo da svolazzi mistici: è una persona estremamente concreta. E nella sua seconda lettera, lui stesso scrive per rassicurarci che la sua fede non si fonda sull’illusione di un momento idilliaco. 

«Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pt 1,16-18).

C’è tanto il rischio di perdersi nelle durezze della vita di ogni giorno. Così come c’è anche il rischio che questa salita sul monte della fede resti un episodio. 

Di fronte a una pagina evangelica come questa potrebbe prenderci la tentazione di vivere in cerca di momenti come questi, oggi si direbbe “momenti di spiritualità”, toccanti ma episodici.

Seguendo gli apostoli, tra fallimenti e risalite, noi ritroveremo la luce del Tabor,  non in qualche episodio di estasi ma nella concretezza della vita, se davvero ci metteremo in ricerca della verità e della bellezza, senza sconti, senza prendere per oro quello che luccica.

La Trasfigurazione avvenne in un momento complicato per i discepoli: molti dei nemici del Signore lo stavano già pesantemente accusando di sovvertire gli insegnamenti delle Scritture. Egli stesso aveva appena annunciato, provocando profondo turbamento nei discepoli, soprattutto in Pietro, che sarebbe stato condannato e ucciso. 

Anche noi, nelle prove della vita di ogni giorno, sentiamo continuamente messe duramente alla prova le nostre convinzioni di fede.

Mostrandosi accanto a Mosè e ad Elia, Gesù mostra di non essere venuto a sovvertire il passato, ma a dare compimento alle promesse di Dio.

Ma soprattutto, lasciando per un momento intravvedere la gloria sovrumana del suo volto, Gesù non rinnega quanto aveva detto della necessità della sofferenza e della croce, ma ne dimostra visivamente lo scopo, l’esito, il risultato definitivo. 

Gesù vuole che i suoi discepoli sappiano che la sua non è la religione del Calvario, ma del Calvario che porta alla gioia e alla gloria.

La croce è la strada – sembra dirci il Signore – non la meta del nostro cammino.

È proprio ripartendo da qui, dunque, che ritroveremo la struggente bellezza di Cristo nella meraviglia di una vita che ha il coraggio di donarsi anche quando costa; la ritroveremo nella verità di un amore che sa mantenersi fedele, unico, indissolubile, anche quando è crocifisso.

E ritroveremo la verità che è Cristo anche nell’evidenza del nostro limite che richiede umiltà, del nostro essere polvere, una polvere però circondata di un amore immenso.

Riconosceremo la potenza – l’onnipotenza di Cristo – se, seguendo la nostra vocazione, avremo il coraggio di amare fino a dare la vita, a spenderla tutta come il crocifisso. 

Siamo così presi, anche nella vita delle comunità cristiane, a cercare di stare “al passo con i tempi”, da non ricordare che chi sta al passo coi tempi inevitabilmente invecchia, mentre solo Cristo resta per sempre.

Si tratta in definitiva di aggrappare la vita non allo spirito dei tempi, a ciò che passa, ma a ciò che già adesso resta per sempre; non a ciò che è vero e buono oggi per me, ma a ciò che è vero e buono sempre.

Momento privilegiato di questa salita sul monte è per noi oggi senza dubbio la partecipazione alla Santa Liturgia. 

Perché è nella preghiera e nella vita sacramentale, soprattutto nella Penitenza e nell’Eucaristia, che noi vediamo il mondo non solo come è, ma come dovrebbe essere e come in definitiva è realmente agli occhi di Dio.

All’Eucaristia ci andiamo come poveri peccatori e per questo ogni volta vi entriamo battendoci il petto, eppure qui siamo trasformati e trattati come figli.

E prima di accedere alla Santa Comunione preghiamo dicendo: “Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”. Ecco: questa è esattamente la nostra trasfigurazione. 

C’è tanto fango in ciascuno di noi, ma se saliamo sul monte con Cristo, noi diventiamo il suo Corpo, la sua Chiesa, il suo splendore, la sua bellezza, la sua verità. 

“Sei certo di essere figlio di Dio?”, insinuava il satana. Sono certo di non esserlo per natura: non lo sono per le mie sole forze. Sono certo invece di esserlo per grazia, per puro dono.

Sono un povero peccatore, ma tu in me, o Padre, vuoi vedere la bellezza del suo Figlio, e oggi vedi la fede della tua Chiesa, che è il suo Corpo.

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