sete

Terza domenica di Quaresima A

Cattedrale, Zola e Reale, 11/12 marzo 2023

È impossibile rendere in una breve spiegazione la ricchezza di questa pagina evangelica: occorre leggerla e meditarla personalmente, immedesimandosi in quella donna che, un giorno come tanti altri, andò ad attingere acqua dal pozzo e vi trovò Gesù, seduto accanto, “stanco del viaggio”, nella calura del mezzogiorno. 

Per certi aspetti, la donna samaritana, è un personaggio molto moderno. O forse è più vero che l’uomo moderno è in fondo l’uomo o la donna di sempre. 

Ha avuto cinque mariti e convive con un altro uomo. Questa donna vuole essere libera, libera di scegliere e di rifiutare, libera di amare e di tradire, libera di provare, libera di cercare, libera di sbagliare, ma quanto più esercita la sua libertà, tanto più diventa vuota. 

Ma in realtà era una donna inquieta: più cercava, più si allontanava dalla felicità, bevendo avidamente, ma senza dissetarsi mai realmente, come un naufrago che beve acqua di mare.

Eppure anche questa donna, che viveva una vita apparentemente così disordinata e lontana da Dio, nel momento in cui Cristo le parla, mostra che nella profondità del suo cuore custodiva una domanda su Dio. 

Chi è Dio? Dove posso trovarlo? Dove posso adorarlo? (che significa come posso essere in relazione con lui, qual è il suo posto nella mia vita, qual è il mio posto davanti a lui?).

Nella profondità del cuore c’è sempre la questione di Dio e il desiderio che Dio si manifesti alla nostra vita.

* * *

E fissiamo allora il nostro sguardo su Gesù in questa pagina. È mezzogiorno. Fa molto caldo. Il Signore è stanco e chiede da bere. 

In questi pochi accenni c’è tutto il paradosso della nostra fede. Il Figlio di Dio, “Dio da Dio, luce da luce”, “generato, non creato”, l’onnipotente, il “pantokrator”… prende su di sé una debolezza che non gli appartiene, che è la nostra debolezza. 

Cammina sulle strade del nostro mondo polveroso. È proprio lui che in un altro mezzogiorno assolato, confitto sul legno della croce, lancerà il suo grido di morte, dicendo: “Ho sete”. 

“Se tu conoscessi il dono di Dio”, dice Gesù alla samaritana: se tu sapessi che quello che cerchi è solo un il maldestro tentativo di rubare, quello che Dio vuole donarti in abbondanza.  

Ma poi dice anche: «Il Padre cerca adoratori». Ecco ancora la sete di Dio. «Il Padre cerca adoratori in spirito e verità»: non vuole i riti magici e superstiziosi di chi cerca di comprarne il favore, ma adoratori “in spirito”, cioè nella profondità di ciò che siamo e “verità”, cioè nell’umile confessione del nostro limite e del profondo bisogno di lui.

Sì, Dio ha sete della nostra fede e del nostro amore.

* * *

Ma a smentire una infinità di luoghi comuni, Gesù si mostra tutt’altro che “simpatico”, tutt’altro che accondiscendente nei confronti della samaritana.

“Va a chiamare tuo marito”: a smentire tutta la retorica su una presunta arte di Gesù di mediare, di entrare in sintonia, di mettere a proprio agio, il Signore e rimette in ordine: mi chiedi di Dio, ma tu, tu dove sei? 

Il primo effetto è una limpida e schietta conoscenza di se stessi. Una conoscenza che mette impietosamente in evidenza le mancanze, le contraddizioni, il bisogno di cambiare. Una conoscenza che è umiltà, non umiliazione, perché apre alla guarigione. 

Lo vedremo alla fine del racconto quando la donna andrà con entusiasmo a raccontare di Gesù ai suoi compaesani: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto!». 

Ciò di cui tutti abbiamo bisogno non è pietosa accondiscendenza, ma semplicemente la verità, la verità del bisogno che ci portiamo dentro e del dono che ci viene da Dio.

Il racconto enfatizza molto la profonda ostilità tra samaritani e giudei. In più c’è la sconvenienza dell’incontro tra un uomo solo e una donna sola. 

Il quarto evangelista lo aveva ricordato fin dalla prima pagina: «non ai suoi… ma a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quanti credono nel suo nome» (Gv 1). 

Dio dimostra il suo amore nel fatto che ci viene incontro non quando siamo disponibili, pronti, santi e buoni, ma dice san Paolo «mentre eravamo nemici, noi siamo stati riconciliati con Dio» (Rom 5).

* * *

Nel racconto dell’incontro con la Samaritana al pozzo, è descritto il senso profondo del nostro battesimo, che è in fondo il senso della nostra vita cristiana.

C’è la confessione: che è anzitutto l’ammissione dei nostri limiti e del nostro peccato (“non ho marito”); è la confessione della nostra sete, del nostro profondo bisogno di un aiuto dall’alto (“Signore, dammi quest’acqua”); ma c’è soprattutto la confessione della nostra fede, spesso ancora in ricerca, fino alla testimonianza limpida e rotonda (“che sia lui il Cristo?”, “Questi è veramente il salvatore del mondo”).

E c’è soprattutto il dono divino: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!…”. “Sono io, il Messia, io che parlo con te”.

Il Battesimo viene qui chiamato in modo suggestivo “acqua viva”, perché si tratta di un dono che marca in maniera definitiva e permanente la nostra esistenza. Ogni anno, soprattutto in quaresima, la Chiesa ci invita a ravvivare la coscienza e la gioia del dono che abbiamo ricevuto nel battesimo all’inizio della nostra vita in Cristo.

E mi piace, a questo proposito, riprendere il passaggio di una omelia del Cardinale Biffi, pronunciata in una celebrazione in cui si celebrava l’anniversario del battesimo di Santa Clelia.

Qualche tempo fa, forse lo ricordate, anche papa Francesco ci esortava a celebrare il nostro anniversario di Battesimo, per mantenere la coscienza di questo dono sempre nuovo di Dio.

E Biffi esortava a pensare al battesimo non come a una cerimonia convenzionale, un pretesto per una festa in più, ma per ritrovare il gusto di una grande fortuna che ci è stata donata.

«Ecco in compendio, le “fortune” del battezzato. 

– Chiamare e avere Dio per Padre, essere da lui conosciuto e amato come figlio, essere seguito dal suo sguardo amoroso in ogni circostanza, anche le più penose e difficili. 

– Chiamare e avere Gesù, il Figlio di Dio, per fratello, che lo ama fino a ripresentare per lui il suo sacrificio di morte e di risurrezione, fino a parlargli nel Vangelo, a guidarlo nell’appartenenza ecclesiale, a perdonargli le colpe nel sacramento della confessione, a nutrirlo di sé nell’Eucaristia, a intercedere continuamente per lui nella sua gloria alla destra del Padre. 

– Possedere nel più intimo del proprio essere lo Spirito Santo, principio di una vita nuova e più alta, luce dei nostri cuori che ci fa conoscere e capire il nostro destino, fuoco di carità che ci fa più amabili e più capaci di amare. 

La Quaresima – che nelle sue preghiere e nelle sue letture ci offre soprattutto un percorso «battesimale» – faccia più attenta e più assidua la nostra meditazione della parola del Signore, perché ritroviamo tutta la gioia e la fierezza del nostro essere cristiani. 

E, attraverso il «secondo battesimo» che è il sacramento della penitenza e della riconciliazione, convertiamoci da ogni condotta incoerente, perché possa riprendere davvero nelle nostre azioni la nostra nobiltà di appartenenti, nella Chiesa, alla felice e grande famiglia di Dio». (Card. Biffi, omelia del 16 febbraio 1997).

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