Quinta domenica di Quaresima A
“Il morto uscì”. Due parole impossibili da tenere insieme. A pensarci bene, può scattare perfino un macabro sorriso per queste parole.
Parole impossibili da tenere unite, come morte e vita, tempo ed eternità, come Dio e uomo, infinitamente grande e infinitamente piccolo.
Ci vuole un grido forte del Signore Gesù per abbattere il muro dell’impossibile: “Lazzaro, vieni fuori!”.
Questo urlo potente di Gesù, è un presagio dell’urlo lanciato dalla croce, con il quale donerà la vita ad ogni uomo.
La risurrezione di Lazzaro è l’ultimo dei grandi segni con i quali Gesù manifesta la sua gloria e suscita la fede dei discepoli.
L’evangelista nota che fu proprio la risurrezione di Lazzaro che provocò la decisione del Sinedrio di far morire Gesù.
Giunge dunque alla massima chiarezza la rivelazione di chi sia in realtà Gesù di Nazaret e quale sia la sua missione nel mondo: “Io sono la risurrezione e la vita”.
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In passato si parlava spesso della morte, soprattutto per far capire l’inconsistenza dei beni mondani e per incutere un salutare timore per la sorte che ci aspetta dopo.
La sensibilità e la cultura di oggi però, soprattutto nelle città, censura l’idea della morte. Da una parte la si spettacolarizza nei media, dall’altro però la si annulla nella sua realtà e nei suoi simboli.
Uno degli esempi più evidenti è la pratica sempre più diffusa della cremazione alla quale si aggiunge la pratica della dispersione delle ceneri.
Con tutto il rispetto, per chi ha vissuto dei lutti, ma questo è di fatto un modo di evitare quel fastidio – così spiritualmente igienico – di coltivare una memoria e di confrontarci con una speranza.
E bisogna anche riconoscere che nei nostri temi di predicazione e di catechesi finiamo troppo spesso per infilarci in analisi di tipo sociologico, in problemi sociali e politici, ma che una seria riflessione sulla questione della morte, non ha quasi più posto nella nostra predicazione.
C’è chi si consola pensando che con la morte finisce tutto, ma questa non è solo la negazione di una qualche sopravvivenza oltre la vita terrena: ipotizzare l’annientamento significa in realtà rassegnarsi a vivere in un mondo profondamente ingiusto.
In questa vita troppe volte i conti non tornano e se dopo c’è il nulla, significa che nessun conto potrà mai essere pareggiato.
Allora non ci sarebbe motivo di distinguere il bene dal male, se tutto fosse ripagato allo stesso modo: sarebbe la vittoria dell’assurdo, perché vero e falso, rettitudine e cattiveria, egoismo o carità, esserci o non esserci diventerebbero la stessa cosa.
Così la morte non sarebbe più solo la fine della vita, ma la dichiarazione che tutta la vita e tutto ciò che è umano alla fine non avrebbero nessun senso e nessuna consistenza.
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Ma torniamo alla pagina evangelica: nella prima parte del racconto, il comportamento di Gesù appare contraddittorio: gli arriva la notizia della malattia dell’amico. Lui si trovava ad almeno due giornate di cammino. Eppure non parte immediatamente, sembra perfino rallentare il passo.
Noi vorremmo un Dio rapido come il 118, di fronte alle nostre impazienze e alle nostre richieste pressanti.
Il Vangelo ci mostra una linea di condotta misteriosa: “Gesù voleva bene a Lazzaro”… eppure si trattiene dei giorni, prima di partire.
Nell’animo di Gesù c’è una tensione, solo apparentemente contraddittoria: da una parte la ricerca costante della volontà del Padre e dall’altra l’affetto autentico per i suoi amici.
Gesù piange con i suoi amici che stanno soffrendo; piange sul destino tragico degli uomini, destinati tutti ad affrontare la sorte oscura della morte; piange su di noi e sui nostri dolori: piange e confonde le sue lacrime di Figlio di Dio con le nostre di creature tormentate e attonite di fronte ai misteri della vita, della sofferenza e della morte.
E con il volto rigato dalle lacrime, Gesù innalza una preghiera… e comincia con il ringraziare Dio: “Padre, ti ringrazio”.
Il Catechismo della Chiesa cattolica spiega il significato di questa preghiera di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro:
«Introdotta dal rendimento di grazie, la preghiera di Gesù ci rivela come dobbiamo rivolgerci a Dio per chiedere: prima che il dono venga concesso, Gesù aderisce a colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso. Il Donatore è più prezioso del dono accordato; è il “Tesoro”, ed il cuore del Figlio suo è in lui; il dono viene concesso “in aggiunta”». (CCC 2604).
Anche per noi, quindi, al di là di ciò che Dio ci concede quando lo invochiamo, il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore.
Alla fine Dio e Dio solo è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre. Dio solo è la risurrezione e la vita.
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Oggi ascoltiamo la voce della fede dalla bocca di Marta, la sorella del morto. A Gesù che le dice: “Tuo fratello risorgerà”, ella risponde: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”.
Ma Gesù replica: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”.
È il cuore del vangelo e corrisponde esattamente al cuore di ogni nostra domanda, di ogni nostra disperazione, di ogni nostra ricerca di senso.
La morte è un fatto. Possiamo filosofeggiare finché vogliamo, possiamo fare finta di niente, ma ad un fatto può opporsi vittoriosamente soltanto un altro fatto.
Solo la risurrezione può salvare l’uomo dall’avvenimento della morte e così salvare la morte e la vita dell’uomo dalla sua insopportabile assurdità.
E in aggiunta non dimentichiamo che c’è anche un’altra morte, che è costata a Cristo la lotta più dura, addirittura il prezzo della croce: è la morte spirituale, il peccato, che minaccia di rovinare l’esistenza di ogni uomo.
Gesù non evita la morte al suo caro amico. Fa di più: entra con lui nella morte, entra con lui nel sepolcro. Non lo abbandona neanche lì, e anche lì può raggiungerlo con la sua voce potente. E così trasforma anche la morte in luogo di vita.
Dio non si rassegna alla nostra morte. Ma per non lasciare l’uomo solo nella morte, decide di entrarci anche Lui, attraverso il suo Figlio fatto uomo.
Da quando il Figlio di Dio è morto sulla croce, nessun uomo muore da solo. Tutti ricordiamo l’orrore sperimentato da molte vittime della pandemia, che è l’orrore che continua in tante morti nelle guerre, nelle calamità naturali; e, a pensarci bene, c’è comunque una solitudine impenetrabile in ogni morte.
Ma nessun uomo, in realtà, muore solo, perché il Figlio di Dio che in se stesso non poteva morire, ha preso la nostra umanità per esserci accanto in quell’ora definitiva.
Diceva uno sproposito, ma in realtà aveva proprio ragione Tommaso: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Per vincere la morte – la morte dell’anima e la morte del corpo – Cristo ha subito la passione e la sua risurrezione non è stata solo il ritorno alla vita precedente, come era accaduto a Lazzaro, ma è l’ingresso in una realtà nuova, una “nuova terra”, finalmente ricongiunta con il Cielo di Dio.
L’esempio di Marta e Maria ci aiuti a dire con fede: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”, a scoprire veramente che Lui è la nostra salvezza, in lui solo troviamo un solido appoggio nell’ultimo passaggio, in lui solo troviamo perdono e vita immortale.
La morte è sconfitta e la risurrezione dell’uomo è l’ultima parola della misericordia del Signore.
Ed è una parola «gridata»: «Vieni fuori!».
La celebrazione della Pasqua ormai vicina ci aiuti a riconquistare e ad accrescere la certezza che questa parola sarà gridata anche per noi.
