Domenica delle Palme A
È una liturgia complicata quella della domenica delle Palme, non tanto per la lunghezza dei riti, quanto soprattutto per lo stridore di quel contrasto di trionfo e di squallido tradimento.
Trionfo e condanna: “Hosanna” e “Crucifige”. Questo è il paradosso di oggi, questa in fondo è la cifra della nostra vita di credenti.
Accogliamo Cristo come Redentore, ma sappiamo bene che Cristo ha patito le atroci sofferenze della Passione non tanto per le minuscole vicende storiche che la causarono, quanto soprattutto per nostri i peccati.
* * *
Qualche settimana fa, trovandomi completamente solo in un santuario mariano molto isolato, ho scoperto un libretto messo a disposizione dei pellegrini. Non era riportato né il nome dell’autore e neppure l’editore.
Su una copertina tutta bianca c’era solo il titolo: «VANGELO MINORE» e la presentazione diceva che il testo era la trascrizione di un taccuino di appunti ritrovato tra gli effetti personali di qualcuno che era deceduto. Io penso sia stato un monaco.
Era stato intitolato così, perché costituito da una serie di racconti nei quali si da voce a personaggi minori dei quattro Vangeli, quelli che appiano una volta e scompaiono subito: come gli sposi di Cana, il paralitico, la vedova di Naim, il Cireneo, il centurione.
Mi ispiro solo in parte a quelle pagine per dare voce ad un personaggio marginale, che credo possa diventare un poco la nostra guida in questa settimana santa.
Chi parla è Malco, il servitore fidato a cui Caifa aveva affidato il compito di accompagnare le guardie del tempio ad arrestare Gesù nel Getsemani.
MALCO
Ho una parte molto piccola nel racconto della Passione.
Solo il quarto Vangelo riferisce il mio nome: sì, l’evangelista Giovanni era persona conosciuta nella casa del sommo sacerdote e sapeva di me. Anzi conosceva anche un mio cugino che era stato uno di quelli che aveva provocato Pietro a rinnegare Gesù attorno al fuoco, in cortile.
Mi chiamo Malco. Un nome impegnativo. Non è un nome usato dagli ebrei, anche se in tutte le lingue semitiche il suo significato è molto comprensibile: Malco significa “re”.
Uno dei primi sovrani di Cartagine, l’eterna nemica di Roma, aveva portato questo nome, cinque secoli prima di me.
Forse per questo Caifa gradiva il mio servizio e aveva fiducia in me: non mi interessavano le loro beghe religiose, perché ero di origine forestiera e soprattutto non avevo alcuna simpatia per gli invasori.
Io sarei rimasto tanto volentieri dietro le quinte di questa storia, in una posizione di privilegio, ma anche sufficientemente nascosta per vivere tranquillo.
Ma quella notte la mia vita è andata letteralmente in frantumi.
Erano tante le notizie, che arrivavano in casa di Caifa, anche riguardo a questo Gesù; ma avevo imparato a ignorare le beghe che inevitabilmente si creavano in quelle stanze.
Sordo e muto; vivi e lascia vivere. Questo era il mio segreto.
Per essere sincero l’incarico, anche se importante, non mi piaceva molto: troppi intrighi in quella servitù, troppe invidie, troppi pettegolezzi, tutti a mettersi in mostra per un posto in cui primeggiare sugli altri. Ma pagava bene.
I giorni più frenetici erano quelli della Pasqua, quando il sommo sacerdote assumeva in pieno il ruolo di guida del popolo, per celebrare con solennità i riti prescritti da svolgersi al Tempio.
Tutto si sarebbe svolto come di consueto, se in quella Pasqua non ci fosse stato il processo a Gesù di Nazaret.
Sembrava tutto programmato: c’era il discepolo disposto a tradire e consegnare il Maestro; erano state convocate le truppe che facevano capo al sinedrio; e anche il sinedrio era stato allertato per una possibile riunione notturna. Anche il giorno era stato fissato, in modo che nulla intralciasse i riti pasquali.
Fu così che nella notte stabilita, entrammo in quel giardino, dove Giuda ci aveva dato appuntamento. Al segnale convenuto, quello che Giuda avrebbe baciato, lui era l’uomo da catturare.
Gesù era lì, quasi ci aspettasse e, come se sapesse già come le cose si sarebbero svolte, domandò chi stessimo cercando.
Era la prima volta che molti di noi vedevano Gesù in persona e restammo come bloccati nel vedere la calma di quest’uomo che stava per essere catturato.
Ci fu quel tentativo maldestro, da parte dei suoi discepoli, di difendere il Maestro e chi ci andò di mezzo fui io.
Uno di loro prese una piccola spada che teneva nascosta sotto il mantello, mi colpì e nel chiaroscuro di quella notte, illuminata dalla luna piena e dalle torce, mi ferì l’orecchio.
Un gesto di ribellione e di vendetta ci stava tutto e in fondo lo avevamo messo nel conto. Io ero così frastornato per il dolore e per il sangue che quasi non mi accorsi che Gesù si avvicinò a me, non per infierire, ma per toccarmi l’orecchio. Ero guarito.
Anzi ho potuto sentire bene le parole che disse: «Chi di spada ferisce, di spada perisce!». E disse anche che Dio avrebbe potuto mandare schiere di angeli a liberarlo, ma che la sua missione era quella di compiere le Scritture.
Cominciai a capire che quel Gesù non stava scivolando – poveretto – dentro ad una disgrazia, ma che era lui ad andare liberamente incontro alla sua croce. Nella realtà delle cose, non eravamo noi a catturare lui: era Gesù che ci stava liberando.
Ci liberava dall’odio, ci liberava dalla violenza: ci liberava dall’interesse egoistico, dal calcolo di chi tiene la vita tutta per sé. Era legato come un agnello, ma in realtà era l’uomo più libero di tutti.
Mi dileguai. Approfittai della confusione per fuggire. Persi il lavoro e rischiai io stesso di essere condannato per tradimento.
È questo il motivo per cui i primi tre vangeli non riportano il mio nome. Ero riuscito a far perdere le mie tracce.
Ma la fuga non poteva durare per sempre. Quando Giovanni scriverà il suo racconto saranno già passati parecchi anni da quei fatti: e infatti è solo Giovanni, tra i quattro evangelisti, che riferisce il mio nome, ed è solo Giovanni che dice apertamente che a farmi del male quella notte era stato Pietro. Niente meno.
Ci siamo ritrovati, dopo tanti anni di fuga. Non potevo più resistere: sentivo che non potevo sfuggire a colui che mi aveva guarito l’orecchio. Ritrovai Pietro a Roma e vedendolo andare mite come un agnello verso la crocifissione, compresi che non poteva che essere vero quello che si diceva di Gesù.
Non è stato facile per me credere che oggi quel Gesù è vivo, fino a quando Pietro non mi chiese perdono. E mormorò tra sé alcune parole, che ho potuto intendere bene: «con tutto il cuore».
C’erano parecchi conti in sospeso tra Pietro e la mia famiglia. «Settanta volte sette», ripeteva Pietro con le lacrime agli occhi.
Lo abbracciai, ma quel giorno sentii nel cuore che in realtà quello a cui era stato perdonato più di tutti, ero io stesso.

