Domenica di Risurrezione – A
Questa solenne Eucaristia al mattino della domenica di Risurrezione, costituisce il culmine del Triduo Pasquale, che terminerà questa sera con il vespro, che ci fa rivivere le apparizioni del Signore nel cenacolo e nella strada verso Emmaus.
La Pasqua in realtà è un’unica grande Liturgia che si dilata dal tramonto del giovedì santo al tramonto di oggi: un’unica grande realtà alla quale non si può togliere nulla, perché ogni elemento regge sull’altro.
È importante, anche per chi non ha potuto personalmente partecipare a tutti i riti del triduo pasquale compiere questo percorso, perché in realtà dire “io sono cristiano” è assolutamente la stessa identica cosa che dire “io celebro la Pasqua”.
Nella Pasqua c’è il senso di ciò che siamo, la nostra identità, la causa e lo scopo di ciò in cui crediamo, di ciò che viviamo, di ciò che soffriamo, di ciò in cui speriamo.
Non si arriva alla mattina di Risurrezione se non si passa attraverso il Venerdì Santo, ma anche attraverso la silenziosa e, a volte estenuante, attesa del Sabato Santo.
Così sappiamo anche che nella vita concreta la luce e il senso delle prove che incrociamo nella vita di ogni giorno, ricevono luce e significato solo guardando al contrario, dalla fine verso l’inizio: io ripeto spesso che il Vangelo, come in fondo la vita, è l’unico libro che si capisce leggendolo al contrario, dall’ultima pagina verso la prima.
Con la solenne liturgia di apertura della Pasqua che è la Messa in Cœna Domini, abbiamo potuto toccare con mano il fatto che gli eventi drammatici che si sono succeduti – dal tradimento all’arresto nel Getsemani, ai processi truffa davanti alle autorità religiose e politiche, le angherie, le violenze, le sevizie da lui subite, fino al cammino verso il Calvario e la crocifissione – non sono l’esito di una disgrazia, una triste vicenda di belle speranze andate deluse, ma il sacrificio del Signore che offre se stesso per la nostra salvezza.
Nell’Ultima Cena, Gesù ci ha rivelato che la Passione che avrebbe affrontato di lì a qualche ora non era altro che l’offerta consapevole della sua vita. Solo apparentemente Gesù subirà: perché nella realtà più profonda, sarà il Signore ad offrire la sua vita.
Gesù parla apertamente di «Corpo offerto» e di «Sangue versato». Dunque la sua morte non è tanto la storia di un orrore giudiziario, ma è il miracolo immenso di avere fatto di quell’atto che contiene tutto l’odio e l’empietà di noi, specie umana, siamo capaci, il dono di un amore immenso, un amore che si dona, resta unico, fedele e indissolubile anche quando è tradito, rinnegato e crocifisso.
Lo hanno venduto, lo hanno catturato, lo hanno legato, lo hanno percosso e ucciso, ma nella verita più profonda dei fatti era Gesù che stava consegnando se stesso e ci stava liberando dai legacci, ci stava curando le ferite del male, ci stava donando la vita.
Dal Concilio a oggi non so quante volte abbiamo cambiato le traduzioni del Messale, ma purtroppo nella versione italiana continua ad esserci ancora un errore – secondo me proprio grossolano e ingiustificabile – e per di più nelle parole più sante della Messa.
Quando a nome della Chiesa, nella grande preghiera di consacrazione il sacerdote ripete a Dio Padre le parole che Gesù pronunciò sul pane e sul vino, ci sono due verbi al futuro, che in italiano sono incredibilmente resi al passato.
«Questo è il mio Corpo, offerto (in sacrificio) per voi».
«Questo è il mio sangue, versato per voi».
“Offerto” e “versato” in italiano sono due participi passati, ma nel testo latino invece sono chiaramente al futuro e non poteva essere diversamente:
«Questo è il mio Corpo, che sarà offerto (in sacrificio) per voi».
«Questo è il mio sangue, che sarà versato per voi»…
… perché quando Gesù consegnò il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue non si era ancora compiuta la Passione.
La grammatica ci aiuta a capire meglio non solo che cosa è il Giovedì Santo, ma anche che cos’è allora ogni Eucaristia che celebriamo, obbedienti al comando del Signore.
Quando nell’ultima Cena Gesù ci affidò il sacramento del suo sacrificio pasquale, Gesù non aveva ancora offerto la sua vita sulla croce.
Gesù dice: “È (già adesso, realmente) il mio Corpo, che sarà offerto”.
Da quelle parole tradotte maldestramente apprendiamo che l’Eucaristia spezza la barriera del tempo: quando Pietro, Giovanni e gli altri discepoli si sono nutriti dell’Eucaristia, hanno partecipato realmente all’offerta di Cristo, prima ancora che questa si compisse.
Così anche noi, che viviamo dopo questi accadimenti, quando celebriamo l’Eucaristia sappiamo che il dono di Cristo non sta al passato, ma è realmente adesso, presente, disponibile qui e oggi per noi.
È questo il motivo per cui non diciamo che oggi “ricordiamo” la risurrezione del Signore, ma che “oggi Cristo è risorto”, così come oggi Cristo ha dato la vita per noi, oggi Cristo parla al nostro cuore, oggi Cristo ci tocca, ci guarisce, ci perdona, ci salva, ed è presente con tutto se stesso, con il suo Corpo e il suo Sangue, cioè con la sua vita e con la sua morte.
Giovedì abbiamo rivissuto l’Ultima Cena, non perché la Messa deve somigliare a una Cena: ma perché – attraverso i gesti che lui ci ha consegnato durante quella Cena – tutto ciò che Cristo ha detto e fatto nel passato, e soprattutto la sua morte pasquale, diventano “qui e adesso” per noi.
Un po’ tra parentesi, potremmo dire che l’altare su cui celebriamo non ricorda tanto la tavola dell’Ultima Cena: in realtà l’altare rimanda alla Croce di Gesù e al pietra rovesciata della sua tomba. La Messa è il sacrificio di Cristo.
E nel Venerdì Santo, quello che era stato annunciato si è compiuto.
La croce è la realtà fisica di ciò che è stato annunciato il giorno prima durante l’Ultima Cena. La croce è Gesù Cristo che passa dalla parola ai fatti, che lascia parlare il suo gesto più importante.
Finisce il tempo delle parole, inizia l’eloquenza dei fatti.
Il Venerdì Santo ci dice che ben prima delle idee e delle suggestioni, è la realtà il luogo santo dell’incontro con Cristo.
Insieme con il Sabato Santo, il Venerdì di Passione ci riconcilia con la realtà: la speranza cristiana non si nutre di favole.
Siamo costantemente esposti al rischio di trasformare la nostra fede pasquale in una specie di metafora: la metafora della primavera, della vita che rinasce, dei fiorellini che sbocciano, come se la Pasqua fosse solo una iniezione di ottimismo in una vita difficile.
Invece la fede ci riporta al tragico realismo di quel legno sul quale fu confitto il Signore, con chiodi crudeli che hanno trapassato le sue membra.
La fede ci parla di una tremenda agonia, subita dal Redentore. Ci parla perfino della tremenda angoscia che ha sperimentato, mentre si caricava di tutto il male del mondo.
E se fu lancinante e insopportabile il dolore fisico che il Signore ha affrontato, infinitamente di più lo fu la solitudine raggelante del tradimento, dell’abbandono, della fuga. La solitudine insopportabile del silenzio di Dio.
«Mi hai abbandonato!»: questa è una delle ultime parole del Crocifisso. È la spaccatura insopportabile tra quello che Gesù sapeva, nella sua coscienza di Figlio di Dio e quello che Gesù sentiva, nella sua sensibilità di figlio di Maria.
Quante volte anche per noi la fede nella sua concretezza deve registrare questa distanza tra ciò che sappiamo e ciò che sentiamo.
Sappiamo che il Signore è risorto ed è vivo, ma sentiamo solo il freddo di una pietra rovesciata e di una tomba vuota.
Sappiamo che Dio ci è vicino, è con noi dentro alle prove e alle difficoltà, ma ci sentiamo soli, schiacciati dalla fatica, dalla solitudine, e talvolta anche dall’oltraggio e dalla insensibilità di un mondo che irride nel nostre certezze.
Perché la fede non è fuga dalla realtà, ma il dono di una certezza che sa leggere la realtà e vedere oltre.
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C’è aspetto che mi colpisce particolarmente, nella Liturgia che stiamo celebrando oggi, al mattino di Pasqua: abbiamo ascoltato nel vangelo l’annuncio della risurrezione di Gesù, secondo Giovanni.
Non so se ci avete fatto caso, ma nel brano di questa straordinaria domenica – che in fondo da senso a tutte le nostre domeniche – i personaggi apparentemente ci sono tutti, tranne il vero protagonista che è il Signore.
C’è Maria di Magdala: non appena le leggi sacre del riposo sabbatico glielo consentono, sfidando l’oscurità della notte, si reca alla tomba di Gesù.
È infinitamente più grande di lei quello che era accaduto: l’unico segno che le è dato di constatare con i suoi occhi è la pietra rovesciata e il sepolcro vuoto.
Poi ci sono Pietro e l’altro discepolo, che l’autore del quarto vangelo mantiene sempre anonimo, non tanto per modestia personale, quanto per invitarci ad identificarci in lui: corrono entrambi.
Il Papa è più vecchio e avanza più lentamente, perché è giusto così: essere nella Chiesa significa tenere il passo di tutti, e spesso per tenere il passo di tutti i Pastori camminano col ritmo del più fragile.
I discepoli entrano nel sepolcro e, oltre all’assenza del corpo, toccano con mano quei lini preziosi che lo avevano avvolto, ancora impregnati della grande quantità di essenze profumate di cui era stato cosparso; perché nonostante tutti i tradimenti e gli abbandoni, il Signore venne sepolto come un Re: la Chiesa di Dio, ridotta in quel momento alla fede di Maria e poco più, impegnò tutte le sue risorse per rendergli un culto degno dell’amore che Gesù aveva portato nel mondo.
«E vide e credette».
La pagina del Vangelo della domenica di Risurrezione è emblematica della nostra fede: la fede non è constatare, ma prendere posizione sulla realtà, prendere posizione sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, sulla verità e sulla menzogna.
Il discepolo credette non perché vide ciò in cui credeva, ma perché ha lasciato che il Vivente gli parlasse ancora in modo nuovo, non attraverso le orecchie, ma nella profondità del cuore.
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Ecco. Tutto è pronto. Stiamo per celebrare ancora la Messa, come abbiamo fatto Giovedì sera e questa notte.
Questo è – adesso – il Corpo che secoli fa è nato da Maria, ha camminato con noi, ci ha parlato, ci ha toccato, ci ha guarito.
Questo è – adesso – il Sangue, la vita totalmente donata, il perdono delle nostre colpe, l’antidoto della nostra morte, il prezzo del paradiso.
Beato chi celebra la Pasqua, perché non fugge alla durezza della realtà, ma dentro di essa sa che il Signore ci attende e cammina con noi.
