II domenica di Pasqua C
Tra i tanti nomi con cui viene identificata nel calendario questa domenica (domenica in albis, domenica della divina Misericordia), mi sembra che il più ricco di significato sia in assoluto quello più semplice: oggi è la “seconda domenica di Pasqua”.
Sapete che con la riforma liturgica è stata fatta una correzione al riguardo: una volta il conteggio era diverso. Questo giorno veniva chiamato “prima domenica dopo Pasqua”.
È evidente che non basta modificare dei nomi per risolvere i problemi della vita e della fede, ma in realtà questa correzione ha un valore molto profondo.
La riforma liturgica aveva lasciato una consegna ben precisa: che tra tanti doni di Dio, tra tante ricorrenze, memorie e feste, apparisse chiaramente la centralità della Pasqua, come sorgente di tutti i doni del Signore; e anche che ogni ricorrenza del calendario liturgica è un riverbero dello splendore della Pasqua.
Si pensò allora che la Pasqua di risurrezione non si poteva semplicemente archiviare come una ricorrenza tra le altre: non esiste un “dopo Pasqua”. Dal momento che il Signore è risorto e si è manifestato ai suoi discepoli, tutto è Pasqua, tutto il tempo è festa, tutto è pieno di luce e di speranza.
C’è una curiosità significativa: i giorni della settimana noi li chiamiamo “feriali”, ma dovete sapere che in latino la parola “feria” significa esattamente “festa, vacanza”. (Tanto è vero si dice ancora “andare in ferie”).
E questo è dovuto al fatto che i primi cristiani, che non sentivano più il desiderio di onorare le antiche divinità che hanno dato il nome ai pianeti, cominciarono a chiamare quei giorni semplicemente “il lunedì, feria seconda; il martedì, feria terza…, e così via”.
Non è solo un dettaglio curioso, ma esprime la coscienza che, per un cristiano, la Risurrezione di Cristo non è un episodio da mettere in archivio, ma ha la forza di illuminare e sostenere tutta la vita, tutte le giornate, le giornate della festa e del lavoro, le giornate dell’incontro e della solitudine, le giornate della salute e della malattia, i momenti solenni e quelli quotidiani e dimessi della vita di ogni giorno.
A questo proposito, non mi sembra un gran guadagno il fatto di essere tornati a nominare gli astri, (la luna, marte e mercurio…) ma soprattutto l’aver perso coscienza del fatto che la domenica è il primo giorno, non l’ultimo della settimana: è il giorno dal quale tutto ricominca e dal quale tutto ritrova la sua forza.
Vi propongo di lanciare una campagna: ogni volta che qualcuno vi augura “Buon week end”, noi cristiani dobbiamo rispondere “Buona domenica!”.
“Domenica”, deriva da “Dominus”, il Signore: è il suo giorno, il giorno che lui ci ha donato, per incontrarci, per essere insieme, per essere liberi.
Lo abbiamo appena ascoltato nel Vangelo: Gesù venne nel cenacolo (cioé la sala che prende il suo nome dalla Santa Cena che il Signore celebrò la sera del tradimento, consegnando il suo Corpo e il suo Sangue) il primo giorno della settimana e “otto giorni dopo” che, secondo il tipico linguaggio semitico, indica la settimana successiva.
Ma il vangelo registra anche un’altra visita del Signore ai suoi discepoli: quando Pietro era uscito a pescare, era tornato al duro lavoro quotidiano. Chi poteva immaginare di incontrare Dio, mentre la mattina prestissimo stava faticando per gettare le reti e, per di più, con la frustrazione di non prendere nulla? Ci sono dei momenti nella vita che sembrano così lontani dal sacro, così lontani da Dio. Ma da quando il Signore è risorto, ogni giorno e ogni luogo diventa possibilità di incontrarlo, diventa una piccola pasqua.
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Il brano che abbiamo ascoltato è molto ricco e pieno di luce. Ci dice da una parte che Gesù si fece toccare e riconoscere per le piaghe che portava impresse della sua passione; dall’altra parte si dice che venne “a porte chiuse”.
La risurrezione è un modo nuovo di esistere. Significa avere un corpo, essere dunque lo stesso di prima, con tutto quello che si è vissuto, sofferto, gioito e sperato; ma senza più tutto quello che nella vita è limite. Per questo il Signore può essere ed è effettivamente ovunque e sempre.
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Quando i discepoli sono riuniti nel luogo della Cena, nel primo giorno della settimana, il Signore dona anzitutto la sua pace: «Pace a voi!» (שָׁלוֹם עֲלֵיכֶם) shalom aleichem!.
Non è solo il saluto abituale del popolo ebraico: è anzitutto il perdono e la riconciliazione offerta gratuitamente a chi aveva tradito, abbandonato, a chi si era perduto per lo scoraggiamento, per la paura. La presenza del Signore ridona vita e forza.
A questo proposito ecco un’altra campagna che vi propongo: che non ci salti mai più in mente di dire “Sono in pace con me stesso”. Per essere in pace con se stessi, basta abbassare l’asticella del bene al livello delle nostre pigrizie. Essere in pace con se stessi rischia di essere la peggiore delle idolatrie. La vera pace è un dono che viene da Dio, gratuito e immeritato.
Lo riceve che lo desidera ardentemente e lo cerca custodendo il bene prezioso della domenica, il giorno del Signore.
È da questa pace che discende ogni altra pace, con i fratelli, con il mondo, e anche con se stessi.
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Poi abbiamo ascoltato: «Soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”».
Nelle antiche Scritture due volte si parla del soffio di Dio. La prima è quando venne creato l’uomo da un mucchietto di terra che il Signore aveva plasmato e sul quale Dio soffiò la vita. La seconda è quando Dio per tutta una notte soffiò sul Mar Rosso perché si dividessero le acque e Israele potesse passare all’asciutto. Dunque “creazione e esodo”.
Ecco che cosa è per noi la domenica: una nuova creazione e un nuovo esodo.
Riceviamo il suo Spirito che non è più solo come in Adamo un soffio naturale che prima o poi è destinato a spegnersi. Ma è la vita soprannaturale di Dio, il suo stesso amore. Quell’amore che fa del Padre e del Figlio non due dei, ma un solo Dio, un solo Signore.
Quell’amore che ci rende uno: rende uno lo sposo con la sposa; rende uno i fratelli, gli amici, i discepoli; rende una la comunità dei credenti in ogni tempo e in ogni luogo. Rende uno con lui, il suo corpo, parte di lui.
E un nuovo esodo; veniamo liberati da ciò che ci tiene schiavi: le nostre incredulità e le nostre paure, le nostre fragilità e il nostro peccato. E la meta non è una terra promessa, un angolo di questo mondo, ma il suo stesso regno.
Allora, terza campagna che lancio: dobbiamo ritrovare il gusto di usare la parola “paradiso”. Tra i Greci, c’è un saluto che si fa quando ci si congeda da un defunto, ma si può fare anche in quei momenti in cui ci si deve lasciare per un lungo viaggio e senza sapere quando e come ci si potrà rivedere: Καλό παράδεισο! (Buon paradiso!). Noi cristiani ci possiamo e ci dobbiamo permettere sempre il lusso della speranza.
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E tra i tanti meravigliosi doni che ci porta questa pagina evangelica, c’è la provvidenziale professione di fede di Tommaso.
I Padri della Chiesa hanno giustamente rilevato che Tommaso ci ha aiutato di più con la sua testardaggine che con la sua fede.
È l’ultima campagna che vi propongo (poi alla fine interrogo per sapere se le ricordate tutte…). Dobbiamo reagire con tutte le nostre forze, ogni volta che qualcuno osa fare della Pasqua una metafora: la Pasqua come metafora della rinascita, della speranza, la primavera e i fiorellini…
Al diavolo le metafore. Proprio al diavolo.
La Pasqua non è un premio di consolazione. La Pasqua non è un “come se…”.
Tommaso era un ebreo verace. Non era un greco. Non era un filosofo. Uno può essere vivo o morto. Non serve a niente dire “È vivo nel mio cuore”. O “vive nei nostri ricordi”. O “vive nelle sue imprese”, come Garibaldi. Alla fine tutte queste belle frasi significano una cosa sola: è morto!
A uno come Tommaso non puoi parlare di metafore. Se gli amici ti dicono: «Abbiamo visto il Signore!», la cosa è seria. O Gesù è vivo o gli amici sono pazzi.
«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», gli dice il Signore. Sant’Agostino spiega che in realtà questa è anche la beatitudine di Tommaso, perché quella domenica Tommaso vide un uomo, per di più coperto di ferite, ma con le sue parole disse tutto quello che in realtà non si poteva vedere: «Mio Signore e mio Dio».
È la professione di fede più azzardata ed esplicita che si trovi in tutta la Bibbia. “Signore” è il titolo che usava al posto del nome sacro, impronunciabile di Dio.
E fino a quel momento Gesù talvolta era stato chiamato “Figlio di Dio”, ma ora, senza giri di parole, Tommaso lo riconosce “Dio”, uguale al Padre: «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato della stessa sostanza del Padre».
Il nostro Dio non è un essere perfettissimo e impassibile che se ne sta nell’alto del suo olimpo a ridere di noi e delle nostre disgrazie.
Il nostro Dio è un Dio ferito, che ha portato nella sua gloria come un trofeo la nostra carne umana e le piaghe che ha subito, per donarci il suo amore.
Sono piaghe che restano aperte e sanguinanti fino alla consumazione dei secoli, perché noi possiamo trovare in esse il nostro rifugio e la nostra protezione.
Ecco, adesso viene l’ora di incontrarlo. Prima nel Vangelo ha scaldato i nostri cuori, ora nel Sacramento si lascia vedere e toccare, diventa nostro cibo e nostra forza.
Shalom aleichem! Per sempre è la sua misericordia!
