post-cristiani?

Terza domenica di Pasqua A

Cattedrale, Zola Predosa, Bentivoglio 22/23 aprile 2023

La storia che oggi riviviamo nella liturgia pasquale è la storia di una grande inversione di rotta.

I due discepoli di Emmaus fanno pensare alla parabola del Samaritano: a quell’uomo che – come Cleopa insieme al suo misterioso compagno – “scendeva da Gerusalemme”.

Perché nelle espressioni della Scrittura, qualunque sia il riferimento geografico, per significare “dirigersi a Gerusalemme”, si dice sempre “salire a Gerusalemme” e ovviamente, chi esce dalla città santa, “scende da Gerusalemme”.

Un cammino in discesa, ma non privo di insidie e di pericoli, come ricordiamo bene.

Ma i due discepoli non si imbattono in un brigante, come il malcapitato della parabola: si imbattono invece in una nemico molto più pericoloso e mortale, quel nemico che è la loro stessa disperazione.

Sono persone ferite interiormente, deluse.

Erano “discepoli di Gesù”, come continua a ripetere l’evangelista Luca, ma ormai avevano perso la fede. Come succede purtroppo a tanti dei nostri amici e talvolta anche a noi stessi, la fede in Cristo sembrava a loro un bel sogno di tempi passati, ma il brusco risveglio di una cultura scettica e disincantata, ammazza tutte le illusioni.

«Noi speravamo», dicono i due al Viandante che si è fatto loro compagno di viaggio, manifestando tutta l’amarezza della loro sfiducia e la mancanza di ogni attesa.

I discepoli hanno il volto triste: dunque con la fede e la speranza, i due hanno perso anche la gioia. 

Forse l’unica cosa che non hanno perso è la parlantina, visto che il Vangelo riferisce che «conversavano», «discorrevano», «discutevano». 

Non vorrei fare della sociologia da quattro soldi, ma non sembra anche a voi che vari aspetti di questa descrizione ci riportino a tante delle nostre strade, dei nostri cammini? 

Autobus, treni, autostrade, metropolitane, i luoghi dei nostri transiti sono pieni di gente iperconnessa, con cuffiette e cellulari che li mettono in contatto con il mondo, dentro a un fiume di suoni e di parole, che ci lascia però sostanzialmente tristi e inquieti.

Questi due cristiani (o forse ex-cristiani) hanno molte informazioni sulla Scritture, ma non sanno entrare nella loro verità; sono anche aggiornatissimi sulle più recenti vicende della vita ecclesiale, sanno tutto di quello che «è accaduto in questi giorni»; ma il loro spirito resta impermeabile alla speranza.

Hanno addirittura Gesù accanto a loro, compagno del loro viaggio, così come il Signore è sempre vicino, presente, amico per gli uomini e le donne di ogni tempo – e quindi anche dei nostri – ma «i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo».

Ricordo a questo proposito una osservazione molto arguta del Cardinale Biffi in un’omelia sui discepoli di Emmaus: i due – diceva il Cardinale – “sembravano convinti – come molti nostri contemporanei – che ormai è cominciata l’epoca, per così dire, post-cristiana”.

Non è affatto necessario ricorrere ad analisi troppo sofisticate per riconoscere che la fede cristiana è in gran parte marginale nelle scelte e negli orientamenti delle persone e perfino anche in tanti membri più o meno giovani delle nostre comunità ecclesiali. Negarlo sarebbe inutile e controproducente.

Nella realtà più profonda, diceva Biffi, quei due viaggiatori che “credevano di essere post-cristiani, erano invece semplicemente pre-cristiani”: l’incontro pieno e personale con il Vangelo di Cristo era ancora tutto davanti a loro e quei due dovevano ancora percepirlo per lasciarsene trasformare.

Anche a noi oggi il Vangelo chiede questo sguardo nuovo sulla realtà: uno sguardo illuminato dalla profonda persuasione che la grazia di questo incontro è sempre possibile, anche se è più difficile per il cuore di chi una volta gli ha voltato le spalle.

Come nella parabola, anche i due discepoli che scendevano da Gerusalemme, incontrano il loro samaritano: è Gesù stesso che cura le ferite della loro disillusione e della loro tristezza, introducendoli alla piena comprensione della realtà delle cose.

Gesù non li avvicina con delle parole di circostanza, con una esortazione all’ottimismo. Al contrario il Signore li mette con tutta schiettezza davanti a se stessi: «Stolti e lenti di cuore!». 

Gli uomini sono spesso pieni di mezzi e informati su tutto; eppure sono «stolti», cioè privi di quella vera sapienza che consente di leggere dentro le cose e gli eventi e di coglierne il senso profondo. 

Ricchi di sentimento, appassionati ai problemi, interessati a tante questioni magari anche religiose, ma «lenti di di cuore», cioè non sanno decidersi ad aprirsi totalmente alla verità del Risorto e alla grazia di un incontro vero e personale con lui.

«Bisognava che il Cristo patisse». È il primo nodo da sciogliere; è il più grande in realtà e li contiene tutti. «Bisognava»: la croce non è una necessità quasi fatale, ma è il misterioso disegno di Dio per la nostra salvezza. Non era “destino”, era “amore”; non era “disgrazia”, era “dono”; non era “delusione”, era “misericordia”.

Gesù aiuta i discepoli a ricomprendere le Scritture nel loro significato vero: la sua morte non è una disperante sconfitta, ma una appassionata storia di amore. Dio non si rassegna all’infedeltà dell’uomo, non sbatte la porta deluso, non si allontana mai dall’uomo, ma lo accompagna e lo sostiene fino alla fine.

Gli eventi sono rimasti quelli di prima, ma ora sono letti con occhi nuovi. I discepoli sono finalmente in grado di vedere la nuova e definitiva verità: ciò che alla grande cultura degli uomini appare stoltezza e debolezza (cioè la morte di Gesù), è sapienza e potenza di Dio. 

Morte e tristezza, che accompagnano come sorelle il peccato, non sono le ultime parole della vita e della storia di Gesù.

«Gesù in persona – abbiamo ascoltato – si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo». È difficile trovare parole che descrivano con più chiarezza la situazione nostra e di tanti nostri contemporanei. 

Molti pensano di essere lontani da Dio, da Cristo e dalla Chiesa; non è vero. Come possono essere lontani, se Gesù non cessa di star loro vicino e, anche se non se ne accorgono, cammina con loro sulla strada della vita? 

Non c’è lontananza da parte di Gesù, c’è piuttosto incapacità da parte nostra di vederlo per quello che è, a causa dei molti pregiudizi, degli interessi contrastanti, delle reciproche incomprensioni delle parti. 

La conclusione del racconto ci rasserena e ravviva la nostra fiducia:«Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero».

Vorrei però farvi notare che l’evangelista Luca non dice che Gesù si dilegua o che scompare: ma che si rese invisibile ai loro occhi. Gesù resta sempre come colui che ci segue nel nostro cammino, perché noi lo seguiamo nel suo.

Nel pane spezzato, nell’Eucaristia possiamo sempre riconoscerlo: è invisibile perché non è più semplicemente con noi, ma dentro di noi. La Parola e il Pane della vita ce lo hanno messo nel cuore: non vediamo più il suo volto di fratello, perché ha fatto suo il volto di ogni fratello. 

Dunque, il Signore ci è accanto quando abbiamo qualche amarezza e qualche ragione di sofferenza: è l’unico che non abbandona. Il Signore ci è accanto anche quando percorriamo i campi nebbiosi del dubbio o quelli infecondi dell’incredulità. 

Il Signore ci è accanto anche quando sbagliamo e prevarichiamo: il Salvatore, che ha versato il suo sangue per tutti, non si rassegna mai alla perdita di qualcuno dei suoi fratelli. 

Certo tutti noi abbiamo qualche volta l’impressione che stia calando la notte su un mondo che diventa sempre più opaco e senza appigli, e su un’umanità che capisce sempre meno quale sia il suo vero destino e dove stiano i sentieri giusti per arrivare alla gioia. 

In quei momenti la preghiera dei due discepoli di Emmaus sembra venire proprio dal nostro cuore: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno volge al declino». 

Quando l’uomo arriva alla sincerità di questa preghiera, è arrivato già alla salvezza. 

Jan Steen, (circa 1665 – 1668), Cena di Emmaus, Rijksmuseum, Amsterdam

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