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Quarta domenica di Pasqua A

Cattedrale – Zola Predosa, 29/30 aprile 2023

Siamo tutti molto aggrappati a noi stessi, alla nostra autonomia nelle scelte e nelle decisioni, alla nostra libertà e indipendenza.

Anzi questo culto dell’autonomia dell’individuo sembra essere sempre più enfatizzato dalla cultura contemporanea, in modo perfino paradossale: l’umanità non ha mai avuto tante possibilità di incontro, di relazione e di comunicazione come in questi decenni e allo stesso tempo non è mai apparsa tanto frantumata nell’individualismo. 

Anche quelle culture politiche che avevano fatto dei diritti sociali la loro grande ragione di impegno, oggi sono sempre più attratte dalla affermazione di diritti individuali più o meno fondati e pazienza se per affermarli, si calpestano e si distruggono perfino i fondamenti umani del nostro vivere comune, dalla famiglia, alla stessa identità personale.

Per andare subito al punto, reagendo alla pagina evangelica che abbiamo appena ascoltato, non vogliamo certo essere delle pecore: “io sono libero, io penso con la mia testa, io non devo rendere conto di quello che faccio, non ho bisogno di qualcuno che mi dica come comportarmi, come vestirmi, come vivere le mie relazioni, come scegliere la mia stessa identità”.

Una mentalità che entra in modo molto tossico anche nella nostra vita spirituale ed ecclesiale: anche tra i membri attivi della comunità cristiana si nota un forte attivismo per affermare le proprie visioni della verità e del bene e troppo spesso purtroppo, il fatto che queste visioni non coincidano neppure con gli insegnamenti del Vangelo non costituisce affatto un problema.

Ricordo che da giovane mi colpì molto un esempio che mi venne fatto, a proposito di libertà personale: è quello del supermercato. Quella intrigante sensazione, quando entri in un supermercato di essere libero di poter comprare quello che vuoi, di poter vagliare, scegliere, decidere… quando sappiamo perfettamente che la disposizione dei prodotti, le musiche, i suoni, l’illuminazione, i colori sono studiati molto attentamente per orientare i nostri comportamenti e orientarci all’acquisto perfino di cose di cui non avevamo alcun bisogno.

Ma questo esempio ormai oggi è ampiamente superato, perché il supermercato ormai ce lo abbiamo incorporato non solo nei nostri cellulari, ma anche nei valori che ispirano le nostre scelte e le nostre decisioni.

Ma resta l’amara verità di fondo: la libertà di scelta è molto spesso nient’altro che una illusione, una apparenza, a fronte di condizionamenti profondi. Ci avete fatto caso che spesso, i ragazzi, ma non solo, quanto più pretendono di affermare la loro autonomia di giudizio, tanto più finiscono per essere tutti uguali, perfino nel modo di vestire?

La questione cruciale riguardo all’autonomia e alla libertà personale non è quindi se essere liberi, indipendenti, autonomi oppure subire i dettami di qualche autorità (la famiglia, la Chiesa, la scuola…). La questione cruciale è in realtà: a chi appartengo? A chi do retta nella vita? Chi è il mio maestro? Chi è il mio Signore?

È una domanda di fondo e non ineludibile, perché quanto più penso di non appartenere a nessuno (“io non sono una pecora, non ho nessun pastore”) tanto più in realtà sono schiavo di me stesso, della mia ignoranza e del mio egoismo.

La parola evangelica di questa quarta domenica di Pasqua è un pugno nello stomaco in questo scenario.

Come sapete, l’immagine delle pecore, del recinto e del pastore è un tema biblico molto utilizzato nelle pagine dell’Antico Testamento e suonava molto rasserenante per un popolo che spesso era sopraffatto da cattivi pastori e da false guide: i Testi sacri annunciavano che Dio stesso avrebbe avuto cura del suo gregge, avrebbe radunato i suoi figli dispersi, avrebbe cercato la pecora perduta, fasciato la malata, occupandosi di tutte e di ciascuna secondo la loro necessità.

Ora il Signore, il vivente, colui che ha sconfitto il vero nemico, quel lupo che è la morte, la rovina, la paura, si dona a noi come Pastore: offre un rapporto di fiducia non ad una massa indistinta, ma stabilendo una relazione speciale con ciascuno, in un riconoscimento reciproco di fiducia e di amore: un pastore che ci precede e ci accompagna nei pascoli della vita.

Oggi, dunque, siamo chiamati a prendere ancora una volta posizione, rispetto alla realtà, rispetto a noi stessi, rispetto a colui che ha dato la vita per noi. Noi che siamo qui oggi, dobbiamo seriamente domandarci: chi è Gesù Cristo per me? È solo il simbolo di una tradizione? È il personaggio caro di qualche racconto edificante? È semplicemente il pretesto per dare fondamento a qualche valore di riferimento essenziale? È una presenza semplicemente decorativa, giusto per mangiare colomba e panettone?

Oppure credo anzitutto e fermamente alla Pasqua e cioè anzitutto che Gesù Cristo adesso è vivo, che mi conosce, che mi ama, che è in relazione con me, che gli devo tutto quello che sono? Credo che è il Signore? Che gli appartengo? Mi sono lasciato conquistare da lui? Ho fiducia in lui? Davvero la sua parola conta per me?

Nelle parole che abbiamo appena ascoltato, sono descritte una serie di azioni del gregge e del pastore, ma si parte dalle pecore: “le pecore ascoltano la sua voce”. È la prima fondamentale caratteristica della comunità dei credenti.

Ci stiamo un poco ossessionando – credo più nelle chiacchiere ecclesiastiche che in una vera prassi comunità, a “metterci in ascolto”. Per alcuni questo è diventato uno slogan perfino irritante. Perché prima o poi ci dovremo anche chiedere: ma chi vogliamo ascoltare? Non c’è già abbastanza chiasso attorno a noi e dentro di noi? Non sarà il caso di affinare un poco il senso dell’ascolto e imparare a distinguere la voce del Pastore dalla voce dei chiacchieroni?

Prima di qualsiasi altra cosa, un cristiano è chiamato all’ascolto della Parola di Dio, relativizzando tutte le altre voci e parole del mondo.

Poi, tornando al vangelo, dopo questa azione fondamentale del gregge, le azioni sono tutte compiute dal pastore: “chiama le sue pecore ad una ad una”, “le conduce fuori”, “cammina davanti a loro” e se le pecore lo seguono è appunto perché “conoscono la sua voce”.

Malgrado la moltitudine delle pecore che compongono il gregge, davanti a Dio non siamo mai una massa, egli ci conosce uno per uno. Il nostro nome è scritto nel suo cuore, cioè la nostra persona e la vocazione che ciascuno di noi deve riconoscere per trovare pascolo e vivere nella pace.

Il Pastore “fa uscire”: come Dio aveva fatto uscire il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto, così ora conduce e riconduce il suo gregge fuori dalle oppressioni del mondo e dalla schiavitù del peccato. Continuamente il Pastore “fa uscire”, perché sempre ci è offerta in lui la possibilità di essere nuovi.

Il Pastore “cammina davanti al gregge”: come aveva condotto con sicurezza Israele nei pericoli e nelle restrizioni del deserto, così ora Gesù precede e indica la via da seguire. E se abbiamo imparato a riconoscere la sua voce, sappiamo di essere preziosi per lui, sappiamo di poterci fidare.

Ecco dunque: se nella mia brama di autonomia a tutti i costi non accetto di dipendere da Cristo, allora la mia presunta libertà si rivelerà un’illusione. Se non appartengo a Cristo, appartengo al mondo. Se non è Dio il mio pastore, la mia guida verso la libertà, allora avrò senz’altro un altro padrone, uno che mi tiene schiavo.

Se l’uomo riconosce e accoglie il Cristo come proprio pastore e via d’accesso al Padre, non solo acquista la vera libertà, ma si compie in lui la salvezza, con tutti i suoi doni di pace e felicità.

Se il Signore è il mio pastore, allora non manco di nulla, trovo pascoli verdi dove riposare, acque tranquille dove spegnere la mia sete e rinfrancarmi. 

Se il Signore è il mio pastore, non perdo mai il giusto cammino, nemmeno nella notte tenebrosa: nessun male o pericolo mi incute paura, perché Lui è con me. 

Se il Signore è il mio pastore, allora il mio calice, cioè la mia vita, trabocca della sua grazia, per sempre. 

Non c’è quasi bisogno di aggiungere che questa domenica del buon Pastore è la giornata di preghiera per le vocazioni: pregare per le vocazioni significa pregare in fondo per ciascuno di noi, perché ognuno possa imparare a riconoscersi e a fidarsi della voce di Cristo e a seguirlo.

Nel grande ipermercato del mondo, che ti illude di essere libero ma che in realtà ti induce bisogni artificiali che ti tengono schiavo, la libertà consiste nel riconoscere il primato di Dio e nel renderne visibile la sua presenza amorosa.

L’umanità ha bisogno di preti santi e di anime consacrate che vivano quotidianamente il dono totale di sé a Dio ed al prossimo; di papà e di mamme capaci di testimoniare tra in famiglia e nella società la santità sdel matrimonio, risvegliando in quanti li avvicinano il desiderio di realizzare il progetto del Creatore sulla famiglia; di giovani che abbiano scoperto personalmente Cristo e ne siano restati affascinati così da appassionare i loro coetanei alla causa del Vangelo.

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