Mi trovo a Fatima in pellegrinaggio e, con un ricordo speciale nella preghiera per quanti hanno la bontà di seguire questa pagina, condivido volentieri la riflessione di questa domenica.
Quinta domenica di Pasqua A
«Io sono la via, la verità e la vita»: sono le parole forti che tante volte risuonano nelle nostre celebrazioni e nella nostra preghiera.
Come sempre – e in questo caso più che mai – è importante avere ben presente quale sia il contesto in cui si colloca il brano della liturgia di questa domenica.
Siamo al capitolo 14 del Vangelo di Giovanni: dunque il contesto è quello della Cena, dopo la quale Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli.
Conosciamo bene il significato che Gesù attribuì a quella Cena accompagnato da quel segno di umiliazione del Maestro.
È l’ora delle tenebre, l’ora del tradimento e dell’abbandono, è arrivata l’ora in cui il principe di questo mondo scatena la sua furia su Gesù e su quanti gli appartengono.
Ma è – soprattutto – l’ora solenne e decisiva per Gesù del dono di sé, l’ora dell’amore più grande possibile: l’amore stesso di Dio.
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e in me»: è la consegna definitiva che Gesù trasmette agli undici per prepararli a sostenere lo scandalo della Passione, ma sono parole rivolte anche a noi, soprattutto nei momenti in cui il male sembra prevalere attorno a noi, e arriva a colpire coloro che gli appartengono, mettendo a dura prova la nostra fede.
«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». «Vado a prepararvi un posto». «Verrò di nuovo e vi prenderò con me».
Istintivamente ci viene facile collegare queste parole al ritorno finale del Signore, al tema della fine del mondo o della nostra vita sulla terra.
Ma proprio il contesto ci offre una luce migliore per comprendere: è la vigilia della passione.
Gesù annuncia che si separerà da suoi, e anche che la sua sarà una assenza attiva: «Vado a prepararvi un posto».
Il “ritorno” di cui Gesù parla è dunque la sua risurrezione.
Questo allora è il senso di queste parole del Signore: il paradiso è già cominciato, perché a partire dal ritorno del Signore, cioè dalla sua risurrezione, abbiamo la certezza di appartenere alla Casa del Padre.
È qui che si inserisce questo malinteso dell’apostolo Filippo: « Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?».
La richiesta dell’apostolo, «Mostraci il Padre», esprime il desiderio che in modo più o meno consapevole ogni uomo coltiva nel suo cuore, cioè quello di tornare all’origine, al senso, all’abbraccio e alla protezione di colui che ci ha voluto al mondo, ci ama, ci accompagna, ci segue, ci sostiene.
Ha ragione, dunque, Filippo a fare questa richiesta a Gesù. Conoscere il Padre è l’Essenziale, l’unica cosa che conta davvero.
La Pasqua del Signore, il suo passaggio dentro la fragilità della nostra umanità, dentro alla sofferenza umana, fino alla morte e la vittoria della sua gloriosa risurrezione ci mostra che tutto l’Essenziale che stiamo cercando ha un nome e un volto: è Gesù questo Essenziale.
Pochi giorni fa abbiamo celebrato la sua memoria e pensando a San Giuseppe, mi risuona spesso istintivamente il compito che gli assegnò l’angelo del Signore: «Tu lo chiamerai Gesù», che è lo stesso che viene attribuito insieme anche alla Vergine Maria.
Maria e Giuseppe sono in assoluto i primi discepoli del Signore e mi sembra che questo compito di attribuirgli il nome sia proprio costitutivo del rapporto che tutti siamo chiamati ad avere con il Salvatore: il compito di identificarlo, di riconoscerlo, di chiamarlo per nome.
In un fratello che incontriamo, in una sollecitazione al servizio, all’amore, nella gioia o anche nella fatica di un incontro… “chiamalo per nome”, sembra dirci un angelo, “è Gesù che passa accanto a te!”.
Forse ricordate le parole di San Giovanni Paolo II nella mitica notte di Tor Vergata al Giubileo dei Giovani: «È Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare.
È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna».
Il dono di questa domenica, dunque, è quello di aprire gli occhi sulla concretezza della nostra vita e riconoscere che l’Essenziale, colui che cerchiamo per avere la vita e per avere luce e forza nelle prove e nelle difficoltà, è più vicino a noi di quanto spesso ci rendiamo conto.
“Stai percorrendo la strada della tua vita? Quella strada sono io, Filippo!”. Hai trovato la donna, l’uomo della tua vita? “Chiamalo col suo vero nome, sembra dirci l’angelo, è Gesù!”.
C’è qualcosa o qualcuno che ti sollecita al perdono, ad un gesto di carità, alla pazienza? Riconoscilo, perché ce l’hai davanti agli occhi: è Gesù!
Il tuo lavoro, la tua professione, ma anche la tua fatica, la tua stanchezza: “Lo chiamerai Gesù”.
È arrivato il tempo della prova? Una malattia, una brutta notizia, una solitudine? Non avere paura! “Chiamalo col suo nome: è Gesù”.
Troppo spesso siamo come Filippo, come quelli che cercano disperatamente gli occhiali, mentre ce li hanno sulla fronte.
Gesù è il volto del Padre, l’Essenziale, la sorgente, il senso, lo scopo, la forza, l’energia, la pace.
Il Crocifisso risorto è l’accesso al cuore stesso del mistero che ci precede e ci accompagna. Quel Padre dal volto invisibile e misterioso di cui il nostro cuore ha una profonda nostalgia.
L’eterno, impenetrabile, inconoscibile Dio, infinitamente al di sopra di noi, la sorgente di tutto il bene e di ogni perfezione, diviene accessibile anche alla nostra piccola, fragile umanità e in Cristo suo Figlio, crocifisso e risorto, ci dona la forza di osare chiamarlo per nome… osiamo dire “Padre nostro”.
