soffiò su di loro

Pentecoste A

Come sapete la festa di Pentecoste, che oggi celebriamo ha la sua origine nell’antica alleanza. I figli dell’antico Israele la chiamano “Shavuot”, che significa “festa delle settimane”, una settimana di settimane la separa da Pesah, la festa ebraica di Pasqua.

Questa festa di origine agricola, la prima dopo quella di Pasqua, è la memoria annuale del primo grande evento successivo alla liberazione dalla schiavitù dell’Egitto attraverso il Mar Rosso, cioè il dono del Decalogo, il dono della Legge ricevuta da Mosè sul Monte Sinai.

Per caso mi è capitato di ascoltare per radio pochi giorni fa, il sermone di una rabbino riguardo alla festa di Shavuot, che cade quest’anno nella stessa settimana della Pentecoste cristiana, così come nella stessa settimana abbiamo avuto la Pasqua.

Mi ha colpito una considerazione fatta dal Rabbino: parlava del dono della Legge e specialmente dei dieci comandamenti come della grande possibilità, data da Dio a Israele, per poter vivere in pienezza la propria umanità. La legge non è una imposizione di limiti nei comportamenti consentiti, quanto piuttosto la rotta da tenere per poter esprimere al massimo livello la nostra condizione umana.

Oggi tutti siamo ben coscienti dell’importanza di avere degli argini robusti. Gli argini sembrano essere un limite alla libertà delle acque e invece sono esattamente la garanzia che l’acqua non marcisca ma abbia il suo sbocco nel mare! I comandamenti sono gli argini della nostra umanità.

Il Rabbino notava come un dono così sacro e addirittura costitutivo della coscienza e della identità stesso del popolo ebraico non è stato elargito propriamente all’interno della Terra Promessa, ma in quella terra di nessuno (o terra di tutti, che è la stessa cosa) che è il deserto, per dire che in realtà i 10 comandamenti sono stati dati per mezzo di Israele a tutti gli uomini, perché esprimono la garanzia della crescita e dello sviluppo della dignità umana.

Questo mi faceva pensare al senso della Pentecoste cristiana, che viviamo evidentemente sul solco dell’antica storia della salvezza.

Gli eventi della prima Pentecoste cristiana accaddero a Gerusalemme, ma non nel recinto sacro ed esclusivo del tempio: accaddero nella casa dove i discepoli dimoravano insieme. E il primo effetto eclatante di quegli accadimenti è l’aprirsi delle porte di quella casa verso una folla che rappresenta (attraverso un elenco dettagliato) tutti i popoli, compresi gli “stranieri di Roma” – così dicono espressamente gli Atti degli Apostoli. È il segno del fatto che questo dono dello Spirito è davvero destinato – attraverso i discepoli – a tutte le nazioni, per costituire quel popolo di popoli che è la Chiesa, in cui nessuno sarà straniero.

Il forte rumore, il tuono, il fuoco: sono elementi caratteristici dei racconti tanto dell’Esodo, come degli Atti degli Apostoli, che dunque accomunano questa potente manifestazione divina nell’Antico e nel Nuovo Testamento.

Questo mostra la continuità, ma anche la novità del dono di Dio. Nella storia della Pentecoste antica, il dito di Dio scrive sulla pietra, la legge fondamentale, i dieci comandamenti. 

Ricordate che nel “Veni Creator” noi invochiamo lo Spirito Santo come “digitus paternæ dexteræ” (il dito della mano del Padre)? Nella Pentecoste cristiana è lo stesso Spirito Santo che ora non lambisce la pietra, ma viene ad abitare nel cuore. 

Fu certamente un dono la legge mosaica, perché offre le coordinate fondamentali per non sbranarci l’uno con l’altro, anzi per camminare insieme uno accanto all’altro, diventando così un popolo, un progetto di umanità pacifica e giusta. 

La legge mosaica, scritta sulla pietra, una legge cioè oggettiva, non manipolabile dall’interesse meschino, è per noi come uno specchio, con il quale ci possiamo confrontare, possiamo valutare, giudicare, capire il bene e il male.

Ma questa Legge, scritta sulla pietra, resta  comunque fuori di noi: ora invece lo Spirito Santo, che è la vita stessa di Dio, viene ad abitare dentro di noi, e dall’interno ci trasforma se crediamo in lui e lo accogliamo nella fede.

Se la Pentecoste ebraica con il dono della Legge è la possibilità di essere veramente umani, la Pentecoste cristiana, con il dono dello Spirito è la possibilità incredibile di essere divini, perché agisce dentro di noi colui che è l’anima stessa di Dio, la sua potenza, la sua infinita perfezione.

Intanto si capisce subito che la Pentecoste cristiana è qualcosa che è iniziata a Gerusalemme ma che terminerà solo quando Dio sarà veramente tutto in tutti.

Non siamo così sprovveduti da pensare che solo perché siamo cristiani, battezzati e cresimati, abbiamo già raggiunto la perfezione di Dio.

Oggi noi viviamo la meraviglia di un dono potentissimo da parte di Dio, un dono che è Dio stesso, ma che noi siamo ben lontani dall’avere veramente accolto nel cuore e nella vita.

Ma intanto oggi è il giorno della meraviglia.

* * *

La Liturgia della Pentecoste di quest’anno ci offre la possibilità di contemplare l’evento dell’effusione dello Spirito Santo secondo due prospettive diverse, ma complementari, che aiutano la nostra comprensione: la prospettiva dell’evangelista Luca, che è l’autore degli Atti degli Apostoli, e quella dell’evangelista Giovanni, autore del quarto vangelo.

Luca ci offre una presentazione molto liturgica; seguendo il suo racconto, abbiamo la distribuzione degli eventi secondo una cronologia sulla quale – non a caso – è organizzato l’anno liturgico: gli eventi della Pasqua; l’ascensione il 40mo giorno; l’effusione dello Spirito il giorno 50mo. 

Anzi da Luca abbiamo anche una indicazione più precisa ancora: “mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste”. La giornata per gli ebrei comincia con il tramonto del sole e quindi è composta da “tramonto, notte, mattina e giorno”. Dunque l’evento della manifestazione dello Spirito è accaduto attorno all’ora terza, cioè alle 9 del mattino, quando inizia l’ultima fase della giornata. Questo è il motivo per cui l’Ora Terza è la preghiera liturgica sempre dedicata all’invocazione dello Spirito Santo.

Tra i tanti elementi caratteristici del racconto di Luca, mi piace sottolinearne solo uno, un piccolo dettaglio, per me estremamente commovente, che si coglie con una traduzione più letterale: «Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si sedevano sopra ciascuno di loro».

Perché mi commuove? Perché il verbo “sedersi” è quello della intronizzazione  regale: è come se la potenza di Dio voglia fare dei discepoli il suo trono… e visto che il è il trono a dare gloria al re, sembra quasi che Dio voglia perfino prendere gloria dall’uomo. Come dirà sant’Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». 

* * *

San Giovanni invece non si preoccupa di darci una cronologia liturgica, quanto piuttosto di offrirci una comprensione teologica e spirituale dell’evento e del dono.

Quando descrive il momento della morte di Signore crocifisso, Giovanni scrive: «Gesù disse: “È compiuto!” e, chinato il capo, consegnò lo spirito». E nel Vangelo di quest’anno della domenica di Pentecoste, quando racconta del primo incontro del Risorto con i discepoli dice: «Gesù soffiò e disse ai discepoli: “Ricevete lo Spirito Santo”».

Così Giovanni ci aiuta a comprendere che il dono dello Spirito Santo è in profonda relazione con la sua morte e la sua risurrezione.

Fin dalla prima pagina della Bibbia, appare questa certezza: che «lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gen 1,2), quasi a dire che, per quanto l’origine del mondo sia opera di Dio creatore, lo Spirito Santo non può trovare in questo mondo un punto di appoggio, un luogo in cui scendere e dimorare, perché la perfezione non può abitare nell’imperfezione; perché la santità non può abitare nel peccato e nel disordine; perché Dio non può abitare nella limitatezza dell’uomo.

È la Pasqua di Gesù che rende possibile l’impossibile: lo Spirito era già sceso sulla sua umanità. Lo avevamo visto nel battesimo al Giordano. 

Ora la morte pasquale di Gesù rende possibile che questo dono venga elargito anche a ciascuno noi, perché soffrendo la Passione, Gesù ci ha uniti per sempre a se stessi. Non c’è nulla di nostro che non sia anche suo e nulla di suo che non sia anche nostro. Cristo non solo è divenuto uno di noi, ma è una cosa sola con noi.

Ed è morendo e risorgendo che Gesù può consegnarci lo Spirito e lo Spirito può scendere e rimanere in noi.

Il soffio dello Spirito, descritto dal Vangelo, richiama il primo soffio che Dio alitò su quel mucchietto di argilla di cui siamo impastati. Non è più solo la vita biologica, quella che ci viene donata, ma è la vita soprannaturale, la vita stessa di Dio.

Il primo dono dello Spirito è la memoria di Cristo: non dimenticheremo più il dramma della Passione che Cristo ha sofferto per noi e per sempre vivremo nella gratitudine e nello stupore per questo immenso segno del suo amore.

Lo Spirito Santo è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. È ciò che ci manca. Proprio come il numero 50 della Pentecoste: sette settimane fanno un numero imperfetto, 49, che ha bisogno dell’1, l’unità che è Dio, per giungere alla sua pienezza.

Per questo oggi con la Chiesa vogliamo riscoprire la meraviglia di questo dono e riconoscerne ancora e sempre la sete profonda di questa pienezza: 

Senza la tua forza,

nulla è nell’uomo,

nulla senza colpa.

Lava ciò che è sórdido,

bagna ciò che è árido,

sana ciò che sánguina.

Piega ciò che è rigido,

scalda ciò che è gelido,

drizza ciò che è sviato.

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