Santissima Trinità A
ATTO PENITENZIALE
- O Padre, origine della vita e della grazia e fine ultimo di tutte le cose,
Kyrie eleison.
- O Figlio unigenito del Padre, nato nel tempo da Maria, crocifisso e risorto per la nostra salvezza,
Christe eleison.
- O Spirito Santo, che sei Signore e doni la vita, effuso per la remissione dei peccati.
Kyrie eleison.
OMELIA
Un amico romagnolo con quella dose di ottimismo un po’ sopra le righe che li caratterizza, mi diceva qualche giorno fa: “Questa non è una crisi: è il festival delle crisi”. Sembra quasi che tutti i dissesti possibili nei vari ambiti della vita, si stiano dando appuntamento uno dopo l’altro.
Dalla crisi economico-finanziaria, alla tremenda emergenza sanitaria che da poco ci siamo lasciati dietro le spalle, dalla guerra alla crisi energetica, fino al terremoto e all’alluvione. Insomma la storia non ci da tregua.
Per non parlare della evidente crisi spirituale così radicata, tra le cui conseguenze c’è il fatto che è diventato impossibile anche trovare le parole giuste per parlare. A volte sembra quasi di bestemmiare, anche solo a dire maschio, femmina, matrimonio, padre, madre, figli. Erano le parole che definivano in modo inequivocabile la struttura stessa della convivenza umana. Oggi è diventato quasi pericoloso perfino pronunciarle.
Per non parlare di Dio. Ammettere nel discorso pubblico l’esistenza e la santità di Dio oggi viene considerato un atto di pericoloso fondamentalismo. In materia religiosa, come su qualsiasi altra cosa, al massimo oggi si possono ammettere delle opinioni personali, non delle certezze.
Quasi quasi ci stiamo convincendo che a dichiarare apertamente la nostra fede cattolica si compia un atto di intolleranza nei confronti delle altre credenze e perfino degli atei.
Insomma il festival delle crisi. A volte abbiamo l’impressione di camminare sulle uova, su delle basi estremamente precarie, senza punti di riferimento certi e sicuri.
Da dove ripartire?
La liturgia di oggi, festa della Santissima Trinità, offre ai credenti una indicazione di rotta davvero provvidenziale: ripartire da Dio. Come dire non confondiamo le conseguenze con le cause.
La fraternità degli uomini, di cui oggi tanto si parla – e proprio mentre le relazioni umane non sono mai state tanto in crisi come oggi – è conseguenza della paternità di Dio.
Allora per poter veramente ripartire dalla fraternità, dalla solidarietà, dal sostegno ai più deboli è assolutamente necessario ripartire da Dio, dal rimetterlo serenamente e convintamente al centro della nostra vita.
Perfino dal Messale è scomparsa la “buona volontà degli uomini”. (Pace in terra agli uomini, amati dal Signore…). Alla fine abbiamo scoperto che l’unica volontà buona su cui possiamo contare non è tanto quella degli uomini, quanto quella che Dio ha nei confronti dell’uomo.
La prima lettura di questa festa ci ha riportato ad un momento decisivo e allo stesso tempo drammatico della storia di Israele, quando Dio rivelò il suo nome a Mosè sul Monte Sinai.
È sorprendente il fatto che questa altissima rivelazione avvenga in un momento assolutamente complicato. Già una prima volta Dio aveva dato a Mosè le tavole della Legge. Mosè non aveva fatto neanche in tempo a tornare in mezzo al suo popolo, che Israele aveva già rinnegato l’alleanza: il celebre episodio del vitello d’oro.
Il Dio di Mosè sembrava così lontano, impalpabile e irrilevante che il popolo aveva chiesto ad Aronne di fargli un dio che fosse visibile, accessibile, manovrabile, prestigioso, eppure a portata di uomo.
Proprio in quel momento, proprio quando l’uomo tradisce, Dio si rivela. L’Altissimo proclama solennemente il nome con cui possiamo conoscerlo: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,8).
Notate che la parola “il Signore” è riportata due volte, perché la seconda volta in realtà, nella Bibbia ebraica, c’è il nome impronunciabile di Dio (Io sono colui che sono). Abbiamo ereditato dagli ebrei l’usanza di sostituire questo nome sacratissimo con l’espressione “Signore”.
Mentre il popolo è inaffidabile, tradisce e rinnega colui che ha mostrato di amarlo, liberandolo dalla schiavitù, Dio rivela il suo nome: Io esisto, io ci sono, io ti sono accanto. Dio solo è affidabile.
Non ci può essere rivelazione più chiara.
Ripartire da Dio: questo sembra a prima vista portarci lontano dai nostri problemi, ma in realtà scopriamo che proprio conoscendo Dio più da vicino, troviamo anche le indicazioni fondamentali per questa nostra convivenza umana così complicata e difficile: come accadde a Mosè che proprio avvicinandosi a Dio ha potuto offrire a Israele la rotta per costruire la giustizia e la fraternità.
La festa della Santissima Trinità ha origini tardo-medievali ed è profondamente connessa con il mistero della Pentecoste che abbiamo da poco rivissuto perché celebra la pienezza della rivelazione: perché a noi – molto più che ai fratelli dell’antico Israele – è stato rivelato il volto e il nome di Dio.
Crediamo fermamente “in un solo Dio”, come dicono le primissime parole del Credo… siamo monoteisti “senza se e senza ma”… e con infinita meraviglia riconosciamo che questa unità di Dio non è l’unità di un monolite perfetto e asettico. Dio in se stesso è uno, perché è abbraccio, è comunione, unione perfetta di persone distinte.
Il primo versetto del Vangelo di oggi lo mostra chiaramente: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito».
In così poche parole c’è tutto il vocabolario di Dio: Dio, amore, mondo, Figlio… Dio è Padre perché ha un Figlio e, per mezzo del Figlio donato al mondo fino alla fine, riversa su di noi lo Spirito Santo, che è l’Amore.
Se dalla Bibbia antica, abbiamo la certezza che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, dal Nuovo Testamento sappiamo che questo Dio è Trinità, cioè unione perfetta di persone distinte.
Tutta la vita e l’opera della Chiesa e di ogni credente, dipendono dal mettere al primo posto Dio; non un dio generico e vago, ma il Signore con il suo nome e il suo volto, il Dio dell’Alleanza che ha fatto uscire il popolo dalla schiavitù d’Egitto, che ha risuscitato Cristo dai morti e vuole condurre l’umanità alla libertà nella pace e nella giustizia.
Il lavoro, gli affetti, ma anche le nostra fragilità, la cultura, la bellezza di ciò che siamo – in una parola la nostra stessa umanità – troverà il suo impulso e la sua forza vitale, se la viviamo in Dio e nel suo amore.
Da dove ripartiamo? Vorrei chiedere a me stesso e a voi un impegno ad una formazione cristiana sostanziosa, per vivere bene la nostra responsabilità nel mondo di oggi.
Una fede pensata, non emotiva, ma profonda perché orante e quindi capace di dialogare in profondità con tutti; una fede che ci aiuti a essere “immagine di Dio”, anche nel dono di noi stessi, senza ripensamenti; ad amare in modo unico, fedele e indissolubile, non tanto perché, in quanto cattolici, abbiamo delle regole a cui sottostare, ma proprio perché Dio “ha tanto amato il mondo”, da rimanere fedele anche quando tradito, da donare se stesso senza ripensamenti.
Vogliamo avere come fondamento del nostro vivere una fede certa e autentica, non un sentimento o la fragilità di una opinione puramente umana.
«Che il Signore cammini in mezzo a noi». Sì, siamo popolo di dura cervìce, sempre pronti ad adorare quello che luccica, ma tu perdona, Signore, la nostra colpa e il nostro peccato. Vogliamo ripartire da te, per trovare veramente noi stessi.
BENEDIZIONE
- Dio Padre, fonte della vita e di ogni bene, vi conceda la sua benedizione.
- Cristo, Figlio di Dio, vi doni la salute del corpo e la salvezza dell’anima.
- Lo Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio, vi guidi oggi e sempre con la sua luce.
