Corpo per…

Corpo e Sangue di Cristo A

Cattedrale, Zola Predosa 10-11 giugno 2023

È una occasione preziosa quella che ci offre l’anno liturgico, di dedicare una giornata di festa al più santo dei Sacramenti: il Corpo e il Sangue del Signore. 

Fin dal Medioevo, quando questa festa venne istituita, essa fu pensata come un prolungamento del giovedì santo: l’Eucaristia è il cuore e il senso di ogni domenica e di ogni giorno della Chiesa, ma quella di oggi vuole essere una giornata intrisa di stupore e di gratitudine per questo dono, attraverso il quale si abbatte la barriera del tempo e l’incontro con Cristo si realizza oggi.

Questa festa è l’occasione non solo per riflettere, ma soprattutto per adorare il mistero, per entrare con Cristo nel suo grande rendimento di grazie al Padre e nel dono della sua stessa vita.

L’ho fatto qualche volta, ma state tranquilli che non lo farò oggi. Non voglio mettere in difficoltà nessuno.

Ma qualche volta l’ho fatto di chiedere a qualcuno per strada: “Scusi, mi saprebbe dire che cos’è la Messa e perché i cristiani ci vanno proprio la domenica e non il mercoledì?”

L’ignoranza è sempre ignoranza ed è brutta per chiunque. Ma noi credenti avremmo molto di cui vergognarci. Siamo incapaci di verbalizzare, di esprimere in parole i concetti fondamentali della nostra fede. Come potremo trasmetterlo a chi viene dopo di noi? Come potremo renderne ragione?

Diamo l’impressione di fruire anche la celebrazione eucaristica come se fosse un intrattenimento, di cui percepiamo con soddisfazione il valore, solo se qualcosa o qualcuno riesce a farci muovere le corde dei sentimenti: “che bella messa!”, ci viene da dire, talvolta… 

Ma “bella” perché? Perché il prete ti ha fatto commuovere? Perché ti sono piaciuti i canti? Perché ti è passato il tempo? Perché per un attimo hai staccato la spina? Perché anche se eravamo lontani eravamo insieme? Ma insieme a fare cosa? Insieme a chi?

Benediciamo la Provvidenza che ci dona questa festa che rimette davanti a noi il mistero della nostra fede: annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, attendiamo la sua venuta.

Una volta un signore che prendeva lo spritz ad un tavolino in centro, mi rispose con un certo piglio: « La Messa è la commemorazione dell’Ultima Cena, quando Gesù spezzò il pane e diede il vino, dicendo “è il mio Corpo; è il mio Sangue”».

Beh, sbagliato, fratelli miei. Sbagliato.

Che cosa è avvenuto nell’Ultima Cena? Quando Gesù disse: «Questo è (adesso) il mio corpo che (domani) sarà donato per voi. Questo è (adesso) il mio sangue che (domani) sarà versato per voi e per la moltitudine», che cosa accadde? 

Gesù in quel gesto anticipa in modo reale l’evento del Calvario.

In altre parole, significa che quando gli apostoli, quella sera – in cui Gesù non era ancora stato crocifisso e ucciso – si sono nutriti di quel cibo spirituale, parteciparono realmente (realmente!) alla passione, morte e risurrezione di Cristo, che si sarebbe compiuta il giorno dopo.

L’Eucaristia spezza la barriera del tempo. L’Eucaristia è la Pasqua di Cristo qui e adesso.

Dicendo “Fate questo in memoria di me”, Gesù non ci ha comandato di ripetere una cena, ma di partecipare alla sua Pasqua, al dono estremo della sua vita.

Quando Cristo, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, fu immolato per la nostra redenzione, da quel suo sacrificio scaturì un’onda di rinnovamento, di santificazione, di trasformazione profonda: ed è attraverso l’Eucaristia che quell’onda arriva a noi, realmente, dal Calvario e dal Sepolcro vuoto.

L’Eucaristia non è solo Corpo e Sangue, non dimentichiamolo mai: l’Eucaristia è “Corpo immolato” e “Sangue versato”.

L’altare sul quale celebriamo non è una mensa, come dice qualche liturgista, o una tavola: l’altare rende presente la Croce di Cristo, l’altare è la pietra ribaltata del sepolcro.

Ecco perché diciamo nel momento più santo: “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione”. 

Abbiamo questa consapevolezza? Quando diciamo “Che bella messa!” lo diciamo perché ci siamo trovati bene come a una festa, o perché ci siamo lasciati segnare nel profondo dalla grazia sanante di Cristo, il crocifisso risorto?

“Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”: sono le parole che Gesù disse introducendo quel primo rito eucaristico.

Gesù ha desiderio di noi, ci attende. E noi, abbiamo veramente desiderio di Lui? 

Desideriamo la sua vicinanza, il diventare una cosa sola con Lui, di cui Egli ci fa dono nella santa Eucaristia? Oppure siamo indifferenti, distratti, pieni di altro?

Dalle numerose parabole sui banchetti sappiamo che Gesù conosce bene la realtà dei posti rimasti vuoti, la risposta negativa, il disinteresse per Lui e per la sua vicinanza. 

I posti vuoti al banchetto del Signore, con o senza scuse, sono per noi, ormai da tempo, non una parabola, ma la triste realtà di una cristianità che ha perso il suo cuore. 

* * *

Dai Vangeli noi sappiamo che le parole pronunciate da Gesù sul pane e sul vino – le parole della transustanziazione – sono parte di una grande preghiera di rendimento di grazie, che diventerà il nome più comune per questo sacramento: “Eucaristia”, rendimento di grazie.

Quella notte, Gesù * prese il pane, * rese grazie al Padre, * lo spezzò e * lo diede * dicendo che era il suo Corpo.

Il prete non ripete solo le parole di Gesù, come fossero una formula magica. Ma dopo avere preso (cioè separato dall’uso comune) il pane e il vino nei riti di presentazione di doni, entra come Gesù nella grande preghiera di rendimento di grazie e di offerta. 

“In alto i nostri cuori”, “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”: queste sono le ultime parole che il prete rivolge al popolo, per stare a partire da quel momento solo davanti a Dio Padre con il cuore stesso del suo Figlio.

Purtroppo neanche i preti spesso si ricordano che, quando a messa dicono: “Prendete e mangiate” non lo stanno dicendo al popolo: il prete sta pregando; cioè lo sta dicendo a Dio, al Padre. Sta facendo memoria orante e grata, a nome di tutti, di quanto il suo Figlio ha fatto per la nostra salvezza.

L’uccisione di Gesù non è solo un tremendo fatto di cronaca che commemoriamo: è il miracolo che lui stesso ha compiuto. Gesù ha fatto della sua morte una preghiera, una lode, un canto d’amore, una offerta al Padre per la salvezza degli uomini.

La Messa, dunque, non può che essere anzitutto una preghiera. Io vorrei che ritrovassimo questa consapevolezza: non veniamo ad ascoltare un prete o a intrattenerci con dei canti o dei riti più o meno suggestivi: veniamo invece per entrare nella preghiera di Gesù, in quella energia immensa che trasforma perfino la morte più atroce in amore purissimo.

Preghiera dunque: che richiede puntualità, silenzio, partecipazione interiore, ma  anche partecipazione fisica (perché non siamo angeli), magari anche col vestito della festa, e poi con lo stare in piedi, in ginocchio o seduti, per celebrare, adorare, ascoltare…

* * *

È molto bella l’espressione “ricevere la comunione” riferita all’atto di mangiare il Pane eucaristico. In effetti, quando compiamo questo atto, noi entriamo in comunione con la vita donata di Gesù. 

Lo abbiamo ascoltato nella seconda Lettura: “il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo”.

Mentre il cibo materiale diventa parte di noi, nel caso del cibo eucaristico, non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo membra del suo Corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. 

Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione delle Persone divine. Il suo “Corpo per…” trasforma anche il nostro in un “Corpo per…”, cioè ha la forza di trasformare dall’interno la nostra vita in un dono d’amore.

Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Dio, nello stesso tempo ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. 

È dall’Eucaristia che i preti traggono la forza per essere preti, i mariti per amare le mogli, le mogli per amare i mariti, i genitori per amare i figli e i figli, i genitori. È dall’Eucaristia che traiamo la forza per il nostro impegno nel mondo, per il lavoro, le responsabilità, ma anche quelle straordinarie risorse di pensiero, di cultura, di creatività, di civiltà.

La comunione ci unisce realmente al fratello che ho accanto, ma anche ai lontani in ogni parte del mondo. Anzi di più: ci unisce a tutti coloro che sono in Cristo, vivi e defunti. (È per questo, tra l’altro, che facciamo un gran bene a far celebrare la Messa per i nostri morti).

L’Eucaristia ci unisce nello stesso momento al paradiso e al mondo: così che non c’è più un “ad di là” e un “al di qua”. 

L’Eucaristia ci fa amare con un unico slancio questo mondo e l’altro mondo: ci spinge a soccorrere i poveri e i sofferenti, ma anche a riconoscere che l’eternità è già cominciata, che passano i cieli e la terra, ma chi è di Cristo non passerà mai.

Celebriamo la tua morte. 

Annunciamo la tua risurrezione.
Attendiamo la tua venuta.  

Vieni Signore Gesù.

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