tempo di mietere

Undicesima domenica del tempo ordinario A

Cattedrale e Zola Predosa, 17/18 giugno 2023

Siamo tornati al ciclo del tempo ordinario, con la lettura del vangelo secondo Matteo, che ritroviamo in un punto cruciale della narrazione, quando il Signore, mosso da una grande compassione per la condizione dell’umanità, invia gli apostoli a prolungare la sua stessa missione. 

È il momento per i dodici – che sono l’inizio del nuovo Popolo di Dio, l’inizio della Chiesa – del passaggio “da discepoli ad apostoli”: sempre chiamati a seguire Gesù, ma ora anche mandati per compiere la missione.

Ci separano secoli da quegli avvenimenti,  trasformazioni sociali, politiche, culturali di portata esorbitante, eppure questa pagina resta sempre luminosissima ad indicare il cuore di ciò che siamo e siamo chiamati a essere come discepoli di Cristo: nient’altro che un segno della sua presenza.

Nelle nostre parrocchie e comunità, tutti constatiamo con molta chiarezza come tante cose che davamo per scontato – a cominciare dalla possibilità di celebrare insieme la Messa in tutte le nostre Chiese, soprattutto nei giorni di festa – si stanno sgretolando e neanche troppo “piano piano”, ma in modo inesorabile.

Stiamo ripensando e riprogettando la nostra vita ecclesiale secondo la nuova prospettiva delle zone pastorali, con una chiamata alla corresponsabilità di tutte le vocazioni che compongono la comunità dei credenti, compresi i laici e i religiosi, ma se non ripartiamo da questa compassione di Gesù verso le folle, non capiremo mai la prospettiva della nostra chiamata e della nostra missione.

Come “discepoli” anzitutto e allo stesso tempo come “apostoli”, (in altre parole come chiamati alla fede e come inviati alla missione), noi cristiani nasciamo proprio da questa compassione, da questo sguardo tenerissimo di Gesù di fronte allo smarrimento, alla paura, alla solitudine dell’uomo.

«Erano stanche e sfinite come pecore senza pastore»: è così che Gesù ci legge dentro, conosce gli sbandamenti umani; sa bene e ci aiuta a non dimenticare che abbiamo sempre un profondo bisogno del buon Pastore perché non bastiamo a noi stessi. 

Possiamo individuare le tecnologie più sofisticate e le invenzioni più geniali, ma restiamo creature fragili che non bastano a se stesse e abbiamo bisogno di chi ci conduca alla pace.

Leggendo in modo più letterale il testo originale “stanche e sfinite” potremmo tradurre “erano malconce, scorticate, maciullate e gettate a terra, prostrate…”, termini che danno molto l’idea di come un pastore vede la situazione in cui le pecore solitarie si sono cacciate. 

È proprio quando crede di essere libero, che l’uomo quasi quasi non si accorge di quanto è ferito e di quanto è schiacciato in basso sotto il suo stesso peso.

E il Signore conosce bene la nostra umanità, la conosce oltre le apparenze, oltre le luci effimere e i travestimenti. Sa bene che abbiamo il terrore di soffrire, temiamo la solitudine, siamo aggrappati all’egoismo perché abbiamo paura di perderci; abbiamo paura di rimetterci e rimaniamo soli; non sappiamo dare un senso alla vita, alla sofferenza, alla morte, fingiamo di essere felici.

Compassione è il contrario di indifferenza o di inerzia. È un’espressione dell’amore che vuole la vita dell’altro e che diventa attivo per procurare all’altro la vita. E Dio si è presentato così: come un Dio che non vuole la morte di nessuno, nemmeno del peccatore; vuole invece che il peccatore si converta e viva.

Gesù non parla di campi di grano, ma usa la parola “messe”, che indica che è arrivato il momento in cui bisogna chiamare a raccolta tutte le forze disponibili perché è tempo di mietere e non si può aspettare. C’è una idea di urgenza in questa immagine, è l’urgenza dell’amore che ci spinge.

Non senza una certa sorpresa, davanti a tutti i problemi di questa “messe”, di una umanità smarrita, la prima missione che ci viene affidata, in modo perentorio, dal Signore è la preghiera. 

Servono operai, servono collaboratori appassionati, sì, ma: «Pregate, dunque», dice il Signore. 

Pregare significa ammettere che non da noi dipende la salvezza degli altri, anche se noi siamo coinvolti, ma dipende solo da Dio. Dio solo è in grado di rispondere al bisogno dell’uomo con i suoi interventi di salvezza; da lui solo può venire la missione di operai per il Regno.

Ed è proprio il cuore aperto alla preghiera che fa risuonare nel cuore dei discepoli la chiamata per la missione: ci chiama come discepoli e ci invia come apostoli.

Vorrei evidenziare che quando guardiamo ai dodici li vediamo non solo come i primi pastori, ma più di tutto come l’inizio stesso della Chiesa, e nei dodici tutti, non solo i preti, possiamo e dobbiamo identificarci.

Ciò che si dice dei dodici, si dice, nel rispetto della diversità e della complementarietà delle diverse vocazioni nella Chiesa, per ogni credente: celibi e sposati, anziani e giovani, ma anche chi soffre, chi apparentemente non può fare nulla di attivo (o di apparentemente attivo).

In quei Dodici vediamo la radice di ciò che siamo e di ciò che dobbiamo essere.

La lista dei Dodici è costituita da sei coppie di nomi, perché due è il principio della fraternità.

Chiamandone dodici, proprio come i patriarchi dell’antico Israele, Gesù mostra la chiara volontà di dare vita al nuovo Popolo di Dio. Ma qui, all’inizio di questo nuovo Popolo non stanno dodici fratelli, uniti dal fatto di avere tra loro un forte vincolo di parentela. L’unico legame che accomuna gli apostoli e che tiene oggi uniti i cristiani è il legame che ciascuno di noi ha con la persona di Cristo. 

Ciò che ci fa essere uno non è l’appartenere a una stessa famiglia, una stessa cultura o sensibilità spirituale, ma solo il nuovo e fortissimo legame con Gesù di Nazaret che diventa un nuovo e fortissimo legame con gli altri credenti. Nasce la nuova famiglia dei figli di Dio.

Nella lettura del vangelo secondo Matteo, fino ad ora avevamo conosciuto solo Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, e Matteo. 

Simone, chiamato Pietro, è “primo”, non solo in ordine di comparsa, ma per il suo ruolo di pietra (16,18), che confermerà nella fede i fratelli (Lc 22,32). 

Matteo è il “pubblicano”, l’esattore di tasse di Cafarnao, collaborazionista dei Romani. 

Poi c’è un altro Simone chiamato il “cananeo”, sinonimo di “guerrigliero”, che lotta per l’indipendenza dai Romani. 

Giuda è soprannominato “Iscariota”, che significa forse “mentitore”, oppure è una traslitterazione di “sicario” – appartenente agli Zeloti più spinti, che nei tumulti pugnalavano i nemici del popolo.

Non sono né sapienti né perfetti, non appartengono né alla categoria degli scribi né a quella dei farisei, non sono dotti che conoscono la legge né i duri e puri che la osservano. 

Sono una squadra squisitamente divina; nessun allenatore umano si sarebbe sognato di metterla insieme. 

Come è possibile combinare i primi quattro con Matteo, al quale dovevano pagare le tasse, e per di più per conto dell’odiato oppressore? 

E come combinare questo con Simone il Cananeo con Giuda l’Iscariota? Sono persone qualunque, alcune poco raccomandabili, per lo più incompatibili tra di loro. 

È gente la più diversa, che sempre resterà tale, eppure chiamata alla fraternità in Gesù Figlio di Dio. 

***

La narrazione evangelica di Matteo limita questo primo invio missionario dei dodici al solo popolo di Israele, che sarà l’unico campo d’azione di questa prima spedizione. Sarà solo dopo la morte e la risurrezione del Signore, con l’effusione dello Spirito, che la missione dei credenti sarà allargata a tutti i popoli, fino ai confini della terra.

Ma è rimasta registrata nella memoria perenne della Chiesa quella indicazione che ha ancora oggi un suo valore: «rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele».

Penso che oltre ad essere un atto di amore nei confronti di Israele, possiamo rileggere oggi queste parole come un richiamo ad andare verso le pecore perdute di casa nostra, verso quei discepoli, tanti, che erano già stati chiamati alla fede, ma che si sono smarriti, hanno perso la strada di casa, quelli che dopo un primo momento di entusiasmo, hanno preso altre strade, o forse a causa del volume tanto forte degli strepiti di questo mondo, non sono più capaci di distinguere la forza dell’autentica parola di Dio.

Molti di loro hanno ricevuto i sacramenti e li hanno sepolti sotto una coltre di indifferenza, talvolta di fastidio.

Non diamoci per vinti, fratelli, come i discepoli di Emmaus, perché abbiamo l’impressione che i bei tempi di una fede diffusa tra la nostra gente e i nostri giovani siano passati e mentre guardiamo con fiducia al cielo chiedendo al Padre che mandi operai per questa sua messe, ciascuno di noi possa dire: «Eccomi, manda me!».

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