Dodicesima domenica del tempo ordinario A
“Non abbiate paura”, “Non temete”: forse è l’imperativo che ritorna più frequentemente nelle Scritture e in particolare nei Vangeli.
“Non temere” dice l’angelo a Maria e a Giuseppe per condurli nell’obbedienza della fede a compiere il disegno di Dio sulla loro vita.
“Non temete”, dicono ancora gli angeli ai pastori destinatari come i genitori stessi di Gesù di un annuncio che sorpassa ogni possibilità di conoscenza umana e ogni prevedibilità.
Qualcuno ha contato che il comando “Non temere” nell’intera Scrittura, ritorna 365, uno per ogni giorno dell’anno.
“Non abbiate paura”, “Non temete”, ripete più volte il Signore ai suoi discepoli. Lo fa anzitutto per rassicurarci della sua costante presenza nella nostra vita, ma lo fa anche per avvertirci che il mistero della croce, del rifiuto e del tradimento non è una pagina chiusa nella vicenda della fede.
Il brano evangelico di questa domenica esso è tratto dal secondo dei grandi discorsi pronunciati da Gesù, dopo quello della Montagna: questa volta Gesù non si rivolge alla folla, ma al gruppo discepoli che egli stesso aveva chiamato per nome e che avevano fatto un passo verso di lui, per seguirlo e per essere inviati.
Ci sempre fa un gran bene confrontarci con queste parole antiche e sempre nuove del Signore: soprattutto in tempi come quesi nei quali ci sentiamo – forse anche con un briciolo di presunzione generazionale – come dei precorritori che devono inventare vie nuove e inedite per l’evangelizzazione: sembra che tutto debba cambiare solo perché siamo arrivati noi che finalmente siamo gli illuminati che hanno capito tutto!
Quante energie spendiamo in letture e analisi della situazione che stiamo vivendo e quanto sforzi per immaginare quella che deve essere la nostra identità e nella nostra missione di credenti nel mondo concreto in cui ci è toccato di vivere!
Dicevo che ci fa un gran bene tornare alla sorgente di queste pagine evangeliche che anzitutto ci liberano dalla presunzione di pensare che l’evangelizzazione e la missione sia qualcosa che noi dobbiamo inventare nei suoi contenuti e nei suoi modi, perché abbia efficacia e perché possa rifiorire tra i nostri contemporanei un interesse al messaggio evangelico.
Gesù ci rimette al nostro posto ricordandoci che la missione è anzitutto sua, e che la nostra è una risposta ad una chiamata.
Prima di tutto, il Signore ci rasserena e ci incoraggia con quell’invito a non avere paura, che oggi risuona tre volte in poche righe, rispetto al fatto che al discepolo può toccare il fallimento ne più ne meno di quanto accaduto al Signore stesso.
Anche se le cose sembrano andare male, Gesù esorta ad annunciare con fedeltà quello che lui stesso ci ha consegnato: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze».
Dunque non si tratta di inventare cose nuove; per essere graditi, accettati, compresi dalla gente o dalla cultura dominante. Non si tratta di diffondere opinioni e punti di vista personali o di ricercare sofisticate strategie di comunicazione, ma semplicemente di annunciare il Vangelo di Cristo.
“Farsi capire – diceva il cardinale Biffi – è necessario, e perciò bisogna parlare con chiarezza e semplicità; ma la difficoltà maggiore non sta nel farsi capire. I nostri contemporanei non sono stupidi: quando si sentono dire che Gesù Cristo è risorto, che esiste un Dio creatore che ci è Padre, che la vita umana è una decisione tra una salvezza definitiva e una perdizione senza ritorno, che la verità è una sola ed è quella che ci è stata rivelata dal Figlio di Dio, capiscono bene quello che diciamo, anche se poi fanno fatica ad accettarlo. Il vero guaio è che non se lo sentono dire più con la trasparenza, la convinzione, il coraggio che ci vorrebbero”. (Euntes docete).
Per il timore (spesso inconfessato) di essere rifiutati o esclusi da una qualche rilevanza sociale, noi siamo oggi soprattutto tentati di auto-censurare il nostro annuncio riducendolo a un sistema di valori, facilmente spendibili e condivisibili.
La Chiesa che Gesù vuole non è una Chiesa che ripete quello che dicono tutti, ma che abbia il coraggio di proporre, di proporre, la novità del Vangelo, senza omissioni e senza sconti.
* * *
È curioso: Gesù ripete più volte il comando di avere paura, ma non ci dice che non dobbiamo avere paura in assoluto. Piuttosto ci dice di chi dobbiamo avere veramente paura.
«E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo».
La paura rivela per contrasto ciò a cui noi siamo veramente attaccati: se abbiamo paura di morire, è perché siamo attaccati alla vita; se abbiamo paura della guerra, è perché siamo, giustamente, attaccati alla pace.
Gesù ci invita a guardare anche ai rischi che corriamo sempre nella luce penetrante della fede.
Se gli occhi del mondo raggiungono solo ciò che si vede e si tocca, gli occhi penetranti della fede riconoscono che la nostra piccola vita sta dentro un grande disegno di amore e vediamo il valore delle cose non in rapporto all’interesse di un momento, ma in rapporto alla volontà di Dio.
Quello che gli uomini possono fare contro di noi, riguarda solo aspetti marginali e provvisori della vita: per questo non dobbiamo dare a nessuno in questo mondo il potere di turbare la nostra pace e la nostra fiducia in Dio nostro Padre.
Ma come si può arrivare a questa impressionante libertà interiore, se non coltivando una vita di relazione profonda e appassionata con Cristo? Una comunione profonda e amorosa con Cristo è la strada.
Un vero cristiano cerca sempre di essere di incoraggiamento per gli altri, ma lui personalmente non appoggia mai sugli altri le sue sicurezze, ma solo nel suo Salvatore.
È guardando a Cristo e custodendo come tesoro la relazione con lui che possiamo riconoscere il vero valore delle cose, distinguere che cosa passa e che cosa resta per sempre.
È evidente che siamo ben lontani da questo altissimo ideale, per questo ci apriamo con fiducia alla preghiera, alla vita sacramentale, all’umile ascolto della parola di Dio.
«Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Di fronte a parole così dirette ed esplicite, viene da chiedersi se davvero noi, come singoli e comunità confessiamo il nome di Cristo salvatore davanti agli uomini.
Gesù prima di tutto non ci ha proposto una dottrina o un sistema di valori da accogliere, ma una persona da amare, da celebrare, da lodare e da confessare.
Prima di qualsiasi altro genere di efficenza e di impegno, Gesù ci ha chiesto a noi una decisione definitiva per lui.
