fresca…

Tredicesima domenica del tempo ordinario A

Cattedrale, 1-2 luglio 2023

La pagina evangelica che ci offre la Liturgia domenicale, ci porta alla conclusione del discorso missionario di Gesù: le consegne che Gesù lascia ai suoi discepoli divenuti apostoli, cioè mandati a testimoniare il suo amore.

Se ricordate tutto era nato dalla compassione di Gesù per la folla: “erano stanchi e sfiniti come pecore senza pastore”. 

Andiamo qua e là come ci porta il vento. Abbiamo perso il senso dell’orientamento. Abbiamo perso la capacità di giudicare. Non sappiamo che strada prendere perché abbiamo dimentica da dove veniamo e dove andiamo.

Abbiamo perso il senso delle proporzioni e delle priorità, il criterio per comprendere il bene e il male.

Viviamo senza un disegno, senza un progetto, perché viviamo di attimi e non riusciamo a leggere la direzione che deve avere la nostra esistenza. Ecco ciò che muove la compassione di Gesù per noi.

* * *

“Non è degno di me”. Per tre volte nel brano evangelico ritorna questa espressione.

Prima di entrare maggiormente nel senso di queste affermazioni così trancianti e nette di Gesù, possiamo anzitutto riconoscere che in fondo tutti noi desideriamo vivere una vita che sia “degna”, che sia all’altezza, che valga la pena.

E come sempre, Gesù prima di chiedere offre. Queste parole che suonano anzitutto come una richiesta perentoria, sono in realtà prima di tutto una buona notizia: il Signore ci offre la possibilità di vivere una vita degna di lui, degna di Dio, una vita che sia all’altezza di colui che sta sopra di tutto e di tutti!

Gesù non chiede di amare meno o di amare poco la propria famiglia, la propria vita: non potrebbe chiedere questo Colui che dà come unico comandamento quello di dare la vita per i propri amici.

Chiede che il nostro modo di amare sia all’altezza di colui che ci ha amati fino al punto di dare la vita per noi.

Penso seriamente che la più grande disgrazia di un cristiano consista nel perdere la memoria dei patimenti di Cristo, della sua esistenza divina totalmente consegnata fino alla più disumana delle condizioni, per liberarci dal male, per liberarci dalla morte, per liberarci dal peccato.

Gesù chiede a noi tutti di prendere ciascuno la propria croce: cosa che lui non ha fatto per nulla, perché Cristo non ha preso la “sua” croce; Cristo si è caricato della “nostra” croce.

E quando portiamo la nostra croce, cioè affrontiamo il peso della nostra fragilità e della nostra umanità, insieme con quello dei nostri errori, noi non siamo mai soli, perché Cristo è sempre con noi. 

In questo modo collaboriamo liberamente alla sua lotta e alla sua vittoria, diventando simili a lui, con la stessa dignità di Dio che è libertà, amore e servizio.

* * *

“Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”. 

Parole molto simili a queste ritornano sei volte nei Vangeli: chi è attaccato alla propria vita e vuole difenderla a ogni costo, fosse anche col tradimento del proprio Maestro, in realtà “perderà” la vita vera, quella eterna. 

Chi invece, per rimanere fedele a Gesù e al Vangelo, arriva anche a perdere la propria vita, la ritroverà in pienezza. 

Significa che il martirio non è una semplice eventualità nell’esistenza del discepolo. 

Ma queste parole esprimono anche la legge fondamentale della vita cristiana e di ogni vita autentica: il donarsi – che è l’essenza dell’amore – comporta il “saper perdere” infinite cose, il dimenticarsi, il “decentrarsi”, il mettersi da parte, il “non essere” perché l’altro sia. 

Quante volte, però – ognuno di noi potrebbe confermarlo con la sua esperienza – tocchiamo con mano che proprio così, “perdendo” la nostra vita, ci sentiamo più felici e più realizzati, più vivi! Perdere per ritrovare, perdersi per ritrovarsi.

Gesù rivendica, anzi pretende di convogliare su di sé tutte le energie vitali e affettive di ogni discepolo. E non fa sconti. Non accetta compromessi o un amore a metà. 

La frequenza martellante, quasi ossessiva, del pronome di prima persona “me” (sette volte in pochissimi versetti) sembra voglia comunicarci, anche sul piano linguistico, l’esigenza che Gesù ha di essere l'”unico” e “tutto” nella vita dei suoi discepoli.

«Il Signore è uno! Tu lo amerai con tutto te stesso».

La parola di Gesù, così perentoria, ci provoca a verificare la qualità della nostra relazione con lui, della nostra appartenenza. 

Poiché chiama in causa i nostri affetti più intimi (padre, madre, figlio, figlia), oggi dobbiamo chiederci sinceramente se il nostro rapporto con Cristo illumina realmente le nostre relazioni, i nostri affetti, i nostri progetti di vita.

Neppure per un istante possiamo pensare  che la fede non abbia a che vedere con i nostri sentimenti e con le nostre relazioni affettive, nelle quali è invece sempre più facile ritrovarsi a vivere un’appartenenza superficiale… o discontinua… o non matura… o rassegnata e senza gioia, non contagiosa. 

* * * 

Un’ultima considerazione: il brano di oggi si conclude con il celebre detto di Gesù sul “bicchier d’acqua”.

«Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa!».

È vero che Gesù nel Vangelo ci ha insegnato a dare da bere agli assetati: che è un’opera di misericordia fondamentale.

Ma il richiamo di oggi è diverso. 

Si tratta di un bicchier d’acqua “fresca” che è dato a qualcuno “perché è un discepolo”, è uno di quelli che sono stati chiamati per nome, chiamati a seguire Gesù, chiamati ad annunciare il Vangelo, a dargli testimonianza. 

E il Vangelo si annuncia in mille modi: con la predicazione, con l’esempio, con l’insegnamento, con la fedeltà, con l’amicizia, con la paternità, con la perseveranza nel bene, con le scelte concrete della vita.

In quelle terre polverose di Palestina, avere in serbo un bicchier d’acqua fresca per chi sta predicando il Vangelo, significa esprimere apprezzamento: il dono che tu mi stai facendo val la pena di una corsa imprevista fino al pozzo, perché tu possa continuare a donarmi la parola della vita.

Ci sono molti modi di partecipare alla missione della Chiesa: c’è chi ha il compito di prendere la parola, di assumere delle decisioni, di intervenire e guidare la comunità; c’è anche chi porta solo un bicchier d’acqua fresca. 

Ma quel bicchier d’acqua non sarà dimenticato nel regno dei cieli, perché l’annuncio e la testimonianza del Vangelo sono una priorità assoluta.

Lascia un commento