Quattordicesima domenica del Tempo ordinario A
Il mistero più alto, luminoso e allo stesso irraggiungibile e incomprensibile della nostra fede è – senza dubbio – il mistero della Trinità.
Di certo non lo possiamo comprendere, ma ne intuiamo la bellezza e il nostro cuore si riempie di gioia e pace rasserenante nel venire a sapere che il nostro Dio è abbraccio, è comunione perfetta di persone distinte.
È il mistero attraverso il quale si rischiara anche il senso di quel profondo bisogno – mai pienamente realizzato in questo mondo – che ognuno di noi porta nel cuore, di creare su questa terra legami sinceri, totalizzanti: l’aspirazione a diventare – da molti – una cosa sola: comunione, abbraccio, un cuore solo e un’anima sola.
Non è l’unica volta nei Vangeli, ma sono pochissimi in realtà i brani nei quali ci è concesso di penetrare all’interno di questo mistero.
Usando un linguaggio un po’ ingenuo e immaginando la Trinità come un dialogo infinito d’amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo… potremmo chiederci di che cosa “parlano”, qual è l’oggetto delle conversazioni tra le Persone divine?
Chi potrebbe osare di raggiungere tale grandezza e perfezione? chi potrebbe pensare di essere così puro e perfetto da poter arrivare al cuore incandescente del mistero di Dio?
Ebbene proprio il brano di oggi ci illumina, riportandoci una delle meravigliose preghiere di Gesù, che sono il riflesso sulla terra proprio di quel perenne dialogo d’amore che è la meraviglia del cielo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra!».
A questo punto però, è necessario entrare nel contesto della narrazione, per comprendere meglio il senso di questo squarcio del dialogo intra-divino, che ci è stato appena rivelato.
Se ricordate nei brani delle domeniche precedenti, Gesù aveva fatto dei suoi “discepoli” degli “apostoli”: come discepoli erano sempre chiamati a seguirlo; ma come apostoli ora erano inviati nel mondo a rendergli testimonianza e a condividere la sua stessa missione, per la chiamata alla salvezza di tutti gli uomini.
Quello che non abbiamo letto però nelle sequenze domenicali è che il risultato di questo invio missionario degli apostoli e la sua stessa instancabile attività di predicazione e di servizio, aveva raggiunto traguardi assai deludenti, e in ogni parte, soprattutto in quelli che avrebbero dovuto essere gli ambiti più promettenti, aveva incontrato opposizione e rifiuto.
Il martirio di Giovanni Battista aveva mostrato un popolo incapace di riconoscere i profeti di Dio, perfino il più grande tra i nati di donna; le città presso le quali aveva vissuto tanto tempo e aveva operato un gran numero di miracoli – Betsaida, Corazin – non si erano convertite.
Gesù – che non esita a definire se stesso, come abbiamo appena ascoltato, «mite e umile di cuore» – scaglia contro Cafarnao un giudizio che sembra essere irrimediabile e senza appello: «Nel giorno del giudizio, Sodoma avrà una sorte meno dura della tua!».
(È il versetto immediatamente precedente il brano di oggi). Paradossalmente è proprio qui che arrivano le rasserenanti e luminose parole di esultanza che il Figlio rivolge al Padre dei cieli.
Certo, se si trattasse solo di un fallimento, non ci sarebbe nulla da celebrare; ma Gesù riconosce anche nel fallimento la realizzazione della volontà di Dio, e allora può rendere grazie: «hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».
Dunque sì, alcuni hanno creduto. Sono i «piccoli», irrilevanti per il mondo, ma conosciuti e riconosciuti da Dio: proprio loro hanno creduto, hanno sentito l’appello alla conversione come rivolto a loro, hanno accolto con stupore e riconoscenza il dono della salvezza di Dio
Non la cultura, non le possibilità economiche, l’emancipazione intellettuale e morale, non i poteri o l’autorità li hanno protetti, ma proprio il loro stesso bisogno che ha aperto il cuore all’amore fiducioso di Dio.
Non si tratta solo di una considerazione morale (come se si dicesse: i poveri sono meglio dei ricchi; oppure: i ricchi hanno già ricevuto il loro vantaggio; adesso è giusto favorire i poveri…).
Alla base di tutto c’è proprio questa rivelazione di Dio: «Tutto mi è o di Dio stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Il Figlio possiede tutta la pienezza di vita del Padre non perché la rivendica con arroganza, ma perché il Padre gliela dona con gioia. In questo scambio reciproco sta il mistero del rapporto tra Gesù e il Padre.
Dunque non chi pensa che la vita gli sia dovuta con l’arroganza di un diritto, ma chi la accoglie con la gratitudine e la meraviglia del dono è orientato alla salvezza di Dio.
Così vengono ridimensionate tutte le pretese dell’uomo: studia pure, ma non presumere di superare così la tua distanza da Dio; datti da fare, ma non illuderti di salire così sul monte di Dio. Riconosci invece il tuo limite, la tua fragilità, il tuo bisogno e Cristo ti illuminerà; confessa la sua debolezza, e la mano tenerissima di Dio ti solleverà.
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Nella seconda parte del brano evangelico, la preghiera del Figlio diventa chiamata per noi: «Venite a me, voi tutti…».
Ricordate come iniziava il cammino di fede? Con Gesù che diceva “Seguitemi”, “Venite dietro a me”. Gesù si offriva come esempio: andate dove vado io, fate come faccio io, scegliete come scelgo io.
Ora il Signore dice molto di più: “Venite a me”; Gesù non è più solo un esempio da imitare, ma è l’approdo, il fine della nostra ricerca.
Chi trova lui, trova la pace. Solo unendosi a Gesù, l’uomo viene liberato radicalmente dalla stanchezza e dall’oppressione del male.
Certo il Signore, chiamandoci a sé, parla apertamente di un giogo da prendere sulle spalle…
Credo che siano ormai decenni che i gioghi – se esistono ancora nella nostra terra – sono al massimo elementi decorativi di qualche edificio rustico. Allora, per intenderci, il giogo è lo strumento di legno legato al dorso degli animali da traino, per consentire loro il duro lavoro dell’aratura o del trasporto dei carichi.
L’immagine del giogo veniva utilizzata tradizionalmente negli scritti rabbinici per indicare la necessità di sottomettersi alla legge di Dio.
Dunque, se il giogo della legge mosaica è pesante per le deboli spalle dell’uomo e produce – come dice Gesù – stanchezza e oppressione, perché il giogo di Gesù dovrebbe essere invece «dolce e leggero»?
Forse che le esigenze etiche del vangelo sono meno gravi di quelle della legge giudaica? Al contrario. Se ricordate nel discorso della Montagna Gesù aveva mostrato chiaramente come le esigenze etiche del Vangelo sono più alte rispetto a quelle della Legge antica.
È piuttosto l’ottica che è diversa: il giogo di Gesù è Gesù stesso; la sua legge è lui stesso («imparate da me»).
Gesù ha portato il giogo del Padre – e non era giogo da poco dal momento che includeva la passione e la morte – ma era il giogo «del Padre» e Gesù l’ha abbraccia con lo stesso slancio con cui è rivolto verso il Padre.
Così anche per il credente il giogo ha ormai i lineamenti di Gesù stesso; per questo lo si può abbracciare con l’entusiasmo dell’amore.
Con mille paludate scuse, oggi, si mettono in discussione molti punti della morale cristiana, accusandola di essere insopportabile, disumana, inadatta alla cultura di oggi.
Ma se consideri ad esempio che le esigenze della giustizia, della castità nei diversi stati di vita, del perdono – per citare alcuni aspetti – siano faticose e difficili da mettere in pratica… prima di respingerle, ti sei chiesto se ti fidi di Gesù? Se veramente gli hai creduto? Se hai cercato di unire la tua vita alla sua? Se hai cercato in lui la tua pace e non nelle scorciatoie mondane? Se gli hai creduto veramente e ti sei affidato a lui?
La vita cristiana, la vita nuova in Cristo è senza ombra di dubbio un giogo, un carico da portare, perché resta la fatica e il peso di una conversione sempre da raggiungere: ma è una fatica che dona dignità, che produce la gioia, è come il peso di uno zaino che raddrizza la schiena di chi è ripiegato su se stesso e allarga lo sguardo all’orizzonte del vero bene.
