15ma domenica del tempo ordinario A
Nel cammino di fede, di domenica in domenica, siamo giunti nella lettura evangelica al capitolo 13 di Matteo, che contiene riunite insieme molte delle parabole che Gesù ha predicato durante la sua missione in Galilea.
Gesù è circondato da tanta gente, al punto che per poter rivolgere loro la sua parola deve allontanarsi qualche metro nel mare.
La barca di Pietro – e l’allusione alla Chiesa, cioè la comunità dei discepoli, è evidente – la barca di Pietro diventa il suo pulpito. Un minimo di distanza gli consente di parlare a tante persone e la brezza marina accompagna il suono della sua voce verso la spiaggia.
Il momento sembra essere favorevole. Proprio quelle folle che precedentemente lo avevano deluso così amaramente per la freddezza della loro risposta di fede, ora accorrono a lui.
Tutti pendono dalle sue labbra. Gesù è popolarissimo in Galilea e probabilmente i discepoli si sfregano le mani per la soddisfazione: “Sicuramente Gesù approfitterà della situazione, – pensavano – adesso parlerà chiaro, dirà le cose come stanno; farà capire chiaramente di essere il Messia, l’inviato di Dio”.
Invece… invece no, parla in parabole, racconta del seminatore, del seme, del terreno cattivo e del terreno buono…
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Il primo snodo importantissimo sul quale siamo spinti a riflettere, ancora prima del contenuto delle parole di Gesù è il modo di comunicare, il modo con cui si rapporta alla folla.
C’è ancora qualcuno che sostiene che Gesù utilizza le parabole per farsi capire meglio, per usare un linguaggio vicino alla gente, per colpire la loro immaginazione e il loro interesse.
Invece è esattamente il contrario. Gesù non è un arraffa popoli, non usa tecniche di persuasione: non studia strategie di comunicazione.
Da questo punto di vista, se solo guardiamo ai risultati, Gesù risulta un pessimo comunicatore. La folla resta affascinata sì ma lontana, e anche i discepoli hanno bisogno di un insegnamento supplementare per capire.
I discepoli se ne accorgono tanto è vero che, appena possono, interrompono la predica e si avvicinano a Gesù.
“Perché parli in parabole?” Perché non parli apertamente? Perché non dici pane al pane e vino al vino? Perché non fai un discorso che li metta spalle al muro? Perché non mostri la tua gloria?”.
“Perché parlo in parabole?” risponde Gesù: c’è da non crederci, ma la risposta è esattamente il contrario delle nostre aspettative: “Perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono” e cita Isaia: “Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso il cuore”.
Con tutto quello che fa, con tutto quello che dice, anzi, con tutto quello che è, Gesù ci rivela il cuore di Dio e il suo disegno di salvezza. Vuole il nostro bene e la nostra salvezza, ma vuole anche il nostro amore e non può esserci amore, se non c’è libertà.
L’amore non nasce dal calcolo, non nasce dall’impatto dell’evidenza. L’amore nasce dal rischio di scommettere, di prendere posizione, dal rischio di decidersi e impegnare la propria vita.
Quel Dio lontano e inaccessibile che oggi vuole rivelarci il suo volto e il suo disegno sul mondo e sulla nostra vita, ha colmato con la sua incarnazione l’infinita distanza che lo separava da noi. È entrato nel mondo, entra nella nostra vita, si è fatto vicino e accessibile, ma non vuole e non può toglierci la fatica e la magia dell’ultimo passo che è la fede.
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Mi piace qui ricordare uno dei detti tra i più simpatici e illuminanti del Cardinale Giacomo Biffi, di cui abbiamo ricordato l’anniversario pochi giorni fa, proprio a proposito della conoscenza di chi è Gesù, cioè a proposito della fede.
«La conoscenza di Gesù Cristo è molto diversa dalla conoscenza di qualsiasi altra cosa, come ad esempio quello che abbiamo imparato e impariamo a scuola.
La conoscenza di Gesù coinvolge non soltanto la nostra memoria e la nostra intelligenza, ma coinvolge tutto il nostro essere; e chiama in causa tutto il nostro vivere e il nostro agire.
Uno può capire bene il teorema di Pitagora e persuadersi che “in un triangolo rettangolo il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti…” senza innamorarsi dell’ipotenusa e senza provare una passione travolgente per i cateti.
Ma non può conoscere adeguatamente il Signore Gesù e capirlo nella verità profonda, se non comincia ad aprire a lui la sua unica vita: Gesù non lo conosciano davvero, se non quando cominciamo a innamorarci di lui.
Il Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto – significato unico ed esauriente del nostro concreto esistere e dell’ intero universo in cui ci è toccato di vivere – lo si conosce sul serio all’atto che ci si gioca per lui.
(Cfr. La domanda di senso, GMG 2002).
Dentro alle parabole, come dentro a ogni pagina del vangelo c’è tutto di lui e di noi, ma tutto resta allo stesso tempo un mistero comprensibile solo a chi fa un passo verso di lui, a chi si sbilancia, a chi crede in lui: proprio per questo a nessuno può essere risparmiata la fatica della fede.
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Paradossalmente, la parabola del seminatore che, proprio per questo sembra essere la chiave per interpretare anche le altre parabole, preavvisa che l’annuncio del Regno dei cieli non porterà un successo totale, ma registrerà opposizione e fallimenti: attraverso l’allusione ai vari terreni, Gesù ci mette di fronte alla superficialità, alla paura, all’inganno del diavolo, all’attaccamento ai beni materiali che costituiscono un ostacolo.
La parabola del seminatore per certi aspetti è “autobiografica”, perché riflette l’esperienza stessa di Gesù, della sua predicazione: Gesù si identifica con il seminatore, che sparge il buon seme della Parola di Dio, e si accorge dei diversi effetti che ottiene, a seconda del tipo di accoglienza riservata all’annuncio.
C’è chi ascolta superficialmente la Parola ma non l’accoglie; c’è chi l’accoglie sul momento ma non ha costanza e perde tutto; c’è chi viene sopraffatto dalle preoccupazioni e seduzioni del mondo; e c’è chi ascolta in modo ricettivo come il terreno buono: qui la Parola porta frutto in abbondanza.
E se poi guardiamo bene, anche la fioritura e il raccolto non sono inevitabili: se fra tanta dispersione qualche seme cade sul terreno buono, anche allora produce cento volte, ma anche il sessanta o addirittura il trenta per uno.
Dio che non vuole altro che la nostra salvezza e il nostro bene, non salva a tutti i costi, o meglio, non ci salva se non per la fede.
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“Perché a loro parli con parabole?” – domandano i discepoli (Mt 13,10). E Gesù risponde facendo una netta distinzione tra loro e la folla: ai discepoli, cioè a coloro che si sono già decisi per Lui, Gesù può parlare del Regno di Dio apertamente, invece agli altri deve annunciarlo in parabole, per stimolare appunto la decisione, la conversione del cuore; le parabole, infatti, per loro natura richiedono uno sforzo di interpretazione, interpellano l’intelligenza ma anche la libertà.
La parabola contiene la verità del Regno, ma solo chi apre il cuore la può riconoscere. Ecco perché la parola di Gesù resta avvolta nel mistero: essa richiede la disponibilità a fare dei passi.
In fondo, la vera “Parabola” di Dio è Gesù stesso, la sua Persona che, nel segno dell’umanità, nasconde e al tempo stesso rivela la divinità.
In questo modo Dio non ci costringe a credere in Lui, ma ci attira a Sé con la verità e la bontà del suo Figlio fatto uomo fino al dono totale di se stesso sulla croce: non c’è amore senza libertà.
Sì, la parola di Dio è un seme. Non c’è nulla di più esiguo, di più impotente, di più incerto nel suo futuro, di un seme. Così l’onnipotente bussa alla porta del nostro cuore.
“Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano”. Sono gli occhi e gli orecchi di dice il suo sì, di chi esce dalla folla e si rende discepolo, di chi cammina dietro al Signore.
È difficile credere? è difficile, e proprio questo è il suo bello, perché sa di libertà e di amore.
