Sedicesima domenica del tempo ordinario A
Ancora le parabole, tre questa volta, molto ricche per il nostro cammino di fede.
Ancora una volta, la lettura ci conferma che Gesù non parla in parabole per usare un linguaggio facile e comprensibile. La sua non è una strategia di comunicazione.
Gesù sa che la maggior parte delle persone, di quelle folle che lo stanno ascoltando, non lo seguiranno e non si decideranno per lui.
Credere è possibile ad ogni uomo, ma non è affatto inevitabile: la parola di Gesù porta frutto solo se c’è un cuore che la accoglie con fede.
Fede non è sapere tutto, aver capito tutto: fede è invece la volontà di fare un passo avanti verso Gesù e l’umiltà di saper chiedere: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Non ci può essere altra strada per conoscere i misteri di Dio se non quella della fede, della fiducia in Dio, perché Dio è amore che si offre, ma non si impone.
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Tre parabole dunque (quella della zizzania, quella del granello di senapa, quella del lievito nella pasta) e poi la spiegazione della prima: è la ricca pagina evangelica che ci offre la Liturgia di questa domenica.
La zizzania è un tipo di erbaccia molto subdolo, perché per tutto il tempo dello sviluppo è molto simile al grano buono e produce una spiga, che solo quando matura, diventa rossastra e perfino tossica; ed è vero quello che dice la parabola: che si corre il rischio, per sradicare la zizzania, di danneggiare anche il grano.
Nella spiegazione riservata ai discepoli, Gesù dice che il campo nel quale avviene la semina è il mondo: è un concetto molto vasto che può comprendere molte cose.
Nell’immagine del campo, dunque, possiamo vedervi l’intera umanità, nella quale sono all’opera i semi della discordia e del male; ma in questa immagine del campo possiamo vedere anche la Chiesa, che in se stessa è pur sempre “una santa cattolica e apostolica”, ma finché vive in questo mondo è infestata di falsi discepoli che non le appartengono; e poi possiamo e dobbiamo leggere questa parola di Gesù anche in riferimento al nostro mondo interiore: quel campo è in fondo anche immagine della nostra vita.
Una volta un giovanotto ortodosso dalla Romania, che non so per quali vie è arrivato nel mio Facebook, mi scrisse – forse anche per mettermi un po’ alla prova – per chiedermi qual è la differenza tra il bene e il male, dove è la linea di demarcazione che separa il bene dal male.
In fondo è un po’ la domanda di fondo della parabola della zizzania: come distinguere l’erbaccia dal grano buono.
Grazie al cielo, l’inglese stentato di entrambi ci permise di trovare un accordo molto soddisfacente nell’affermare che quella linea che separa il bene dal male attraversa diritta il cuore dell’uomo, perché non è possibile, in questo mondo e – sopratutto dentro il nostro cuore – dividere i buoni dai cattivi. Dentro ognuno di noi c’è grano buono e zizzania e solo Dio conosce veramente i nostri cuori.
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Sono due le domande molto inquietanti ma così decisive, che sono sollevate dalla parabola: la prima è perché bene e male convivono in questo mondo, o anche perché buoni e cattivi convivono in questo mondo, e anzi spesso i cattivi sembrano prosperare senza nessuna apparente conseguenza?
E l’altra domanda è ancora più profonda: ma di chi è la colpa? Chi ha seminato la zizzania? Perché c’è il male nel mondo, perfino nella comunità dei credenti, perfino nel mio cuore?…
Sono in fondo domande che ci facciamo più spesso di quanto pensiamo. “Perché Dio permette che il male cresca nel mondo, perché non punisce ora i malvagi e lascia vivere i buoni?”.
Perché, dunque, il male? La risposta di Gesù, che è il vero padrone del campo, è estremamente illuminante: “Un nemico ha fatto questo”.
Così il Signore ci aiuta a comprendere che la nostra piccola vita, e insieme tutta la storia umana, è inscritta all’interno di un dramma, che va molto oltre a ciascuno di noi, un dramma di proporzioni cosmiche: dunque c’è un nemico di Dio che tenta di impadronirsi del suo campo e di raccogliere la sua messe di morte.
Qualcuno diceva che la più grande soddisfazione del diavolo è che si smetta di credere nella sua esistenza e nella sua opera.
Il nemico della parabola riesce a far perdere così bene le sue tracce, che molti, anche tra di noi, non tengono conto più della sua esistenza; si arriva al punto che qualche servo non prende più sul serio nemmeno l’esisteva della zizzania. Questo nemico riesce a ingannare tutti; tutti, tranne il padrone.
Riconoscere l’origine soprannaturale del male (il “nemico”) non è affatto qualcosa di ingenuo: ingenuo è semmai pensare che tutto possa dipendere dall’uomo e dalla sua volontà.
L’amore di Dio è paziente. Dio crede nella conversione, crede che sia possibile, con il suo aiuto, addirittura che anche la zizzania si trasformi in grano buono.
Per questo aspetta, aspetta fino alla fine.
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Ma il Vangelo intanto ci aiuta decifrare l’opera mica tanto ingenua del maligno nel mondo, nella Chiesa, nel nostro cuore.
Non è il caso della pagina di oggi, ma in altri contesti, la Scrittura descrive il maligno come l’anticristo: cioè una specie di controfigura di Cristo, subdola e maligna, che si traveste di falsa bontà per affascinare i cuori e iniettare il suo veleno.
Anche il diavolo, come il Cristo, viene nel campo come un seminatore. Imita il Signore: è capace di affascinare con la forza dei buoni sentimenti; cerca di tranquillizzare con argomenti suadenti e perfino convincenti, ma che alla fine portano semplicemente a negare l’opera di Dio.
Anche il suo seme in fondo, assomiglia così tanto al grano… L’anticristo è molto abile nel parlare di pace, di uguaglianza, di diritti: sembra grano buono, non zizzania!
L’anticristo si chiede molto spesso: “Ma che male c’è?”, ma non si preoccupa mai e poi mai di chiedersi: “Che bene c’è?”.
Ma un criterio decisivo per smascherarlo è che l’anticristo non parla mai di Dio, soprattutto non cita mai e poi mai Gesù Cristo; non dice mai e poi mai che tutti hanno bisogno assoluto di un salvatore, e poi non dice mai e poi mai che la vera rivoluzione comincia dalla conversione del cuore: per lui i cambiamenti cominciano sempre dalla società, dall’esterno verso l’interno, non dal cuore verso la vita.
Nel linguaggio popolare si usa l’espressione “seminare zizzania”, nel senso di “seminare discordia, divisione”. La realtà è molto più subdola: l’opera di questo “nemico”, come lo chiama Gesù, è subdola perché fascinosa, attraente, persuasiva.
Apparentemente sembra essere il contrario della divisione, perché questo seminatore della notte è in grado di raccogliere facilmente consenso, di riunire le maggioranze, di guardare a ciò che unisce e non a ciò di divide… ma è pura apparenza, perché? Perché ciò che unisce è solo la verità di Dio e dell’uomo, che Gesù ci rivela; ciò che unisce è quella vocazione a essere in Cristo che c’è nel cuore di ogni uomo.
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C’è ancora una questione cruciale e spesso così dolorosa nella nostra vita: perché aspettare? perché non possiamo farci giustizia da soli? perché Dio non interviene?”.
Secondo il misterioso progetto di Dio, è necessario pazientare fino a quando Dio si manifesterà e resistere alla tentazione di pensare alla Chiesa come alla comunità dei perfetti: ci piacerebbe tanto poter dividere i buoni dai cattivi, nel mondo, ma anche nella Chiesa. Se fosse per noi avremmo la scomunica facile.
La Chiesa però non è la comunità dei perfetti, è invece la famiglia dei perdonati. I discepoli di Cristo non sono quelli che non sono mai caduti. Sono piuttosto quelli a cui Dio ha usato misericordia, coloro che Dio ha guardato con compassione.
Solo a Dio, dunque spetta il giudizio, perché solo lui conosce in profondità il cuore dell’uomo e questo tempo di attesa è in realtà il tempo della pazienza di Dio, che ha molta fiducia nel seme buono da lui gettato nel nostro cuore.
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Solo una piccola parola sulla terza brevissima parabola: dopo quella del seme di senapa, sulla quale non mi soffermo, c’è quella del lievito.
Lo faccio perché contiene un particolare intrigante al quale spesso non si fa attenzione. Parla del lievito che la donna impastatrice mette “in tre staia di farina”.
“Tre staia di farina” è una quantità enorme, con la quale si può produrre pane per oltre un centinaio di persone.
Mi viene da pensare a quanto devono essere robuste allora le braccia di quella donna che impasta questa enorme massa, braccia ben più forti di quelle delle sfogline bolognesi… e quanta speranza sta riposta in un piccolo pugno di lievito invisibile.
Il Regno di Dio è un mondo, in cui è nascosto un gran lavorio, tanta energia, sudore, attesa, pazienza, per il frutto di un pane abbondante, bello e profumato.
È la storia di Dio che viene incontro all’uomo e lo trasforma dal di dentro.
