luce da luce

Cattedrale, 5/6 agosto 2023

Cade di domenica, quest’anno la festa della Trasfigurazione del Signore e viene ad assumere il massimo rilievo liturgico. E così questa Eucaristia della Pasqua domenicale, diventa per noi l’invito a salire sul monte alto per fissare il nostro sguardo su Gesù, per ascoltare la sua voce.

Il racconto riferisce della presenza di Mosè ed Elia, che apparvero e conversavano con Gesù. Effettivamente questo episodio ha un rapporto con le rivelazioni divine dell’Antico Testamento. 

Mosè, il liberatore di Israele, era salito sul monte Sinai e lì aveva avuto la rivelazione di Dio. Aveva chiesto di vedere la sua gloria, ma Dio gli aveva risposto che non l’avrebbe visto in faccia, ma solo di spalle (cfr Es 33,18-23). 

Anche Elia, il grande profeta, ebbe una rivelazione di Dio sul monte: una manifestazione più intima, non con una tempesta, con un terremoto, o con il fuoco, ma con il soffio di una brezza leggera (cfr 1 Re 19,11-13).

Sul monte Sinai, Mosè ebbe anche la rivelazione della volontà di Dio: i dieci Comandamenti. 

E, sempre sul monte, Elia ebbe Dio la rivelazione divina di una missione da compiere. 

Ora, invece, sul Monte Tabor non è Gesù che riceve la rivelazione di ciò che dovrà compiere; sono piuttosto gli Apostoli a udire, nella nube, la voce di Dio che comanda: «Ascoltatelo».

Da questo momento, dunque, chi vuole conoscere Dio, deve cercare e desiderare al di sopra di ogni altra cosa di conoscere il volto di Gesù: è lui la perfetta rivelazione della santità e della misericordia del Padre.

La volontà di Dio dunque si rivela pienamente nella persona di Gesù. Chi vuole vivere secondo la volontà di Dio, deve seguire Gesù, ascoltarlo, accoglierne le parole e, con l’aiuto dello Spirito Santo, conformare a lui la propria vita.

***

Tutti gli evangelisti mettono la Trasfigurazione del Signore in stretta correlazione con l’episodio della professione di fede di Pietro, accaduto pochi giorni prima, quando Simone il pescatore aveva dato la sua testimonianza: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Ora quanto Pietro aveva cercato di esprimere con le parole della sua fede, si rende per un istante percepibile anche ai sensi: per un istante il Signore aveva dato agli occhi dei suoi discepoli la forza di sostenere la luce del suo splendore, senza soccombere.

C’era nell’Antico Testamento una persuasione molto profonda: chi vede Dio muore. Non c’era ombra di dubbio. Dio è troppo più grande della nostra capacità di vedere, di comprendere; Dio è infinitamente di più della nostra intelligenza e della nostra forza.

Facciamo già fatica a capire le cose di questo mondo. Viviamo immersi in una realtà che in gran parte ci supera. È un povero illuso chi pensa di poter conoscere le cose del cielo. 

Facciamo fatica perfino a comprendere il cuore dell’uomo, tanto più quando in questi tempi di guerra assistiamo all’orrore di cui l’uomo è capace…

Facciamo fatica a fissare lo sguardo sulle realtà questo mondo che passa… chi mai potrebbe pensare di puntare i suoi occhi sul mistero di Dio? Chi vede Dio muore!

La Luce del Tabor dura un istante, ma dura abbastanza per aiutarci a comprendere qual è il prodigio più grande. La meraviglia  non consiste tanto nel fatto che Pietro, Giacomo e Giovanni abbiano goduto qualche minuto di estasi beatificante, quanto piuttosto nel fatto che per una trentina di anni il Figlio di Dio abbia potuto camminare in questo mondo senza schiacciarlo con la sua grandezza!

Che cosa è più grande? la storia di una amicizia, di una sequela che accompagna una vita intera; camminare insieme a lui, parlare con lui, interrogarlo, fissarlo negli occhi, condividere tutto con lui? Oppure un attimo di estasi?

Cristo è il Figlio di Dio non nel solo istante del Tabor, ma lo è sempre, nella sua nascita come nella sua passione e nella sua morte. È generato, non creato, è della stessa sostanza del Padre. È Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero.

È nato nel tempo da Maria Vergine e ci ha chiamato per nome; ci ha chiamato suoi amici, ci ha rivelato l’amore di Dio.

La Trasfigurazione non è un miracolo che è accaduto alla pelle di Gesù, al suo volto o alle sue vesti. È un prodigio che è accaduto invece negli occhi e nel cuore dei discepoli.

Ed è accaduto allora a Pietro, Giacomo e Giovanni, proprio nel momento in cui il Signore cominciava a rivelare loro il dramma della sua imminente passione, perché avessero la certezza che chi ripone in lui la sua speranza, anche nel momento oscuro del limite e della paura, non resterà deluso.

La Trasfigurazione è un atto di misericordia verso gli apostoli, le loro sofferenze interiori, i loro dubbi, i loro smarrimenti. Ma è un atto di misericordia anche anche per noi che abbiamo bisogno di un po’ di luce e di un po’ di coraggio.

A noi oggi è data la grazia assolutamente immeritata di credere in colui che cammina con noi, che si è sporcato i piedi e le mani della nostra terra, del nostro lavoro, della nostra fatica di vivere; in colui che come Maestro parla ogni giorno al nostro cuore; in colui che salendo sulla croce ci ha rivelato il vertice umano e divino dell’amore: dare la vita, amare noi che gli eravamo nemici con il peccato, perdonare, essere fedele sempre, nella buona e nella cattiva sorte.

*** 

Sul Monte Tabor Gesù non è un “illuminato”, uno che riceve luce, come la luna dal sole. Cristo è piuttosto la fonte della luce, proprio per il suo essere uno con il Padre “luce da luce”.

Questo significa che non c’è luce nel mondo che non venga da Cristo. E se qualche luce di verità e di bene c’è in questo mondo di violenza e di tenebra – dovunque si trovi, anche nelle persone o nelle situazioni più improbabili e apparentemente lontane dalla fede – questa luce viene da Gesù Cristo.

Non c’è verità nel mondo, che non venga da Cristo. Ma, se in questo mondo di falsità e di inganno, c’è qualcosa di vero e di valido, tutto questo viene da Cristo. Dovunque si trovi.

In questo mondo di squallori e di immagini seducenti, non c’è nessuna autentica bellezza che non venga da Cristo. 

E se di qualcosa o di qualcuno puoi dire davvero che è bello, è perché oggettivamente – potrebbe anche non saperlo – è in relazione con Cristo, unica fonte della luce, della verità, della bellezza e dell’amore.

Oggi, con Pietro, Giacomo e Giovanni, noi non siamo di fronte a “qualcosa” di bello e di vero: siamo davanti a colui che, in se stesso, è la bellezza e la verità.

È questa scoperta che fa impazzire l’apostolo Pietro, al punto da non sapere più quello che dice, tanto grande è la gioia che ha sperimentato. 

Pietro è un uomo di mare, non è tipo da svolazzi mistici, è uno concreto. E nella sua seconda lettera, lui stesso ci ha rassicurato che la sua fede non si fonda sull’illusione di un momento idilliaco. 

«Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza».

***

C’è tanto il rischio di perdersi. Il rischio che questa salita sul monte della fede resti un episodio. Di fronte a una pagina evangelica come questa potrebbe prenderci la tentazione di vivere in cerca di momenti come questi, oggi si direbbe “momenti di spiritualità”, toccanti ma episodici.

A volte si dice che anche nelle cose dello spirito abbiamo bisogno di “ricaricare le batterie”. Ma la realtà è che non abbiamo batterie, abbiamo invece una presa diretta e dobbiamo vigilare per non perdere mai la connessione con lui. La vita in Cristo non è un insieme di episodi, ma la fedeltà di ogni giorno.

Seguendo gli apostoli, tra fallimenti e risalite, noi ritroveremo la luce del Tabor,  non in qualche episodio di estasi ma nella concretezza della vita, se davvero ci metteremo in ricerca della verità e della bellezza, senza sconti, senza prendere per oro quello che luccica.

Siamo così presi, anche dentro alle nostre comunità cristiane, a cercare di stare “al passo con i tempi”, da non ricordare che chi sta al passo coi tempi di questo mondo inevitabilmente invecchia, mentre solo Cristo resta per sempre.

Si tratta in definitiva di aggrappare la vita non allo spirito dei tempi, a ciò che passa, ma a ciò che già adesso resta per sempre; non a ciò che è vero e buono oggi per me, ma a ciò che per me è vero e buono sempre.

Questo è l’esercizio compiuto da Pietro, Giacomo e Giovanni, che si lasciarono prendere con sé da Gesù, per salire su un monte alto in disparte.

***

Momento privilegiato di questa salita sul monte è senza dubbio la partecipazione alla Santa Liturgia, perché nei sacramenti, soprattutto nell’Eucaristia, noi vediamo il mondo non solo come è, ma come dovrebbe essere e come in definitiva è realmente agli occhi di Dio.

All’Eucaristia andiamo come poveri peccatori e per questo ogni volta ci battiamo il petto, eppure siamo trasformati e trattati come figli.

Prima della Santa Comunione, preghiamo dicendo: “Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”. Ecco: questa è esattamente la nostra trasfigurazione. 

C’è tanto fango in noi, ma se saliamo sul monte con Cristo, noi diventiamo il suo Corpo, la sua Chiesa, il suo splendore, la sua bellezza, la sua verità. 

La prima volta che era salito su un monte, quello delle tentazioni, Gesù aveva sentito satana insinuare: «Se tu sei veramente il Figlio di Dio, buttati giù». Sul monte Tabor, è invece la voce del Padre che proclama nell’amore: «Questi è mio Figlio». 

Anche noi viviamo continuamente nella tentazione e nella prova: “Ma sei certo che Dio ti ami? Sei certo di essere figlio di Dio?”. Sono certo di non esserlo per natura, perché sono figlio di questo mondo che passa. Ma sono ancor più certo di diventare ogni giorno figlio di Dio per la sua grazia. 

Sono un povero peccatore, ma tu in me, Signore, vedi la fede della tua Chiesa, che è il Corpo del tuo Figlio, una cosa sola con lui.

Lascia un commento