Diciannovesima domenica del tempo ordinario A
Il brano evangelico di questa domenica comincia con una costrizione: «Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca».
Mi sembra una chiave di lettura importante, soprattutto se guardiamo meglio al contesto.
Anche il brano che precede immediatamente quello che abbiamo ascoltato contiene l’allusione a un comando di Gesù. (Non lo abbiamo letto domenica scorsa per la coincidenza con la festa della Trasfigurazione, ma tutti lo ricordate). È la moltiplicazione dei pani e dei pani.
L’evangelista aveva registrato: «Gesù ordinò alla folla di sedersi sull’erba», anzi letteralmente è “sdraiarsi sull’erba”. (È un dettaglio importante: nell’antichità non esistevano i tavoli con le sedie, ma i banchetti, compresa la cena pasquale, si svolgevano su tappeti e cuscini sui quali si mangiava distesi).
Ci sono molti indizi che aiutano a capire come il prodigio della moltiplicazione dei pani sia una allusione al rito della nuova Pasqua che Gesù lascia alla sua Chiesa, con la Santa Eucaristia, che è la sua vita totalmente donata, il segno permanente della sua presenza.
Gesù impartisce degli ordini. Comanda di sdraiarsi sull’erba e comanda di salire sulla barca. Potremmo dire che comanda di celebrare la festa così come comanda di ritornare alla vita, di riprendere la strada.
Sono imposizioni che avvengono in un clima generale di libertà, perché in realtà ognuno di loro, sia tra la folla che tra i discepoli, era sempre libero di prendere la sua strada, ma in ogni caso Gesù non esita a dare ordini perentori.
È un modo di dire un poco desueto, ma in fondo molto in linea con il vangelo: ci sono le cosiddette “feste comandate”, le domeniche e gli altri giorni santi nei quali è norma partecipare all’Eucaristia.
L’Eucaristia non è un optional, un aspetto decorativo e marginale dell’esistenza cristiana, ma la sorgente perenne della nostra identità e della nostra missione.
Anche la festa quindi può essere comandata, come nei vangeli può essere comandato l’amore e la gioia: perché non si tratta di una partecipazione emotiva, ma sostanziale, soprannaturale, e una esigenza irrinunciabile della nostra vita di fede, al di là degli stati d’animo, perfino della voglia, della nostra percezione immediata.
Se dunque il brano precedente possiamo definirlo “il vangelo della domenica”, cioè “il vangelo dell’eucaristia”, quello di oggi – «comandò di salire sulla barca» – potremmo definirlo il “vangelo del lunedì”, o il vangelo della settimana, dei giorni normali, del tempo del lavoro e delle responsabilità.
L’ho chiamato “il vangelo del lunedì”, perché i discepoli sono indotti a lasciare il tempo e il luogo dell’incontro sacro e a tornare alla ferialità della loro esistenza e responsabilità.
«Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo».
La barca dista molte miglia da terra, era agitata dalle onde e il vento era contrario. In mare, come nella vita, qualche volta si naviga a vela, cioè lasciandosi guidare dalla forza del vento, oppure si naviga a remi, cioè faticosamente si imprime alla barca la direzione voluta.
Non è necessario sforzarsi molto per vedere come questa descrizione corrisponde esattamente alla vita concreta della Chiesa e, in essa, di ciascuno di noi, immersi nella storia, nella grande traversata dell’esistenza, mentre il Signore sta sul monte alto della sua gloria a intercedere per noi e sembra mancare la sua presenza perché fisicamente è lontano da noi.
Quando il vento è contrario, si vive la frustrazione di una fatica che sembra inutile, perché il tragitto guadagnato dalla forza delle braccia è annullato dalla potenza del vento.
È un momento così poco “sacro”, verrebbe da dire: bisogna badare lì, non è tempo di meditazioni devote.
La barca è distante sia dal punto di partenza che dal punto di arrivo e in più è velocemente calato il buio e i discepoli stanno sprofondando in una notte senza stelle.
La traversata dei discepoli, navigata a remi, ci fa tanto pensare al fatto che molto spesso viviamo la nostra vita di ogni giorno anche come una sfida, perfino ostile, alla nostra fede.
La vita del credente non si svolge in un mondo ideale, ma nel mondo così come è, un mondo che ti soffia contro, che spesso annulla i tuoi sforzi e contraddice le tue convinzioni.
Con buona pace delle vacanze di ferragosto, ognuno di noi conosce le sue contrarietà: sul lavoro, con i colleghi; nella vita sociale, anche nella vita politica; ma anche nelle relazioni, in famiglia, nel vicinato, nella città; nei tempi difficili della malattia, della sofferenza; ma anche nelle vacanze, nella cultura e perfino nel divertimento.
Ultimamente mi è capitato di ascoltare alcuni giovani che confessano la loro frustrazione nel vedere che i loro amici che non hanno la fede vivono quella che sembra apparentemente una vita libera, senza scrupoli, senza limitazioni. Anche questo è vento contrario.
C’è un fondo sostanziale di solitudine nel quale un credente spesso non si può sentire a suo agio, ma sfidato e messo alla prova.
Dov’è il tuo Signore, dov’è la forza delle tue convinzioni in un mondo che vive serenamente senza Dio, in un mondo dove ognuno decide da solo i suoi valori e la sua verità? in una società nella quale non puoi neanche dire maschio e femmina, padre e madre, senza correre qualche rischio? in una città terribilmente denatalizzata, incapace di guardare al futuro perché tutta ripiegata sull’oggi, sull’adesso? in una cultura ormai tanto radicata per cui i figli si fanno o si disfano solo in base a uno stato d’animo o al bisogno affettivo del momento? in una società nella quale si può abortire, cioè sopprimere una vita umana, come bere un bicchier d’acqua? in un mondo che mette la dignità del gattino e del cagnolino sopra quella di un essere umano?
Dov’è il tuo Signore, dov’è la forza delle tue convinzioni nelle malattie, nelle disgrazie che non mancano mai nella vita? ma anche nel rimbambimento di musiche e suoni assordanti di un divertimento alienante?
Conosciamo bene la durezza di quel vento contrario che sperimentiamo spesso come credenti nella traversata della vita. Ora dobbiamo aprire gli occhi del credente su questo mistero.
Gesù sta sul monte a pregare. È nel paradiso della sua gloriosa ascensione. Ma non si è affatto separato da noi.
L’Eucaristia è un dono sovrabbondante: dopo il banchetto prodigioso erano avanzate dodici ceste piene, dodici come il numero del popolo di Dio, delle tribù di Israele e degli apostoli.
I discepoli non resteranno mai privi di quel pane, potranno sempre contare sulla sua presenza e sulla sua vita donata per amore.
Gesù dunque ci ributta nella vita, ci costringe alla traversata per darci la possibilità di amarlo veramente dentro alla vita: la fede non è una relazione episodica. La fede vive di feste, ma si gioca tutta nella concretezza della vita.
E proprio nel momento più drammatico della traversata, quando ormai è buio pesto e cominciano e venir meno le forze per la stanchezza, Gesù viene loro incontro camminando sul mare.
Gesù mostra tutta la potenza della sua divinità e della sua vita immortale. I discepoli gridano per la paura: «È un fantasma!». Ed è forse qui la più grande tentazione del credente: rimettere Gesù tra i morti.
Viene in mente l’amaro dialogo dei discepoli di Emmaus con il Signore che camminava con loro: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…». La festa è stata bella, ma adesso anche la speranza è coniugata al passato.
Tutto questo ributta Gesù nel regno dei morti, di un passato che non torna, che non dice più nulla, come una cattedrale in rovina e vuota di canti.
È a questo punto che Gesù torna a noi, come il vivente, il Signore.
Pietro ha capito che il segreto è stare dentro i comandi di Gesù: Gesù ha comandato l’Eucaristia? Gesù ha comandato la traversata? ecco la singolare richiesta di Pietro: «Se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».
E il poveretto cammina sul serio sulle acque, verso Gesù e come Gesù. Anche l’uomo diventa “Signore”, anche il figlio della serva diventa “Figlio di Dio”, camminando verso Gesù e come Gesù.
La debole fede di Pietro è a per noi una scuola: abbiamo tanto qui da imparare per la nostra vita.
Bisogna fare attenzione ai dettagli e tenerli bene a mente. Il vangelo dice che Pietro “vede il vento”: «vedendo che il vento era forte, s’impaurì».
Finché lo sguardo è orientato su Gesù, Pietro cammina perfino sul mare; nel momento in cui lo sguardo è assorbito dai problemi e dalle paure, allora Pietro affonda.
«Signore, salvami!». La preghiera più sostanziale e più semplice, che rimette Dio e l’uomo al loro giusto posto: l’uomo nella sua incredulità e nei suoi limiti; Gesù dentro al presente, dentro alla concretezza e ai guai della vita umana, ma come il Signore, come colui che è presente ed vivo, come ancora di salvezza.
Pensiamo allora, in questa santa Eucaristia domenicale, alla concretezza dei nostri lunedì, cioè alla realtà della nostra vita e delle sfide di ogni giorno.
Ultimo dettaglio: erano almeno dodici, la barca era piccola, ma in qualche modo, dice il vangelo che proprio su quella barca «si prostrarono davanti a lui», operazione complessa in mezzo al mare, ma necessaria, perché davanti a Dio bisogna piegare le ginocchia e poche storie.
Questa è la fede del lunedì. Lo adoriamo dentro barca, dentro la vita concreta e restiamo dentro l’obbedienza alla sua Parola perché guardando a lui si può perfino camminare sopra le acque inconsistenti della vita.
