Assunzione della Beata Vergine Maria
Il Signore ci concede in questa festa nel cuore dell’estate un po’ di tregua e di fraternità. Anche che noi che restiamo in città ci godiamo la bellezza di Bologna come raramente ci capita.
Abbiamo tutti bisogno di respirare un po’, abbiamo bisogno di essere un po’ rasserenati.
Di questi tempi le buone notizie sono scarse. La lettura dei giornali è quasi sempre deprimente. Dal mondo ci vengono pochi incoraggiamenti a vivere senza affanni e senza tristezze sulla terra.
Le buone notizie oggi le riceviamo dal cielo: il giorno dell’Assunzione di Maria ci dà la notizia di una creatura che ha portato bene a compimento la missione assegnatale, e ci presenta il quadro di una felicità totale, che la segna anche nelle membra del suo corpo, una felicità totale che è stata assegnata a una di noi, appartenente come noi alla famiglia umana.
Questa festa – la più antica e solenne di tutte le celebrazioni in onore della Madre di Dio – è anche un invito amichevole a guardare in alto, perché possiamo recuperare il senso vero dell’esistenza e ritroviamo il coraggio di camminare con fiducia sulla nostra difficile strada.
Ponendoci davanti agli occhi questa «donna vestita di sole», Dio «ha fatto risplendere per il suo popolo un segno di consolazione e di sicura speranza». E, a dire il vero, oggi più che mai abbiamo tutti bisogno di essere consolati e di avere un sostegno nella speranza.
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L’evento dell’Assunzione di Maria ci richiama non solo il destino di eccezionale splendore della «piena di grazia», ma anche il mistero della nostra morte e della nostra vita. Perché ciò che è avvenuto in lei con anticipazione privilegiata, avverrà anche in noi, se anche in noi come in lei si affermerà sulle nostre debolezze e sui nostri errori, il desiderio sincero di aprire la nostra esistenza al disegno e alla volontà del Padre.
Anche Maria – come capiterà a ciascuno di noi – è arrivata alla fine dei suoi giorni terreni e, «per la nostra condizione mortale, ha dovuto abbandonare questa vita».
Ma poiché «ha creduto», – cioè si è affidata totalmente al Dio suo Salvatore – grandi cose ha fatto in lei l’Onnipotente, come ci ha detto lei stessa nel suo bellissimo cantico di lode.
Poiché con umiltà ha voluto essere la «serva» del Signore, ora tutte le genti la dicono beata.
Questa è una grande lezione che riceviamo da lei; una lezione di vita, che parte dal fatto temuto, ma in ogni caso inevitabile, della nostra morte.
Considerata di per se stessa, senza una prospettiva di fede, la morte è un incidente enigmatico e spaventoso, che annienta tutti i valori terreni e azzera tutte le nostre conquiste personali.
Contemplata invece e accolta nel progetto di Dio, la morte è la garanzia per una vita più vera e più intensa.
Diceva il Cardinal Biffi che “gli uomini del nostro tempo – intenti come sono a diventare sempre più efficienti, sempre più scientisti, sempre più razionalisti – non trovano più il tempo di essere ragionevoli. E in particolare davanti alla morte si collocano in un atteggiamento senza saggezza”.
Da un lato, ne censurano il pensiero, ne nascondono i segni e gli effetti, non ne vogliono mai sentir parlare, come se tacendone il nome la si potesse schivare.
Dall’altro lato, ne estendono sempre il dominio con incredibile spensieratezza: pongono oggettivamente – di là dalle intenzioni consapevoli – al servizio della morte la loro ossessione di divertirsi senza misura, la loro frenesia di correre sempre più veloci e quel gusto inebriante di concedersi ogni trasgressione, che potrebbe apparire un’affermazione di libertà e invece è solo impulso ad autodistruggersi.
Alla fine ciò che dovrebbe essere un’affermazione di vitalità e di capacità a esporsi a tutte le esperienze, si risolve in una strana e incosciente vocazione al suicidio.
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Alla luce della verità dell’Assunzione, ci rendiamo ben conto che la nostra umanità non conosce più l’arte di morire bene, che è poi quella di vivere bene.
Non si sa più morire, perché senza la speranza cristiana – continuamente soffocata e irrisa dalla cultura dominante – non resta che rassegnarsi all’assurdità della disperazione e all’accertamento angosciato della insensatezza di tutto.
Quando qualcuno se ne va, ci escono fuori dalla bocca parole proprio empie e pagane. “Ovunque tu sia, ti ricorderemo”. “Che la terra ti sia lieve”… Credo che neanche l’attenuante del cordoglio possa giustificare parole blasfeme e anticristiane come queste.
Maria, che lungo gli anni del suo pellegrinaggio sulla terra ha cercato di dare verità e consistenza al sì detto nell’annunciazione fino all’accettazione della tremenda prova del Calvario, al termine di questa sua esistenza impreziosita dall’amore non è finita nell’assurdità disperata del nulla: è finita nella gloria del cielo.
E così la sua sorte è diventata primizia e raffigurazione di quella di tutti i credenti.
Questa è la ragione di consolazione, questa la speranza che non delude, che ci viene ripresentata e ravvivata in questo giorno.
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Il cristiano, che guarda con intelligente affetto alla Madonna Assunta, impara dunque a vivere e impara a morire; a vivere e a morire da figlio amato da Dio e da creatura ragionevole.
La Vergine Madre di Dio – che oggi filialmente onoriamo nel glorioso momento conclusivo della sua vicenda di fede, di obbedienza, di abbandono senza riserve al progetto del Padre – ci aiuti a vivere e ci aiuti a morire: «adesso e nell’ora della nostra morte», come ripetiamo nell’Ave Maria.
Ci aiuti a capire che, come dice san Paolo, «nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14,7-8).
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Lasciamoci guidare dal papa Pio XII nella preghiera alla Vergine proclamata nel momento della solenne proclamazione del dogma mariano.
O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini.
1. Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella tua assunzione trionfale in anima e in corpo al cielo, ove sei acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli e da tutte le schiere dei Santi; e noi ci uniamo ad essi per lodare e benedire il Signore, che ti ha esaltata sopra tutte le altre creature, e per offrirvi l’affetto della nostra devozione e del nostro amore.
2. Noi sappiamo che il tuo sguardo, che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la gioia profonda della tua anima nel contemplare a volto scoperto l’adorabile Trinità fa sussultare il tuo cuore di beatificante tenerezza; e noi, poveri peccatori, noi a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima, ti supplichiamo di purificare i nostri sentimenti, perché impariamo, fin da ora, a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.
3. Noi confidiamo che i tuoi occhi misericordiosi si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le tue labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che tu senta la voce di Gesù dirti di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: «Ecco il tuo figlio»; e noi, che ti invochiamo nostra Madre, noi ti prendiamo, come Giovanni, come guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.
4. Noi abbiamo la serena certezza che i tuoi occhi, cje hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli; e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal tuo celeste lume e dalla tua dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e del mondo.
5. Noi crediamo che nella gloria, ove tu regni, vestita di sole e coronata di stelle, tu sei, dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi; e noi, da questa terra, in cui camminiamo come pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di te, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza; attiraci con la soavità della tua voce, per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.
