la donna delle briciole

Cattedrale, 19/20 agosto 2023

Sorprende la durezza di Gesù nella pagina evangelica che la liturgia ci fa rivivere in questa domenica.

Pur rimanendo padrone in assoluto di ogni sua azione, le parole vengono quasi estorte a Gesù dall’insistenza, prima della donna cananea e poi anche dei discepoli.

Dalla pagina immediatamente precedente, sappiamo che Gesù si trovava in Galilea, ma dalla città santa erano venuti a interrogarlo sul perché egli non insegna ai discepoli l’esatta osservanza dei comandamenti. 

Ne era seguita una serie di discussioni e di insegnamenti molto netti su che cosa significa realmente osservare la legge mosaica.

A noi questo tema può sembrare piuttosto lontano perché non abbiamo più dimestichezza con la miriade di prescrizioni della legge dell’antica alleanza. Ma resta attualissima la questione di fondo. 

In fondo, nella prospettiva dell’Antico Testamento, la legge è il condensato di tutta la vita religiosa. 

La questione centrale, in poche parole, è: chi è “il vero credente”? Che cosa significa concretamente percorrere la via di Dio? 

Per gli Israeliti, la legge mosaica era l’unica via e arrivavano a osservarla nei dettagli con una tale minuzia che a noi può sembrare perfino eccessiva: il vero credente è chi osserva tutti i precetti. La religione è una prassi.

Ora è diverso, è tutto nuovo, perché il Dio inaccessibile ha mostrato il suo volto.

Colui che fin dai tempi del nostro padre Abramo avevamo solo cercato di conoscere per adorarlo, oggi cammina con noi, calpesta la nostra terra, vive dentro la nostra vita, è diventato accessibile, si è fatto incontrare.

Da questo momento dunque, il vero credente non è più colui che si confronta con una legge, con un insieme di regole, con un codice di comportamento – che pure resta un riferimento concreto per la vita -, ma chi si lascia incontrare da una persona viva, dalla persona del nostro amato Redentore, «Dio da Dio, luce da luce», venuto nella carne, che ci ha mostrato l’amore di Dio, donando la vita per la nostra salvezza.

Gesù vuole piantare nella testa dei suoi discepoli – e in noi – che ciò che salva non sono le pratiche esterne, ma la verità di una relazione con lui, il Signore: mettersi ai suoi piedi, ascoltarlo, adorarlo, amarlo al di sopra di tutto, supplicare la sua pietà e la sua misericordia. 

Per rivelarci tutto questo, Gesù dunque esce fisicamente dai confini della Terra di Israele e si avvia verso una regione straniera, una terra estranea alle promesse della legge mosaica. E quel che accade ha dell’incredibile.

Gli viene incontro una donna. Viene definita “cananea”. In realtà, ai tempi di Gesù i Cananei non esistevano più. I Cananei erano quell’insieme di popoli che abitavano nella terra promessa prima della conquista degli Israeliti, guidati da Giosuè, il condottiero successore di Mosè. 

Ma era rimasta la memoria di questo nome “Cananeo” come sinonimo di maledetto, miscredente, nemico di Dio.

Dunque una condizione tutt’altro che favorevole, se la si doveva giudicare sulla base letterale della Legge.

Quella donna dunque non poteva accreditarsi davanti a Gesù nessun tipo di vanto: non la sua origine, non ha amicizie influenti, nessun prestigio spirituale. 

Dalla sua, quella donna ha solamente un immenso bisogno. Sua figlia è vessata dal demonio. 

Oggi molti potrebbero spiegare che forse il problema era in realtà di tipo medico, spiegabile con qualche forma di epilessia… La Cananea non si perde in analisi mediche e neppure teologiche, sociologiche o culturali. Va al centro della questione. Ha capito che la radice del problema che opprime lei e la sua famiglia è di natura spirituale, è un problema di relazione con Dio.

Gesù una volta aveva detto: «Pregando non sprecate parole, come i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole».

E la Cananea, che anagraficamente è una pagana, mostra già di essere illuminata dalla fede, perché prega non con discorsi cervellotici, ma con la verità del suo grido:  «Eleison me! Pietà di me, Signore, Figlio di Davide!». Una supplica ardente che manifesta la sua fede illuminata dalla grazia. 

Riconosce Gesù come “Signore”, titolo che nelle antiche scritture degli Ebrei è riservato a solo Dio e che molto spesso nasconde il suo nome misterioso e impronunciabile. 

E lo chiama “Figlio di Davide”, riconoscendolo dunque come vero uomo, appartenente a quella storia alla quale lei non appartiene, la storia del popolo eletto, il Messia che doveva salvare il suo popolo.

Gesù non risponde. Neanche una parola. Nonostante tutto quello che si dice di lui, della sua capacità di empatia, del suo desiderio di incontro, Gesù non fa proprio nulla per venirle incontro.

La situazione finisce per mettere in imbarazzo perfino i discepoli: “Esaudiscila, Signore, perché ci viene dietro gridando!”. 

Non si capisce bene se dicono così perché mossi da compassione o perché disturbati dalle urla della donna che non ne voleva sapere di mollare la presa… fatto sta, che la preghiera dei discepoli ha il risultato di moltiplicare l’invocazione della donna e ottiene una risposta dal Signore. Dove si dimostra che la preghiera di intercessione è sempre preziosa.

Gesù è il Messia dei veri credenti, dei figli. «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani». 

Da un punto di vista del galateo e del politicamente corretto, Gesù avrebbe fatto una figura migliore a stare in silenzio: senza troppi giri di parole, Gesù chiama quella donna, esattamente come gli Israeliti del suo tempo chiamavano abitualmente i pagani: cani!

Ma ora forse cominciamo a capire il senso di questa ostilità dei Gesù nei confronti della donna. In realtà il Signore la sta mettendo alla prova e, soprattutto, sta mettendo alla prova i suoi discepoli. 

La questione vera è: chi sono veramente i figli e chi sono veramente i cani? chi è il vero credente? chi pensa di avere diritto alla benedizione di Dio perché appartiene a una determinata famiglia, o perché ha rispettato una regola, un precetto? 

No. Dal momento in cui Dio ci ha mostrato l’immensità del suo amore nel suo Figlio fatto uomo, nella sua passione, nella sua vita interamente donata, non si può ridurre l’amore a un insieme di regolamenti.

La salvezza viene dal guardare a Gesù Cristo e dal riconoscere in lui l’unica speranza, l’unico amore, il perdono, la guarigione, la grazia, la vita.

La risposta della donna è sorprendente. È stata appena chiamata “cagnolino” (c’è un certo pudore in questo diminutivo, ma non è per niente un complimento), e lei non solo incassa, ma accetta perfino.

Qui è un poco infelice la traduzione della risposta della donna: “eppure i cagnolini mangiano le briciole”. Nel testo, non c’è la minima traccia di contraddizione; la donna invece assente completamente a quanto detto da Gesù: «Sì, Signore, e infatti i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

Significa che la Cananea non si mette a questionare con Gesù. Non cerca argomenti a suo favore. Accoglie la parola di Gesù come definitiva e vera. Ma dentro a questa parola, non si rassegna e vi intravvede la sua speranza.

“Il tuo pane – sembra dire – non è per i cani. È per i figli. Io non sono degna di sedermi a tavola. Ma ho fiducia che dalla tua sovrabbondanza cada qualcosa, una briciola del tuo pane, che basterà per salvarmi”.

«Donna, grande è la tua fede».

Badate che nei Vangeli, Gesù usa questo titolo “Donna” solo per sua madre, alle nozze di Cana e ai piedi della croce. È una espressione molto nobile, che riporta all’origine dell’umanità. Gesù riconosce in quella Cananea la nuova umanità, l’inizio del nuovo popolo dei veri credenti. 

Da oggi, dunque, credere non significa riporre la fiducia in un insieme di precetti più o meno osservati, ma amare il Dio che si è fatto accessibile, riconoscere come unico Signore e salvatore, il Figlio di Dio, figlio di Davide. 

“Eleison me, Signore, Figlio di Davide”.

“Grande è la tua fede”.

La Cananea, la donna nativamente maledetta, oggi è stata invitata alla tavola dei figli, anzi è divenuta prototipo del vero credente, quasi come la “Donna”, Maria, la Madre di Dio.

In questa domenica, ancora avvolta dalla gioia del glorioso transito al cielo della Madre santissima di Dio, la donna cananea ci aiuta a cantare: «Ha guardato l’umiltà della sua serva, e ha fatto in me cose grandi». 

Ha visto che non sono niente e mi ha donato il pane del cielo. 

Non sono degno di partecipare alla tua mensa. Il grande satanico male – l’unico male in verità che mi affligge – è essere lontano da te, ma una tua parola può sanarmi.

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